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Categoria: Secolo postmoderno

Qualche volta tu cerchi una cosa e ne trovi invece un'altra, ad essa in qualche modo collegata, che non è quella ma non è tuttavia meno interessante. In inglese questa fortuità positiva si chiama serendipity, e talvolta costituisce addirittura, pur con questo passaggio non intenzionale ma passivo dietro al quale sta comunque una forma di curiosità motrice, metodo accettato di ricerca. Mi imbatto in un nome: Justus von Liebig, ed è quello di un scienziato, teorico e sperimentale, tedesco del XIX secolo a cui si deve l'introduzione della concimazione chimica al posto di quella organica nei terreni agricoli. Oggi considerata pericolosa per il tipo stesso di fertilità dei terreni e per i danni che può portare ai consumatori dei prodotti coltivati con questo metodo. Tanto da riportare oggi in primo piano l'agricoltura cosiddetta biologica, basata fra l'altro sul ritorno alla preparazione della terra con concimi animali e alle rotazioni inseminanti. Ma com'è che mi imbatto in questo signore? Che c'entro io con l'agronomia? Nulla, naturalmente, ma ho un cugino che invece fa questo mestiere e che per produrre in sicurezza farine e paste alimentari tiene anche allevato quel sufficiente numero di cavalli e di pecore cui è affidato il solo compito di fare tutta la cacca di cui abbisogna come fertilizzante delle piantagioni da cui poi la sua merce è ricavata. Cosa che mi pare esemplare. Il dato comune che ha favorito questo incrocio è quello che, pur nella differenza delle nostre professioni, entrambi siamo interessati ai problemi dell'inquinamento terrestre ed atmosferico e del cinismo con cui la legge del profitto ammala il pianeta e chi lo abita. Lui per la salvaguardia di come si fabbrica ciò che si mangia, ed io per l'eccesso di sfruttamento dell'etere in luogo del cavo nel campo delle telecomunicazioni, che lo carica di un nocivo surplus di elettromagnetismo.

E allora adesso, in perfetta serendipity, io incrocerò due temi in questa rubrica: posticipando quello intenzionale di partenza, attinente al campo della comunicazione che costituisce mio interesse primario, e facendolo invece precedere da qualcosa che in qualche modo questo campo comunicativo ha influenzato pur da altre sponde provenendo. E' stata la miniera Internet, nella quale ho trovato notizie interessanti complementari al tipo d'inquinamento che interessa me, a saldare i due temi. E il gancio è stato proprio quel nome, costituente al termine della sua vita un precedente storico che mi piacerebbe molto, anche se non ci spero affatto, veder ripetuto da qualche omologo cervello big del settore petrolchimico, per esempio. Perché al prof. von Liebig è accaduta la stessa cosa in altro campo occorsa invece a un filosofo, Charles Peirce, fondatore del moderno pragmatismo, cioè di dover ritrattare e disconoscere la propria dottrina dopo aver costatato come l'avevano resa dannosa i suoi stessi seguaci. I quali però - necessario dire anche questo - proseguirono lo stesso imperterriti. Mi pare molto interessante, anche perché assai raro in personaggi di tale statura e spessore, citare per esteso un brano dallo stesso Liebig steso in forma testamentaria poco prima di morire. Eccolo di seguito, estratto dal sito dell'associazione di produttori biologici di cui appunto mio cugino Guido Fidora è esponente.

«Confesso di buon grado che l'uso dei concimi cimici era basato su presupposti in realtà inesistenti. I concimi chimici avrebbero dovuto portare una completa rivoluzione nell'agricoltura, sarebbe stato abbandonato il letame di stalla e sarebbero state sostituite con i concimi chimici tutte le sostanze minerali asportate dai raccolti. Si sarebbe potuta coltivare sempre la stessa pianta nello stesso campo, fosse trifoglio o frumento od altro, senza discontinuità e senza che si esaurisse la fertilità del suolo, secondo i desideri ed i bisogni dell'agricoltore. Avevo peccato contro la saggezza del Creatore ed ho ricevuto la meritata punizione. Volevo portare un miglioramento alla sua opera e nella mia cecità credevo che nel meraviglioso concatenamento delle leggi che regolano la vita nella superficie terrestre, continuamente rinnovandola, fosse stato dimenticato un anello, che io, povero verme impotente, avrei dovuto fornire».

