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Categoria: Secolo postmoderno

Un'occhiata alla prima pagina di un quotidiano italiano di un giorno qualunque. Così, per fare un po' di ginnastica. C'è anche chi ha scelto di farla per una tesi di laurea, una ginnastica così, e io ne sono contento. Ci fa in fondo capire che un titolo di giornale, quelli grandi specialmente, in cima alla pagina, offrono quasi sempre due letture, qualche volta anche tre (quella dell'intenzione, quella effettiva, quella recepita). E anche quando mostra di contenere una notizia inequivocabile, diciamo «Uccide la madre a coltellate», poi c'è qualcosa che invece manca, cioè il soggetto che ha compiuto l'azione. Un impiegato di banca, un ragazzo drogato, un pastore ubriaco? magari la padrona di una salumeria; perché può essere anche una donna, no? C'è comunque il modo di farlo capire lo stesso: la qualifica sociale in piccolo nell'occhiello o nel sommario, accanto all'indicazione del luogo dov'è successo, oppure una grande fotografia subito sotto il titolo; d'archivio: in blu il giorno del matrimonio, o la segnaletica subito dopo l'arresto: spettinata e con la faccia contratta. Una volta, quando i titoli erano meno "strillati" e i caratteri più stretti, ci stavano più parole e allora si poteva fare «Capostazione uccide la madre a coltellate». Ma ora che l'obesità dei segnali tipografici è la norma e che i titoli seguono le regole delle insegne dei negozi (deve bastare una riga sola), un titolo di sette o otto parole è già lunghissimo, di dieci o dodici impensabile.

Bèh, ce l'hanno insegnato gli anglosassoni e noi dietro, che pure rispetto a loro di parole monosillabiche non ne abbiamo poi tante e chiamiamo «fucile» o addirittura «carabina» quello che loro chiamano «gun». Ma poi un titolo che deve fare? quando si è costretti a scegliere, il concetto di madre assassinata è certamente più importante dell'indicare chi fu lo scellerato e anche il modo («a coltellate») prevale sul complemento di luogo («in strada»). E allora delle famose cinque "w" ne basta una sola, «what» (cioè «uccide») e perfino sul «where» prevale il «how» che la "w" ce l'ha pure, ma in coda e non come iniziale, e dunque dovrebbe restar tagliata fuori come sesta, non canonica e non richiesta dai Soloni del ramo. Insomma un pentalogo che sta diventando pure inutile imparare. Perché perfino l'articolo, per il cui lead esso era stato coniato, scopriremo che comincia, metti, «Tragedia della follìa cui si è pervenuti dopo anni di litigi causati da un'eredità» oppure «"Aveva un aspetto così per bene", afferma la portiera dello stabile dove abitavano». E anche questo dipende dal fatto che qualcun altro (stavolta la televisione) ha insegnato che in primo piano vanno le immagini. E si può facilmente costruire anche codeste con le parole promuovendo ad «incipit» la loro schermata.

Facciamo qualche confronto sul reale. Titoli di cronaca, ecco una accanto all'altra le aperture di 1.a pagina dei tre maggiori quotidiani nazionali (martedì 20 aprile). «Repubblica»: «Virus, giro di vite in Italia»; «Corriere della Sera»: «Otto casi in Italia. Ma il virus rallenta»; «La Stampa»: «Virus, in Italia otto casi sospetti». Una parola in comune per tutti e tre, «virus». Ok, è di lui che il lettore vuole sapere (non occorre neanche più chiamarlo «virus killer» come i primi giorni: ci siamo abituati e si risparmiano sei lettere e uno spazio). E cosa gliene diciamo? «La Stampa» lo allarma, con quel numero stampato in corpo 60 o 72, «Repubblica» invece cerca di tranquillizzarlo: «giro di vite» vorrà dire "più controlli", no? Il «Corriere» sta in mezzo: dà insieme la brutta e la buona notizia e per farlo divide in due, cosa del tutto inconsueta se non addirittura fuori dalle regole (ma che importa?), il titolo con un punto. Non c'è dubbio che la soluzione più equilibrata, ma anche più professionalmente corretta, è la sua.

