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Categoria: Secolo postmoderno

Pierre Bordieu, sociologo francese particolarmente dedito allo studio dei media, aveva pubblicato qualche anno fa un interessante libretto tradotto in Italia mi pare (non l'ho sottomano) da Feltrinelli, in cui veniva con fredda malinconia illustrata l'inaffidabilità della televisione non in quanto medium ma in quanto normalmente gestita - al di là delle apparenze - più politicamente che giornalisticamente (cioè informativamente). E un anno fa, poco prima della sua morte, ha documentato con un mini-saggio uscito su «Reset» come persino quei programmi che sembrano meno unilaterali e più aperti, cioè i talk-shows, espongano come più dominante la figura del conduttore - il quale è pur sempre un fiduciario del backstage - che quella degli ospiti pur presenti solo in quanto si chiede loro un parere presunto essere qualificato ed autorevole, ma poi di fatto menomato da incalzari interruttivi di vario tipo che ne limano la possibile rispettiva persuasività. Si può dire che uguale "coltello dal manico" sia spesso anche in possesso della stampa cartacea, ma essa intanto ha minore audience e poi una forza suggestiva enormemente inferiore rispetto alla Tv.

 

Alla fine del corrente mese di luglio avverrà in Italia qualcosa che - sotto le specie formali della concorrenza - ingesserà invece ulteriormente il sistema informativo da noi vigente, il quale è duopolistico nella gestione ma di fatto monopolistico nelle scelte di contenuto. Si tratta dell'ok dato all'ingresso delle due nostre pay-tv «Telepiù» e «Stream» nell'impero del supereditore australiano, ma cittadino americano, Rupert Murdoch, che le ha già societariamente fuse in «Sky» (cinquanta canali tuttologici, dalle news quasi internetiche, cioè aggiornate ogni 30 minuti, al cinema mondiale, al calcio di tutti i campionati) con una tariffa di abbonamento molto bassa per l'utenza. Si sa chi è Murdoch, il quale voleva comprare Mediaset ma che adesso preferisce affiancarla o farle da fratello maggiore, corteggiando insieme parecchi noti volti e firme Rai. E' cioè l'editore di riferimento della destra chiamamola occidentale. Proprietario nientemeno che di quel mostro sacro che è «The Times» e di altri tre quotidiani inglesi non di secondo piano, del «New York Post», e non solo, negli Stati Uniti, di dieci grandi reti televisive in questi due Paesi ma anche in India e in Giappone, e di una delle maggiori produttrici cinematografiche del mondo, la «Twentieth Century Fox».

 

Le sue testate, ovunque dislocate, non hanno misteri di schieramento: in Gran Bretagna hanno sostenuto la Thatchter, e la Thachter ha dovuto loro successo finché non s'è visto Blair spostare verso destra il Labour Party e Murdoch subito spostare conseguentemente appoggio su di lui. Negli USA i media Murdoch sono il puntello di Bush II. In Italia il rapporto referenziale neanche occorre precisare con chi sia. Il programma già enunciato è catturare audience con qualunque mezzo e offrire dunque agli inserzionisti pubblicitari tutte le fascie di target possibili. Spregiudicatezza è il cartiglio araldico di questo imprenditore, e lo dimostrano anche le sue avances con Pekino per fare Tv persino nella imprevedibile Cina che si proietta avanti adesso. La Rai, servizio pubblico già in difficoltà, è impressione generale possa uscire a pezzi da questa iniziativa. Che si prepara a rovesciarci addosso intrattenimento fidelizzante/obbligante d'ogni genere, ad orientare vieppiù comportamenti e consumi spottisticamente e paraspottisticamente, a pilotare opinione pubblica con l'uso delle news. Non altro la conoscenza che già internazionalmente si ha di questo marchio promette. E dunque è a chi ancora ritenga che giornalismo sia altra cosa da ciò (il capo di questa impresa è uno - vedi casistica - che ritocca personalmente gli editoriali dei propri direttori, ed ha il licenziamento facile) che la presente segnalazione, per quel che può valere, viene indirizzata.