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Categoria: Secolo postmoderno



Quando avevo sei anni mio padre mi regalò una grande carta geografica dell'Etiopia, che però allora chiamavamo Abissinia, incollata su uno spesso cartone, e una bustina piena di bandierette italiane che per asta avevano uno spillo. L'avevo appesa nella mia camera e ogni sera cercavamo i nomi delle località conquistate dalle nostre truppe per piantarci sopra il tricolore. Occorsero sei mesi perché ne fosse zeppa e quando l'ultima fu infilzata su Addis Abeba anche l'Italia aveva avuto il suo impero coloniale. E' un ricordo che non può non riemergere ora che da venti giorni la seconda pagina di tutti i quotidiani è occupata da una carta dell'Iraq, sulla quale ogni giorno si allungano le frecce e i tratteggiati che indicano le direttive di marcia e le zone occupate dall'armata angloamericana, anzi americoinglese, e i cerchietti mostranti le città bombardate.

Da un po' di giorni, nella stessa pagina, c'è anche una pianta topografica dell'immensa Baghdad (sei milioni di abitanti), graficamente trattata allo stesso modo per far vedere i progressi penetrativi dei marines nella capitale di Saddam Hussein. E, prima ancora di leggere i servizi che ci sono nelle pagine successive, il lettore ricava così a colpo d'occhio, attraverso un messaggio visuale, se e come la situazione nelle ventiquattr'ore sia cambiata. Non si tratta, naturalmente, di rifare disegni, è tutta grafica computerizzata. E a fianco ci sono le sagome dei carri armati, degli elicotteri e degli aeroplani impiegati nelle azioni. Nel 1936 i gas asfissianti, già usati in Europa alla fine della prima guerra mondiale come poi il napalm dagli Usa in Vietnam, facevano parte delle dotazioni militari segrete a disposizione del generale Graziani (e gli storici polemizzano ancora sul se e sul dove fossero stati usati) e oggi si dice invece ne disponga il Raìs, ma anche qui va fatto vigere il condizionale perché la guerra l'ha già persa e il suo paese è già praticamente espugnato ma l'arma chimica ancora non l'ha usata.

Il nostro tema resta comunque quello della cartografia mediatica. Il Senato Accademico del nostro Ateneo ha disposto che nella giornata di lunedì scorso anche durante le ore d'aula si venisse incontro alle richieste degli studenti di discutere se questa guerra mesopotamica fosse giusta e quanto fossero invece prevalenti le ragioni della pace. E io ho unito questo giudizio propostoci con le tematiche della comunicazione giornalistica che improntano il corso di laurea di mia pertinenza. Per dire che questa nuova messaggistica quotidiana dovrebbe a questo punto allargarsi a mappamondo. Così ci verrebbe offerta migliore possibilità, sempre tramite computergrafica, di valutare anche i contesti di questo sanguinoso macello tutt'altro che edificante per entrambe le parti, e pesante soprattutto sulla popolazione civile di quella nazione araba. Una cartografia generale ci permetterebbe infatti non solo colpo d'occhio sull'attualità ma anche percezione di strategie e proiezioni futuribili.

E percepiremmo così come l'Iraq, sia pure pari alla Nordcorea, per dire, dal punto di vista della tipologia e della pericolosità del suo regime, abbia caratteristiche molto diverse sotto il profilo invece della geopolitica. Ricchezze del sottosuolo a parte, esso occupa un'area che incerniera tre continenti, Europa, Africa ed Asia e consente (non ad esso, per sua natura, ma a una potenza che ne assumesse il controllo) vigilanza e influenze onnidirezionalmente esercitate pur da un'Oceano di distanza. Se dunque questa è un'operazione non solo militare ma appunto soprattutto geopolitica (uso questo termine perché la parola "imperiale" era ormai stata bandita dalla Storia) sarebbe appunto una carta planisferica quella che ne fa evidenziare connotati e rischi. Tali da far preoccupare Onu ed Europa, da non piacere al vasto mondo islamico e neanche alla Russia ed alla Cina, creando insomma mondiali punte d'allarme di politica internazionale, economiche e statuali. Tornando a uno squilibrio non conosciuto più da mezzo secolo e rendendo così di nuovo precario il futuro non solo nostro ma quello pure dei nostri figli. E siccome è da questo che occorrerà adesso ripararsi, se una computergrafica di seconda pagina cominciasse a mostrarcelo non sarebbe poi male.