Non c'è che dire, non è cosa di tutti i giorni, una dichiarazione così, né è comune tanta religiosità in un uomo di scienza, anche se forse in parte indotta appunto dall'essere in articulo mortis. Valeva allora la pena di saperne di più su di lui, anche se fino a quel momento quel cognome lì, nel mio archivio mentale, era associato a tutt'altro e cioè al famosissimo dado per brodo. Prendo quindi un'enciclopedia, lettera L. Arrivato praticamente alla fine del colonnino a lui dedicatogli e dopo aver appreso dei suoi studi e pubblicazioni sui minerali, sulla chimica aromatica e sulla teoria dei radicali, stavo per chiudere il volume quando ecco qua, ultima riga e mezza, quasi con noncuranza, «...inventò anche un metodo per la preparazione degli estratti di carne». Ma allora sì: era proprio lui, quello delle figurine! Morto nel 1873, le serie stampate di queste gli erano sopravvissute fin quasi alla metà del '900. Io ne possiedo solo un paio di raccoglitori degli anni Dieci e Venti, provenienza antiquaria, e sulla consunta copertina cartonata del primo c'è impresso un bùttero a cavallo che prende al laccio un manzo. L'Estratto Liebig, concentrato di carne bovina, si compra ancora, dadi o vasetto, in tutti i supermercati, hai voglia di royalties agli eredi. Bene, parlo dunque delle famose Figurine Liebig, accompagnatrici d'un paio di generazioni europee, da questo capoverso in avanti.

Figurine, passione italiana. Quando ancora il termine comunicazione non veniva usato nella dominante accezione attuale, esse ne erano già veicolo possente. Di informazione e di divulgazione culturale. Un medium, insomma. E quanto s'è detto fin qui ne completa l'inquadramento storico. Oggi ci sono le Panini, oggetto di mercato e di collezione, di culto e di scambio, ma sono dedicate ai calciatori famosi, parecchi dei quali, notiamolo, compaiono in questi album indossando di volta in volta magliette dai colori diversi, venduti e rivenduti come sono da una squadra all'altra. Il boom precedente apparteneva agli anni Quaranta e portava il nome prestigiosamente dolciario della Perugina: un'ubriacatura nazionale della quale mi sono occupato anni fa pure nelle mie dispense, perché quelle figurine da raccolta lì erano non solo un tramite di comunicazione pubblicitaria che portò alle stelle la cioccolaterìa nazionale coinvolgendo pure il Duce («Vi dico, e vi autorizzo a ripeterlo, che il cioccolato Perugina è buono», affermato con lo stesso piglio di quando scandirà, alla caduta di Addis Abeba, «Vi annuncio il ritorno dell'Impero sui colli fatali di Roma»), ma un vero e proprio, irrepetibile, fatto di costume. Esse riproducevano i personaggi, disegnati da Angelo Bioletto, di una storia inventata da due sceneggiatori radiofonici di primo piano, Nizza e Morbelli, parte in prosa e parte in versi. I cui protagonisti erano, ammodernati (Aramis portava alla cintura non la spada ma una mazza da golf) i quattro moschettieri dumasiani, ma anche maschere della Commedia dell'Arte, attori del cinema e vari personaggi di storie classiche. La storia divenne libro, ma prima era stato programma radiofonico a puntate, i cui appuntamenti settimanali avevano uno share (interetà, si badi) che nessun programma televisivo odierno potrebbe mai sognarsi. Interpuntato da nonsenses narrativi buffi e basta. Un esempio? Incipit di capitolo: «Sta Luigi, / re di Francia / con tre pulci / sulla pancia. / Una salta, / un'altra vola, / una tira / la pistola».

Trovata pubblicitaria le Perugina? Sì certo, ma è difficile trovarne un'altra che abbia avuto un successo di tale dimensione e durata sul piano dell'enterteinement. Però, andando all'indietro, troviamo appunto il prototipo, il monumento: tre quarti di secolo di figurine Liebig, trovata pubblicitaria anch'essa, ma debordata in fatto comunicativo generale, sulla quale ancora adesso si battono aste ed esiste un circuito collezionistico di tutto rispetto. Le Liebig erano e son rimaste simbolo unificante di un'idea industriale, un'idea commerciale ed un'idea culturale. Possederne l'intera raccolta significa infatti possedere una signora enciclopedia universale, e popolare, del sapere. Oltre che una vetrina d'oggetti di grande attraenza estetica, poiché vi hanno lavorato squadre di disegnatori finissimi, di illustratori di assai alta qualità. I suoi album sono composti di fogli cartonati fessurati in modo da poterne infilare sei per pagina senza incollare e lasciandone scoperto anche il retro. Anche sotto questo profilo, cioè, qualcosa di fatto proprio per durare. I soggetti di queste figurine? Tutto. Divise in serie di sei, e di multipli di sei, e riuscendo a ordinarle tematicamente negli album via via che si acquisivano (accompagnanti sfuse il singolo pezzo portato a casa con la spesa dal negozio, o comprate a pacchettini prima tenuti con l'elastico e poi cellofanati, sempre di sei) venivano costruendo una biblioteca di consultazione, che aveva valenza sia genericamente conoscitiva che anche di apprendimento scolastico. Le dimensioni: cartoncini di 7 cm x 11, colorati. Marchio Liebig ben visibile, con la riproduzione dell'autografo del professor Justus. La facciata era un quadretto complesso ma molto nitido, mentre il verso era scritto e diviso in due: su una metà di esso spiegazioni e notizie relative a quella particolare illustrazione, nell'altra metà informazioni sull'uso dell'estratto di carne per sughi, brodo, insaporimento di cibi diversi e notizie storiche sul prodotto e sul suo valore nutritivo, slogan propagandistici, ricette.

