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Categoria: Secolo postmoderno

Segnalava nel suo «Mezzi di comunicazione e modernità / Una teoria sociale dei media» John Thompson, che insegna sociologia a Cambridge, due fondamentali istituzioni mediatiche, nel Medioevo e nel Rinascimento: le incoronazioni o le nozze dei regnanti, ed i patiboli in piazza. Il fasto coram populo di quelle solenni cerimonie era un messaggio erga omnes di potere dinastico, e la presenza del popolo lo ricambiava come manifestazione di accettazione. L'esecuzione in pubblico della pena capitale, la quale poteva beninteso riguardare sia il malvivente che il dissenziente, costitituiva per la folla degli spettatori e per coloro cui lo si sarebbe raccontato diffida a rigar dritto rispetto alle leggi, o a star comunque bene attenti alla parte nella quale collocarsi in un contenzioso politico o di religione. Erano entrambe due forme di spettacolo, due sacre rappresentazioni meglio, essendo entrambe dotate di prete, ma noi è solo sulla tipologia e sul significato della seconda che ora ci soffermeremo. Cioè su quello show dei due la cui valenza è squisitamente terroristica. Poiché esiste anche, anzi è esistito più a lungo, un terrorismo statuale. Cos'altro avrebbe altrimenti indotto a non far riservatamente calare mannaie o stringere cappi nel chiuso di un cortile o di una cella?

Il panem et circenses del Romano Impero quando divenne meno giovane (in cui i cristiani eran cibo esemplare per leoni) e le tre F dei viceré spagnoli e poi dei Borboni in Sicilia (feste, farina, forca) precedono e seguono come slogan quell'ampio periodo, indicando un tipo di rapporto fra potere e popolo che aveva appunto il terrorismo come una costante, anche se era misto con l'intrattenimento. E che fu infine esposto come nomenclatura addirittura esplicita di un periodo storico in cui la rivoluzione francese culminò, e in cui il selciato di Place de Grève era sempre zuppo del sangue che colava dalla ghigliottina. Se ne valsero più modernamente in seguito regimi come quello nazista nei confronti degli ebrei e quello staliniano un po' alla cieca, o associazioni patriottico-razziste come il Ku Klux Klan negli Stati Uniti il quale metteva in unico linciabile calderone la popolazione nera e la parte di quella bianca che non la teneva a sufficiente distanza da sé.

C'è un romanzo di Dacia Maraini bello e suggestivo, «La lunga vita di Marianna Ucrìa», in cui la pubblica impiccagione d'un poveraccio ritenuto colpevole di qualcosa era spettacolo anche per i bambini, e anzi andava visto "per imparare", come una sorta di educational test per non discostarsi da una presunta retta via. E del resto non era proprio diretta a un target infantile tutta quell'ammonitoria presenza d'orchi così fitta nelle fiabe? Vettrici come dunque esse erano di terrorismo mischiato ai buoni sentimenti. L'"uomo nero" pronto a portarci via era ancora usato dalle nostre nonne come personaggio speculare a Babbo Natale e ai vari bìbbidi-bàbbidi-bu. E noi bimbetti la notte avevamo incubi angosciosi.

Terrorismo è dunque incutere esempi possibilmente atroci, i quali contengano in sé la minaccia di ulteriori mortali castighi. Le democrazie contemporanee hanno ripudiato i suoi modi estremi, anche se una certa cultura del genere non è ancora completamente rimossa. Dato che non basta l'aver smesso di accendere roghi, occorrerebbe anche riflettere su quanto di terroristico è insito nel bombardare dall'alto città secondo un programma di lunga durata a cadenza quotidiana, destinato non solo a colpire obiettivi militari con inevitabile sfrido di mortalità civile ma anche a logorare morale e a tener viva paura.

Oggi il terrorismo come generalmente inteso non è più statuale, ad ogni modo, ma si è rigirato di centottanta gradi ed ha imparato a colpire in direzione dei centri da cui in altre epoche storiche veniva invece emanato. "Buoni" e "cattivi" - si fa per dire - si sono invertiti. Le Brigate Rosse sparano e uccidono in direzione dello Stato e della società civile, sono loro a compiere esecuzioni cui non occorrono più patiboli e qualunque appositamente selezionato ambiente è scenario buono a sostituirli. Terrorismo, punitivo o anche preventivo, è pure quello mafioso, il quale si giova altresì di un codice (in bocca alla vittima si può trovare un sasso o della merda, una banconota arrotolata o i suoi propri testicoli recisi) ma spesso preferisce, a far da avviso ai terzi, l'esecuzione plateale, in strada di sorpresa fra la gente o quando essendo il bersaglio in auto esso viene offerto in scatola. C'è stato anche quando però la mafia è stata alleata di poteri altri. Ammazzando per esempio a far da monito sindacalisti a vantaggio dei signori del latifondo o di miniere, e giornalisti amministratori magistrati in grado di sventare affari o connessioni politiche. Come a dire «Attenzione, eh». Anche i terroristi BR si sono trovati ad agire talvolta, di fatto, per "conto terzi". «Ma ti rendi conto? Loro lo vogliono morto e noi glielo stiamo ammazzando!» è la frase che nel film di Bellocchio dedicato alla fine di Aldo Moro salta su a dire uno dei sequestratori a Moretti, il capo, una sera nel covo di via Montalcini.

