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Categoria: Secolo postmoderno

Ci si imbatte ogni tanto, scorrendo i titoli dei quotidiani, in episodi di traslazione lessicale che sono causati da necessità spaziografiche. Ma sì, niente paura, lo posso dire anche con parole meno difficili: è quando il numero di caratteri che possono entrare in una riga è troppo piccolo per contenere una parola lunga e allora si va in cerca di un suo sinonimo più breve, che invece ci stia. Un problema che si pone pure con gli SMS, no? La disponibilità di display è quella che è e allora si operano abbreviazioni, elisioni, siglature varie. Ma in un titolo di giornale come si fa? Può essere mai che si scriva «18 mrt in autostr. x colpa di 1 gatto», sette colonne in apertura di pagina, solo perché la riga non può oltrepassare i trentasette caratteri spazi inclusi e quindi «Diciotto morti in autostrada per colpa di un gatto» non ci sta? No certo, e allora si farà (tanto per dire, dato che le varianti possibili sono diecine e tutte certo migliori) «Passa un gatto ed è strage sulla A-12». Trentasette caratteri precisi, dunque ok.

Citiamo un caso reale, per capirci meglio. Quando papa Wojtyla andò a Montecitorio per parlare alle Camere riunite di tante cose ma anche di amnistia, tutti i giornali titolarono su quello. Era un titolo grosso, naturalmente, perché un pontefice in Parlamento fino a quel momento non s'era mai visto, e più pesante è il suo "corpo" meno caratteri ci stanno. In questi casi spesso ci si spiccia mettendo una frase tra virgolette. E allora, «Il Papa» e poi due punti; e dopo? Bèh, cosa chiede e per chi. E più o meno tutti i giornali hanno messo tra le virgolette «clemenza per i detenuti» (che è più corto di «carcerati», anche se di poco). Chi fra virgolette, risparmiando così la parola «chiede» e chi no. Un giornale, però, che aveva un titolo con un carattere più largo degli altri, non scrisse «clemenza» ma scrisse «pietà». Un agile bisillabo al posto di un trisillabo debordante. Però - facciamo attenzione - era lo stesso?

No che non lo era. Per due motivi: perché la parola usata dal papa era proprio «clemenza»; e perché «pietà» non vuol dire clemenza, è un'altra cosa. O meglio, risponde a un concetto diverso. Vedete, nonostante ci siano dizionari dei sinonimi che pesano mezzo chilo io sono dell'opinione che le parole veramente sinonime non esistano o che siano comunque (inciso: non solo nei SMS ma ormai anche nelle e-mail invece di «comunque» si è cominciato a scrivere «cmq» e ci si capisce lo stesso; c'è un grande futuro dietetico sul cammino della lingua, e si strappino pure i capelli Crusca e cruscanti) pochissime. Se ci sono infatti più vocaboli per dire la stessa cosa, non si scappa: ciascuno la descrive con una sfumatura diversa. Certo, sedia e seggiola si convalgono e possiamo dire indifferentemente sommergibile o sottomarino. Ma la seggiola, essendo in realtà un derivato diminuente è meno imponente e solida e alcuni ruoli le sono preclusi. E quanto agli altri due termini, nati entrambi come aggettivi, uno si riferisce a cosa che può sommergersi e l'altra a cosa che sott'acqua permanentemente sta (un fondale, una foresta di coralli). Sarà dunque più corretto, parlando di sinonimi, non prenderle per parole che hanno eguale senso ma considerarle come termini il cui senso è invece solo somigliante. L'una non vale l'altra, e l'una e non l'altra a seconda dei casi andrà usata.

E possiamo adesso tornare a clemenza e pietà. Clemente può essere un'indole o un indirizzo, o anche un clima, e clemente - se stiamo alla fattispecie - è spesso pure una condanna, intesa come riduzione di una pena. Pietoso invece è un moto dell'anima, è compatire, commiserare, aver considerazione d'una sorte immeritata. Nonostante quest'ultimo termine appartenga di più alla sfera religiosa (pìetas, pio) e il primo sia più laico, Wojtila è proprio quello che ha consapevolmente usato, parlando a un corpo legislativo e riferendosi ad àmbito giudiziario. L'altro l'avrebbe più propriamente usato se avesse voluto, in altra sede, indurci ad essere più prodighi di elemosine ai questuanti. Di quel titolo da cui siamo partiti possiamo dunque dire che ha semplicemente risolto un problema che fino a poco tempo fa chiamavamo tipografico ma che in punto di comunicazione è stato quanto meno superficiale, sbagliando così messaggio.

Non sembrino, questi miei, eccessi di minuziosità lessicale. Essi sono invece riferiti a un lavorìo mentale che ogni giornalista dovrebbe possedere inserito in automatico nel proprio motore. Non si può dire «Malvivente rapina un chiosco» se poi leggendo il pezzo si scopre che non è un pregiudicato ma un anziano rimasto disoccupato che non ha soldi per comprarsi le medicine. Certo che si tratta di uno che vive male, ma la somma di questo verbo e di questo avverbio non corrispondono certo al significato di quella parola lì. La tendenza a repertoriare parole e ad usare sempre quelle, quasi macchinalmente, è sì in parte dovuta alla rigida computerizzazione imposta oggi alla presentazione redazionale dei messaggi giornalistici, ma sull'altra parte cospicuamente incide un alto tasso di frettolosità operativa e di pigrizia mentale.

La nostra lingua sta a metà strada, come caratteristiche lessicali e di quantità sillabiche, fra l'inglese e il tedesco: il primo annovera una gran quantità di parole monosillabiche, nel secondo «Nordeisenbahngesellschaftdirektorgatin» è una sola parola. Significa: moglie del direttore della societò delle ferrovie settentrionali (la lingua tedesca adora le parole composte.) Ma questo spiega anche perché in Germania si siano usati tanto a lungo nella stampa i cratteri gotici, che sono più stretti e perché siano stati gli inglesi a inventare per i giornali il formato tabloid con titoli "verticali", cioè fatti di tante righe brevissime. Il computer, che nei nostri quotidiani impone ormai, per semplificazione grafica, titoli di una riga sola che però abbiano grande visibilità, costringe il loro linguaggio a icasticità anglosassone senza che però la lingua italiana vi si presti molto. Così il ripiego è appunto quello di scegliere ogni volta che si può le parole più brevi. E così troppo spesso invece di essere più efficaci si è più imprecisi.

Mi è stata proposta giorni fa una tesi di laurea che giudico molto interessante. Essa comporta uno screening di qualche mese da effettuare sulle prime pagine dei quotidiani, per stabilire quali sono i vocaboli più usati e in luogo di quali. Arrivando a quello sfoltito dizionario di tre o quattrocento parole che troviamo far titolo ogni giorno scremando le innumerevoli varietà contenute in un dizionario normale, la cui stazza conoscete. Si tratta infatti, in certo modo, di applicare lo stesso criterio che riduce a un librettino tascabile il vocabolario che si portano dietro i turisti in un paese straniero e che contiene solo il repertorio dei termini essenziali. Se non ci sentiamo, insomma, di cambiare un trend, quanto meno studiamolo. Che così, poi, di correggerlo e migliorarlo almeno ce ne verrà la voglia e i giornali stessi se ne avvantaggerebbero nel rapporto con i lettori.