Cambiamo giorno. Sabato 3 maggio, ancora tre titoli uguali, o che lo sembrano, stavolta su un eclatante esito giudiziario. «La Stampa»: «Andreotti assolto anche in appello»; «Corriere della Sera»: «Andreotti assolto a Palermo anche in appello»; «Repubblica»: «Andreotti, nuova assoluzione» a Roma e «Andreotti assolto e prescritto» nella sua edizione di Palermo. Pure stavolta identico il tema, identico il soggetto; paiono tre titoli (anzi quattro) uguali, anche il participio «assolto» hanno in comune in tre mentre l'altro, ma non cambia niente, reca il sostantivo derivato. E invece no, sono diversissimi e nessuno di essi sembra allontanarsi dalla cronaca. Ma, appunto, sembra. Vediamo un po'. Il titolo del «Corriere» aggiunge a quello de «La Stampa» solo la localizzazione. Ma perché, per una mera indicazione geografica? No: perché qualche mese fa in seguito a un'accusa di analoga ombra mafiosa anche se più grave, l'uccisione del giornalista Pecorelli, era stato invece condannato a 24 anni, sempre in appello ma dalla corte di Perugia. E quindi occorre che quell'«anche» recato da entrambi i giornali (era già stato assolto in primo grado ma la Procura aveva presentato ricorso) venga illuminato da un riferimento alla diversità della sede. Il che è reso necessario dal fatto che nel recepimento di una notizia così sinteticamente data scattano nel lettore, che normalmente non è un giureconsulto, degli automatismi: prima condannato e poi assolto? ah, allora alla fine se l'è cavata. Come se si trattasse di una vicenda giudiziaria unica e in più tempi e non di due distinte. Sapete in quanti l'hanno interpretata così? Diciamo però pure che, salva l'intenzione, neppure quel «a Palermo» basta: perché la gran parte, appunto, l'ha intepretato come un semplice complemento di luogo e non come un'indicazione significativa. Solo qualche giorno dopo, in articoli e non in titoli, tutto l'insieme veniva decifrato ed esposto per com'è.

Non parliamo, poi, di «Repubblica» edizione nazionale: al posto di «anche» c'è «nuova» ed è un altro modo di lasciare ignorata Perugia, come se quella delle assoluzioni fosse catena ininterrotta. Più preciso, anche se in altra direzione, il pur più sintetico titolo dell'edizione siciliana di questo giornale. che al soggetto Andreotti aggiunge solo due aggettiviparticipiali. Uno dei quali è ovviamente lo stesso («assolto») degli altri giornali, ma affiancato da un altro («prescritto») il quale vuol dire una cosa importante, ma che - ahiàhi - non è alla portata decodificatoria della gran parte dei lettori. Cosa vuol dire «Andreotti prescritto»? «Prescrivere» è un verbo a doppio significato: "ordinare" e "annullare/cancellare». Il medico prescrive/ordina le medicine, il codice prescrive/fa decadere un reato. E per giunta qui è usato in senso traslato: prescritto in realtà è il reato, non il soggetto cui è attribuito e intorno al quale si crea così un nonsenso sia grammaicale che concettuale. La sentenza, ma il titolo questo non lo rende, dice semplicemente che questo esponente dc è assolto per i reati di cui era stato accusato che sono posteriori al 1984, mentre invece non è giudicabile per quelli imputatigli come anteriori a detto anno. I quali, nelle more di questo decennale processo, sono intanto caduti in prescrizione. La corte cioè assolve per i presunti rapporti con la mafia vincente, e più feroce, dei cosiddetti "corleonesi" (Riina e Provenzano, eredi di Luciano Liggio) e invece non può più pronunciarsi su quelli, precedenti, con la mafia metropolitana degli Inzerillo e dei Bontade ("famiglie" perdenti) mediati dal suo luogotenente siciliano nella DC Salvo Lima, nel frattempo ucciso per essere venuto meno a patti. Sotto questo profilo la sentenza da un certo punto di vista migliora e dall'altro peggiora quella di primo grado, la quale assolveva per l'intero arco di tempo ma con una formula dubitativa equivalente a quella dal precedente codice penale chiamata dell'«insufficienza di prove».

Il titolo certo non è tutto: uno poi si dovrebbe leggere l'intero articolo, cosa che non tutti fanno; e poi un titolo è circondato da una serie di apparati, scritti più in piccolo e dunque spesso sorvolati, sopra e/o sotto di esso. Ma è la sua intrinseca forza suggestiva quella che sempre predomina e resta poi fissata in memoria. Ed ecco allora nascere una riflessione: come si potrebbe correggere per esempio questo secondo titolo di «Repubblica», che pur dicendola tutta o quasi, a differenza degli altri due, però non la fa capire? I titoli, in redazione, sono spesso frettolosi, compilati guardando l'orologio, e obbedienti a schemi prefabbricati. Ma non dovrebbe essere così. Non voglio dar lezioni a nessuno, me ne guardi quello che si ritiene essere lassù, ma sapendo che questo è l'elemento più delicato di tutta la pagina, ero capace di scervellarmi per un'ora, mettendoci su la testa per tempo, anche su uno solo di essi e riempiendo di fogli appallottolati un intero cestino. Nella fattispecie cosa si sarebbe potuto fare? Vediamo un po'.