Le parole «terrorismo», «terroristi», rimbombano però oggi quasi quotidianamente nei titoli dei giornali e sugli schermi della tv per ben altra natura e spessore, ormai mondiale, di episodi e (dopo l'11 settembre 2002, abbattimento da parte di un commando suicida dei due maxigrattacieli gemelli di New York) anche di guerre. Riguardano Afghanistan, Iraq, Pakistan, Russia e Cecenia, Palestina e Israele. La catena è ormai lunga e tragica (e stranota) ma io ne isolo qui un solo frammento. Quello visto in televisione non molti giorni fa di una giovane donna che serenamente parlava di sé. Si trattava di una videocassetta in cui lei col velo in capo e una cintura di tubi d'esplosivo alla vita recante un legaccio a strappo per farla esplodere con un gesto solo, raccontava quel che stava per fare. Diceva in sostanza di essere una professionista borghese, un avvocato, e che incursioni israeliane mirate (ora le fanno anche in elicottero volando bassi sulle strade urbane e lanciando giù missili) le avevano ucciso il fratello ed un cognato esponenti di Hamas. E che, smossa da ciò e di ciò in conseguenza, lei si era offerta, come tanti altri, di morire andando a farsi esplodere fra gli israeliani, così uccidendone, per dissuasiva rivalsa, anche lei. Per ribadire con questo gesto che altro i palestinesi non fanno che agire contro coloro che li han derubati della loro terra, del loro lavoro, della loro economia.

Noi sappiamo di fondamentalismo religioso islamico, di massimalista odio antiebraico, di rifiuti ostinati alla trattativa, ma questa donna che l'indomani di questo suo atto testamentario si è effettivamente suicidata da assassina, nulla di questo lasciava trapelare dalla bocca e dagli occhi e parlava solo di patriottismo e di rappresaglia e di tanti altri che dopo di lei avrebbero fatto lo stesso. Diventando come lei martiri finché Israele che li occupa in armi e demolisce con i bulldozer le loro case non si fosse ritirata dai loro territori. La Palestina non ha tanks nè mezzi aerei, dunque può usare solo tubi di tritolo per opporsi a che Tel Aviv faccia con loro quel che gli Usa hanno fatto con le nazioni pellerossa nell'Ottocento. Non le dò ragione, è ovvio, nell'operato, ma da lei ho sentito enunciare diritti che sono di qualunque popolo e dunque anche miei. E sottopongo tutto questo ad una riflessione, mia ed altrui, anche abbastanza angosciata.

Però voglio adesso concludere scendendo bruscamente di livello, non fingendo cioè completezza se qua mi fermassi: perché non c'è solo il terrorismo attentatorio e quello kamikaze, che lancia così al mondo messaggi tremendi e disperati insieme, fatti di tritolo e di minaccia d'altro tritolo. Da parte statuale ci si rivolge per ora alla gente - torniamo dalle nostre parti - con un terrorismo più modesto ma che sempre terrorismo è, un po' macabro e anche ahimé un po' ridicolo. Mi riferisco alla campagna antifumo attuata, come dire, in economia. Non cioè con manifesti, pagine sulla stampa e spot in tv, ma stampando formule terrifiche sui pacchetti stessi di sigarette. S'era cominciato con una specie di bollino: «Il fumo fa male alla salute»; poi c'è stata una escalation: «Il fumo è causa di tumori», «Il fumo provoca il cancro», «IL FUMO UCCIDE». Questa così secca è l'ultima. E' prescritto che occupi almeno il 40% della facciata della scatola ed è per giunta fortemente, luttuosamente, listata di nero. Persino il nome della marca di sigarette è scritto più piccolo di questo minaccioso strillo.

Gli inglesi, che humour esorcizzante ne hanno da vendere, hano messo in circolazione un tipo di sigarette in scatola lunga e stretta tutta nera con i profili d'argento e gli spigoli decorati che sembra una bara, e al centro della facciata c'è un teschio, d'argento pure questo, che sogghigna tenendone fra i denti una, da cui s'alza un sinuoso fil di fumo. Ma il top l'ho visto entrando dal tabaccaio stamattina: un pacchetto verd'azzuro di lights per signora e la scritta, voi che v'aspettatavate chissacché d'ancora più rabbrividente, sapete qual è invece? «Il fumo ammala la pelle». Ne conosco tante che giudicherebbero questa, apparentemente più soft, la più terroristica di tutte.