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Categoria: Secolo postmoderno

Nello scorso aprile Raffaele Simone ha tenuto una conferenza alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste e una mia studentessa di quell'Università me ne ha fatto avere gli appunti qui a Palermo pensando mi potessero interessare. In una mia lezione dell'anno scorso lì avevo infatti citato un suo saggio ("La terza fase", editore Laterza) riguardante "le forme di pensiero che stiamo perdendo". Simone insegna Linguistica Generale a Roma (La Sapienza), e la terza fase cui si riferisce è quella telematica. La prima era stata, secondo la sua suddivisione, quella dell'espressione alfabetica e la seconda quella della stampa.
Simone considera, a ragion veduta, pericolosamente regressiva dal punto di vista mentale/culturale la svolta tecnologica di questi anni che ha invece segnato un enorme progresso nella facilità con cui si possono emettere e ricevere messaggi in tempo reale e senza limiti di distanza. Il rischio cui egli vede esposta l'umanità è quello che nasce dal "disordine sensoriale" creato dall'elettronica con il ritorno alla iconicità ed all'oralità dei linguaggi, i quali distolgono l'occhio dai percorsi lineari e strutturati cui l'aveva abituato la lettura. Inchiodandolo invece alla fissità passiva con cui si osservano le immagini; che chiedono solo di essere guardate e non anche decodificate, impigrendo così l'attività cerebrale. E promuovendo inoltre, rispetto alla vista (la cui esperienza così non è più diretta ma di seconda mano), il ruolo dell'udito che è un senso rispetto ad essa più impreciso. Sì che ora più facilmente crediamo di aver capito senza però in realtà aver davvero capito.
Nella sua conferenza triestina Simone spinge ancora più avanti le conclusioni della propria elaborazione concettuale, definendo la cultura digitale una vera e propria barriera fra gli esseri umani e il contatto con la realtà. La quale ha per conseguenza la sostituzione alle esperienze vissute, che hanno fondato il progresso del pensiero umano lungo millenni, d'un'esperienza complessiva che è soltanto virtuale. Esplorando il mondo attraverso un rettangolo di vetro ci illudiamo cioè di apprendere ciò che invece ci viene filtrato con alterità di criteri. E noi stessi finiamo per sostituire a un modo di esprimerci "proposizionale" (cioè funzionalmente logico e storicizzato) un modo di esprimerci invece "apotropaico" (cioè scaramanticamente simbolico, quasi magico).
Devo dire che, pur condividendo e non da ora tutte quante le diagnosi di Simone - cui ero del resto anche autonomamente pervenuto - e la lucidità con cui le espone, non riesco però a seguirlo nelle accentuazioni di oltranzismo quasi luddistico che hanno caratterizzato questa sua conferenza peraltro molto opportuna sotto il profilo della messa in guardia, e anche molto seguita. Definire con risolutezza, come egli in quest'occasione ha fatto, la telematica "un'impostura", l'ipertestualità "una follìa", l'Università via Internet "sinistra e perturbante" (anche se onestamente preoccupa pure me assai la perdita del rapporto diretto fra chi insegna e chi impara), mi sembra eccessivamente radicale e massimalista. E anche il suo apposito continuare a chiamare "calcolatore" il computer, pur volendo dire computer appunto calcolatore, mi sa proprio essere una deliberata dichiarazione di disprezzo implicito.
Eppure non so più oggi, infatti, come io stesso - che pure vivo anch'io i suoi timori - potrei lavorare facendo a meno del computer e delle sue multiformi risorse di produzione, velocità, ricerca, capacità di contatti. La verità è che questi problemi vanno affrontati allo stesso modo di quando a suo tempo s'imposero per l'introduzione delle tecnologie elettroniche nelle redazioni dei giornali, una ventina d'anni fa. Ero vicesegretario nazionale della Federazione della Stampa, il sindacato dei giornalisti italiani, e mi trovai in polemica aspra con la maggior parte dei miei colleghi, che rifiutavano le "macchinette" (così allora le chiamavano) al grido di "noi siamo giornalisti e non poligrafici!". Io invece sostenevo che a questa innovazione non si poteva opporsi - in modo oltretutto fatalmente velleitario - ma che occorreva invece fare in modo fossimo noi a impadronircene, controllarla e governarla. E pur di farla passare senza guerra gli editori ce l'avrebbero pure concesso. Invece lo scontro fu frontale, noi lo perdemmo e la controparte editoriale lo stravinse. Oggi i giornalisti, allora dimostratisi così poco lungimiranti, stanno pagando salata la loro subordinazione a un desk nella gestione dei cui processi allora rifiutarono d'entrare pretendendo solo un risarcimento economico.
Lo stesso vale adesso per il WWW: noi dobbiamo governare lui e non lui noi. Le mutazioni di linguaggio vanno scelte creativamente e non subìte meccanicamente, nè ci si può arrendere al "mostro" (perchè rifiutarlo e basta, rinunciando a mettergli redini, è appunto nient'altro che resa). Guidare un'auto è sicuramente più difficile che usare un computer e mio nonno aveva bisogno di uno chauffeur, ma oggi ognuno di noi conduce con tutta souplesse la propria. Impegnando contemporaneamente entrambi i piedi sui pedali, le mani su sterzo cambio e comandi delle luci di direzione, gli occhi su strada segnaletica retrovisori e cruscotto, e magari sentendo nel mentre un giornale radio o conversando col vicino di sedile. E' pure vero che l'auto uccide quotidianamente (più del treno, dell'aereo, del natante, dell'alcool e del tabacco) e che anch'essa inquina, ma l'esempio vale anche per questo. Dobbiamo cioè mantenere sempre sveglie le nostre autodifese ed affilate le nostre risorse d'intervento polemico e d'iniziativa correttrice.