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Categoria: Secolo postmoderno

L'argomento della rubrica di questa settimana è molto delicato, e potrà anche parere sia condotto sul filo di un rasoio. Ma i rasoi dividono e Comunicazione di Massa è una disciplina universitaria, dunque restare sempre al di qua del tracciato tanto sottile quanto netto e profondo di quel taglio sarà indispensabile. Di come si articola, si usa e si gestisce la comunicazione attraverso gli esistenti strumenti è cioè in termini scientifici che tocca in questa sede di continuare a parlare, e non di opinione e/o d'affermazione ideologica. E non perché il concetto di opinione e quello di ideologia siano qualcosa da lasciar perdere, beninteso, ma perché un discorso scientifico li include tutti e l'analisi valida è quella che studia come, all'interno d'uno stesso bacino comunicativo, si rapportano fra loro. Una cattedra universitaria non è un atollo sperduto nell'oceano nè un chiostro conventuale che alte mura tengano separato dal resto della società. Se i suoi insegnamenti non tenessero ganci fermissimi con l'attualità ed i contesti che la formano, oltre che percorrere trascorse cronologìe guardandoci dentro e librarsi nella speculazione teoretica, non si vede quale pane che non resti metafisico o sia solo simbolico agli studenti così si dispenserebbe.

Posiamo dunque con le pinze sul vetrino del nostro laboratorio una dichiarazione pronunciata qualche giorno fa, puntiamole sopra un bel faretto luminoso e sovrapponiamoci una lente d'ingrandimento. Si tratta di un reperto interessantissimo. Come quando un paleontologo si imbatta in un preistorico osso di forma mai vista o la radiografia di un'opera pittorica riveli sotto uno strato dipinto la presenza di uno stupefacente diverso soggetto. La dichiarazione è stata emessa in forma precisa e lucida da un ministro del governo oggi in carica del nostro paese. Si chiama Carlo Giovanardi e tutti i giornali hanno riportato questo suo enunciato, espresso ufficialmente nella di lui qualità istituzionale. «I giornalisti militanti denunciano una totale ignoranza delle regole parlamentari, culla della democrazia, dove il governo può intervenire quando lo ritiene opportuno e l'ultima parola spetta sempre al gruppo parlamentare più forte». A che proposito l'ha detto? L'ha fatto a commento dell'agitazione della redazione e delle dimissioni del vicedirettore del TG1per protesta contro il suo direttore che aveva disposto l'oscuramento della notizia delle gravi censure rivolte al governo, e in particolare al suo ministro delle Finanze, da quel competente organo istituzionale che è la Corte dei Conti. La protesta redazionale andava comunque più in là perché definiva la gestione dell'intero Tg da parte del direttore come una specie di «panino blindato» in cui sull'oggettività, l'importanza e la completezza delle notizie predominano interessi e voce del governo.

Sottoponiamo questa frase a una doverosa spettroscopia. Perché apparentemente, vedete, essa potrebbe anche risultare ovvia nella banalità delle sue componenti: le regole parlamentari vanno rispettate, il governo ha il diritto di pronunciarsi quando vuole e su quel che vuole (ci mancherebbe...), in democrazia la forza la dànno i numeri e quindi chi li ha più alti conta di più. Ineccepibile, no? Sin che questa frase non la guardiamo agli infrarossi. Solo a quella luce vien fuori, infatti, anche l'anima di tale allineamento di parole. Dall'inizio: cosa si intende - appunto innanzitutto - per «giornalisti militanti»? Nel lessico corrente essere militare non è solo vestire una divisa e imbracciare un'arma; si milita aderendo a un programma politico, si milita possedendo una tessera d'iscrizione ad alcunché che impegni a qualcosa, si milita persino da tifosi che sposino i colori di una squadra. Ciò che rende in modo primario "militante" un giornalista è indubbiamente non essere né apprendista né pensionato, ma esercitare quotidianamente sul campo quella milizia che è la propria professione. La quale sostanzialmente consiste nel dare le notizie a coloro cui esse interessano e delle quali non possono essere privati. Cosa che sembra molto semplice ma invece non lo è, anzi è parecchio complessa: ci vuole intelligenza nell'attribuire loro il giusto rilievo, capacità di decodificare quelle cifrate, cultura per rapportarle a precedenti/contesti/comparazioni, scelte di linguaggio che le rendano comprensibili a tutti, attenzione di controlli per aver sicurezza della loro fondatezza, e qualche volta - infine - anche quella certa dose di coraggio buona a tener testa alle conseguenze talvolta spiacevoli che talvolta il mostrare la verità produce.

L'uso comunque di un participio scelto specificamente e pour cause ambiguo come "militanti" (al posto di "professionisti") rivela senza fatica al semiologo la sottile malizia sanzionatrice di volerli definire non sereni bensì, come dire, di parte preconcetta. E ciò facendo leggere tra le righe anche una certa rimproverevole delusione da disallineamento trattandosi proprio del Tg1, quello dei telegiornali Rai considerato il più vicino al governo. E insinuando in tal modo il carattere ancor più fuori luogo della loro protesta. Peraltro invece derivata, come il lettore ha riscontrato più su, proprio dal voler denunciare una grave mancanza di obbiettività professionale in chi li dirige. Passiamo ora al nesso successivo: codesti giornalisti vengono anche definiti, e qui il bollarli è più esplicito, come «totalmente ignoranti delle regole parlamentari» (alle quali - inseriamolo questo inciso - sono casomai soggetti non loro ma i membri del Parlamento). E qui c'è una capriola logica davvero rivelatrice: queste regole sono infatti definite «culla della democrazia», invertendo così bellamente e in modo del tutto assurdo l'essere delle cose. Non viene cioè intesa la democrazia in sé come culla delle moderne regole parlamentari, ma queste seconde come culla della prima. Non sarebbero più cioè esse a dover obbedire a un concetto che sappiamo esser quello storicamente, filosoficamente e linguisticamente descritto in tutte le enciclopedie e i tutti i dizionari, ma la democrazia stessa esser qualcosa di conseguente a regole cui è essa a dover rispetto. Regole peraltro emendabili, emendate e soggette a contingenza, regole che però e in ogni caso certamente non dovrebbero poter contemplare il fatto che l'intera notizia e la valutazione che ne dà la minoranza possano non essere inoltrate coram populo, fornendo invece all'opinione pubblica soltanto ed unicamente ciò che ne pensa la maggioranza di governo.