Tralasciando i passaggi mentali intermedi vengo subito a una soluzione di capolinea. Per quanto riguarda la suddivisione interna di questa sentenza (titolo dell'edizione di Palermo), quanto basta lo direbbe una riga di questo tipo: «Mafia: Andreotti assolto dall'84 in poi», oppure «Andreotti e mafia: assoluzione per il post 84». Lo vogliamo accorciare senza che perda niente? Una grande foto del personaggio che incastoni il titolo stesso, e possiamo eliminare il nome del soggetto guadagnando nove battute. Nella variante che ho qui accoppiato occorrerebbe invece una sostituzione pronominale: «Lui e la mafia:...» e le battute guadagnate sarebbero comunque quattro. Veniamo al titolo nazionale: una versione più descrittivamente esatta di quanto va comunicato potrebbe essere la seguente. «Andreotti va in pareggio: una condanna e un'assoluzione»; riducibile anche in questo caso col dare a questo titolo soggetto fotografico riconoscibilissimo e senza neanche più bisogno allora di quel «va in» (il titolo può benissimo cominciare con «Pareggio:...». sicché le battute guadagnate sono stavolta quindici.

Insomma, i titoli sono una cosa difficile e spesso vanno aiutati dalla grafica delle immagini, come fa costantemente «Il Manifesto» e praticamente quasi mai gli altri, tranne i settimanali, ed è per questo che di solito li redigono i capiservizio, i redattori capo o, certi, addirittura i direttori. Un altro espediente riduttivo ma che è meglio non usare, anche se sovente ce lo troviamo di fronte è, qualora più corto e se il personaggio è famoso, quello del nome di battesimo. «Giulio», quante volte lo avete letto al posto del suo cognome? Lo stesso per «Silvio»: «Berlusconi» son dieci lettere, e poi chi altro nel firmamento italiano si chiama così? Col Pellico non lo confondono sicuro. Prodi, invece, non diventerà mai «Romano» perché il suo cognome è già corto quanto serve. Tutto questo per dire che i nomi propri nei titoli sono sempre un certo problema, e che per esempio a far diventare «Trap» Trapattoni non sono stati i giocatori da lui allenati ma i titolisti dei giornali: mica tutti hanno il previlegio,chiamandosi (Dario) Fo, di poter vedersi allineare tante parole tutte per lui in un titolo in cui lascia a disposizione tanto spazio. Anche l'ex sindaco di Trieste Illy era avvantaggiato: quattro lettere ma, a parte l'ultima, le altre sottili come grissini. Vuoi mettere con l'attuale sindaco di Palermo, che fa «Cammarata»: un quadrisillabo che quelle due "m" stazzanti una battuta e mezza l'una rendono un tipografico panzer?

Faccio spesso anche in aula di questi esempi ai miei studenti del corso di laurea in Giornalismo, ma qui bastano le due comparazioni appena illustrate. Le quali meritano appena un'altra sottolineatura: che molto spesso non si tratta di superficialità dell'autore, in titoli così, bensì di una genericità apposita; che non sarà rispettosa della precisione e dell'esaurienza ma che vuol comunicare solo un aspetto positivo e far fare così miglior figura ad un protagonista di primo piano. I computer, con la rigidità dei loro layout predeterminati, ci impediscono la scioltezza con cui i tabloid anglosassoni fanno anche efficacissimi titoli verticali («The / job / is / ok» dove noi dovremmo collocare un «Il lavoro / è assicurato» o, in altro caso, ricorrere ad abbreviazioni e termini stranieri: «Stop / dei / prof / sul / 24 / bis», per dire). Per non parlare della lotta dei tedeschi con una struttura linguistica che prediligeva - e ora deve tendere ad emanciparsene - le parole composte: Nordeisenbahngesellschaftdirektorgatin non altro è che «la moglie del direttore della società per le strade ferrate del nord», e già a pronunciarla ci riescono soltanto loro.