E' il momento, fin troppo già ritardato, ma appositamente, di parlare del contenuto di queste figurine. Mi rifaccio a quelle sole che ho io, che saranno un migliaio, delle decine di migliaia uscite nei decenni. Sempre per multipli di sei, vi sono raffigurati tutti gli episodi storici salienti, civili o bellici, dell'umanità; tutte le religioni e tutte le mitologie; le riproduzioni di tutti i monumenti ed opere d'arte ed architettoniche di riconosciuto valore, i ritratti e i momenti biografici essenziali di regnanti, condottieri, statisti, artisti, scienziati, letterati, filosofi, esploratori, navigatori; tutti gli animali e le piante nel loro habitat, e le particolarità geografiche del pianeta, con le sue ere geologiche e la sua preistoria, e i dettagli conosciuti dell'Universo. E ancora, usi e costumi, artigianato, tecnologie diverse dalla fabbricazione del formaggio a quella dei transatlantici; storia delle armi e degli oggetti d'uso, pettinature e cosmetici, la chimica, la fisica, l'elettricità, i minerali; personaggi e filo conduttore di romanzi, tragedie, opere liriche; i mezzi di trasporto e le forme di comunicazione... Mi fermo, non per essere stato esaustivo ma solo perché persuaso di aver fornito sufficiente campionatura. In un periodo in cui i libri ed i giornali erano ancora un prodotto grandemente elitario, questa era dilagare nozioni e rappresentazioni visive altrimenti difficilmente accessibili all'interno di famiglie di vario livello sociale, e oltretutto esposte in modo assolutamente semplice. Noi, per assefuazione, pensiamo sempre meno a com'era il mondo prima della televisione e quanta gente trascorreva la propria intera vita senza aver mai visto non si dice le Piramidi ma il mare, l'acqua al posto della terra. Bene, quelle figurine erano uno schermo aperto sul mondo quant'era grande e sul passato quant'era profondo. Ci fosse un premio per la maggior benemerenza divulgativa complessivamente raggiunta in contesto epocale (c'è? non c'è? confesso di non saperlo) è alle figurine Liebig che andrebbe conferito.

Chi possieda un'intera collezione Liebig, e non saranno certo moltissimi al mondo, possiede un bene iconografico preziosissimo e il nome di quest'uomo - legato da un lato alla diffusione di scompensi biogenetici in agricoltura e dall'altro a una formula divulgativa nata in una società allora in gran parte ancora analfabeta e proseguita per tutto l'arco del tempo in cui "multiplo di immagine" ancora voleva dire figura stampata con inchiostri su carta e non conosceva alternative se non nella fotografia - marchia qualcosa di molto importante. Che risiede solo in parte nel tramite innovativo da lui scoperto fra la chimica applicata alla zootecnia e le nostre mense, ma risiede, e proprio a far capitolo, nella storia della comunicazione, nella storia dei media. Adesso, a far da equivalente a un'impresa mediatica come quella che porta il suo nome, e che oggi non avrebbe senso, nè modo d'essere applicata, la nostra televisione ha i programmi divulgativi dei due Angela, padre e figlio, che sono settoriali, e quelli zoologici condotti dalla Licia Colò, o sanitari di Michele Mirabella, mentre una tuttologìa in pillole caratterizza i troppi e fessi programmi basati su quiz a premi che la Mafalda di Quino o la Lucy di Schultz liquiderebbero con uno dei loro «Blèah!». La pubblicità qualche merito ce l'ha, ogni tanto, ma sono davvero pochini, oggi come oggi, dato che tende soprattutto a irretirci quando non addirittura a schiacciarci, e qualcosa del genere delle Liebig proprio neanche se lo pensa più. I bambini trovano pupazzini di plastica nei gelati e nelle merendine e gli adulti facsimile di vecchi orologi o antichi accendini in edicola. Invece i giornali hanno cominciato a promozionarsi con libri acclusi e questo bisogna dire che invece funziona ok per due motivi: il primo perchè hanno copertine curate e buone rilegature mentre in libreria troviamo brochures meno solide e che costano il doppio; e il secondo perché si tratta costantemente di titoli ben scelti. Tant'è vero che io non li prendo mai perché li ho già tutti da anni. Ma la divulgazione è appunto questo: fornire a chi non ce l'ha ancora qualcosa di invece autonomamente ben noto ai più coltivanti attenzione abituale. Divulgare sciocchezze invece andrebbe punito: c'è una cosiddetta "pubblicità progresso" sull'economia, in giro per ora, che trovo abbastanza scandalosa. Ma ne parlerò la prossima volta.