Esaurita - dopo essere incespicati nell'uso curiosamente improprio dell'avverbio di luogo «dove» - quella parte di analisi che potremmo chiamare di lessicalità del messaggio, passiamo ora a quella che riguarda la sua recepibile sostanza. Dal «significante» al «significato», cioè, secondo de Saussure e Wittgenstein. Non pare, anche senza esser dotati di chissà quali sofisticati strumenti, sia impresa poi tanto difficile far sprizzar fuori il succo. Dietro quel sipario di parole traspare infatti molto chiaramente il teorema che segue: a) è la politica che detta le regole parlamentari, scritte o non scritte; b) la democrazia non ha essenziali connotati propri ma è qualcosa che di volta in volta obbedisce a quelle regole; c) in esse non v'è par condicio ma previlegio per chi sta in sella in quel momento; d) [ed è ciò che nella fattispecie conta] anche la stampa deve seguire queste medesime regole: si può benissimo, anzi è doveroso, riferire solo il pensiero del governo su una cosa anche senza esporre la sostanza della cosa stessa ed omettendo i pareri degli altri che da quelli del governo siano difformi. Tale sequenza alza abbastanza bene il sipario su che tipo di provenienza o deviazione culturale - o addirittura assenza di fondamenti culturali - caratterizzi una certa odierna locale classe dirigente. Specie notando con allarme come questa sembri pertanto essere un'altra "lezione di giornalismo" impartita da un membro del governo che per giunta riveste lo specifico incarico di Ministro per i Rapporti col Parlamento (della cui stessa natura, funzione e storia ben poco dimostra di sapere e comprendere) stavolta ai redattori del TG1. Resterebbe da spiegare come qualche altro TG non di proprietà originaria od acquisita del premier in carica e praticamente tutti i quotidiani dell'indomani abbiano ritenuto notizia di primario rilievo in prima pagina ancorché dal governo minimizzata (secondo p. es. qualche suo sostenitore adesso anche quei magistrati-ragionieri sono improvvisamente diventati tutti attentatori comunisti) il fatto che la Corte dei Conti abbia ritenuto sbagliata, rattoppata alla giornata e in definitiva fallimentare per il Paese la sua politica economica, e troppo discrezionali e con incompetenza gestiti i criteri del suo ministro delle Finanze. Idem con vistosità, del resto, anche la stampa estera. Non è bocciatura di tutti i giorni, insomma, e in altri Paesi avrebbe fatto conseguire esiti drammatici per una continuità di vita dei rispettivi governi stessi. Per Palazzo Chigi dunque, meglio se almeno il TG1, che ha lo share più alto, non lo divulghi.

Come, studiando Scienze della Comunicazione, dobbiamo metterci in grado di distinguere la pubblicità informativamente efficace anche se usa linguaggio metaforico, da quella appariscente ma sostanzialmente ingannevole, così occorre sventare altri usi truccati dell'interattività comunicativa (sempre che non sia artatamente impedita) e della comunicazione stessa. La comunicazione, lo sappiamo, è in natura ineluttabile: è proprio nello stesso esistere che essa è indissolubilmente connaturata e resa attiva praticamente in automatico. Le istituzioni ce l'hanno poi anche come dovere specifico, come parte fondamentale dei propri stessi compiti. Quando non solo la esercitano imperfettamente nel proprio àmbito ma pretendono di imporne uso distorto altresì ai mezzi di informazione (che, se non sono indipendenti ed autonomi anche nel proprio ruolo di controllo per restituire ad oggettività qualche elemento informativo eventualmente manomesso, a loro volta si troverebbero castrati), béh allora invece che in Scienze della Comunicazione dovremmo considerarli laureati in Astuzie della Comunicazione.

Un esempio-limite in materia che meriterebbe l'honoris causa? E' di ieri ed appartiene anch'esso all'inesauribile presidente del Consiglio. Il quale ha testualmente dichiarato in televisione che «al governo non è possibile in alcun modo prendere provvedimenti contro l'aumento dei prezzi», proseguendo col dire che «spetta invece alle massaie dedicare più tempo alla spesa, cercando quei negozi dove la roba costa di meno» (e costringendo quindi gli altri negozi ad adeguarsi?). Bella ricetta davvero! Una simile inversione d'addossamento di responsabilità non s'era ancora mai sentita, ed è assai difficile che un capo di governo possa scendere più balordamente in basso nel futuro. Meno male che, oltre che con le parole, si comunica anche con i comportamenti e così non solo per chi fa professione di socioanalista ma anche per chi semplicemente non è stupido accanto allo sparger fumo di quelle si distinguono abbastanza bene affiorare pure questi. Proprio in quanto ben diversamente concreti. E ogni tanto bisogna pur sceverarli anche qui, in sede didattica e in relazione alle forme professionali cui essa conduce. (O dovrebbe voler condurre).