Stampa
Categoria: Secolo postmoderno

Sia L'Ordine professionale dei giornalisti che il loro sindacato, ossia la Federazione della Stampa, sostengono oggi ufficialmente - e in questa direzione si muovono - che il tempo dei giornalisti selezionati e formati dagli editori è passato e che, come ogni altra professione, tocca all'Università di costruire anche gli addetti a questa. Il "Villaggio Globale" e la dilagante multimedialità dell'informazione, accrescendo la delicatezza e la responsabilità di questo ruolo sociale, rendono infatti incompatibile il criterio fin qui durato dell'"apprendimento sul campo", la cui natura è di fatto, oltre che empiricamente estemporanea, sostanzialmente privatistica e politica. L'espandersi numerico dei free-lance e il dilatarsi dell'informazione via Internet costituiscono ulteriore accentuazione di tale esigenza.
In passato era stata l'indipendenza dei giornali ad essere garanzia di qualità, ma oggi essi tendono, e proprio a livello editoriale, ad essere sempre più prigionieri di due forme di condizionamento: quella commerciale, del mercato, del sistema pubblicitario; e quella della selezione politica, che rappresenta un'inversione di referenza: dalla platea degli utenti, cioè, alle superiori stanze del potere. La prima riguarda di più i quotidiani stampati, la seconda l'informazione radiotelevisiva. Per poter dipendere dai propri datori di lavoro funzionalmente ed organizzativamente, come è giusto, ma non più anche professionalmente, occorre che la formazione del giornalista sia appunto sottratta a questi e che egli arrivi contrattualmente all'assunzione del ruolo solo in quanto già preventivamente dotato di qualificazione culturale e tecnica e provveduto di deontologia propria. Nonché superati gli abilitanti esami di Stato. Come avviene per i medici, i magistrati, gli ingegneri, eccetera; professioni altrettanto delicate.
Perché ciò abbia attuazione positiva, comunque, occorre che prima governo ed università si diano una regolata. Il primo accrescendo e non diminuendo i finanziamenti per l'istruzione universitaria (l'assemblea nazionale di tutti i Rettori ha minacciato dimissioni generali se tale linea non s'inverte, ipotizzando così un blocco di settore senza precedenti). La seconda provvedendo a rettificare, nell'àmbito consentito alla propria autonomia e a seconda dei rispettivi statuti - e a meno non vi provveda il Parlamento - almeno taluni degli assurdi criteri su cui è basata la recente riforma Zecchino, detta "del 3 + 2".
Faccio degli esempi. Logica vorrebbe che le biennali lauree di secondo livello (specializzazione) fossero in numero maggiore di quelle triennali di primo (insegnamenti basici). Viceversa, a seconda delle sedi, la situazione si presenta al contrario. Così come non si può proseguire nella tipologia che attualmente caratterizza la prescritta (irragionevole e nociva per gli studenti ) modularità degli insegnamenti, secondo la quale un piano di studi può includere al massimo due dei tre moduli in cui ciascuna materia è suddivisa. Ho notato con un brivido durante l'ultimo appello di esami di profitto come mi venissero esibiti da studenti di primo anno, i primi in questa riforma inclusi, libretti con la prima pagina già praticamente riempita da esiti di esami sostenuti. Perché di una materia da nove crediti (tre moduli) essi ne avevano utilizzati solo tre o sei (cioè un modulo o due). Moltiplicando così il numero degli esami da sostenere ed acquisendo insieme non solo incompletezza di nozioni da ciascun insegnamento ma un risultato generale di apprendimento più simile a un'insalata russa che a un bagaglio complessivo dotato di coerenza. E tutto questo con minori, perché sparpagliate, possibilità di frequenza e maggiore fatica di applicazione allo studio. Senza contare che chi volesse presentarsi sul mercato del lavoro a parità di spessore qualitativo con gli iscritti del vecchio ordinamento deve, in base a quello nuovo, allestire nello stesso arco di tempo due tesi di laurea invece di una. Hai detto niente, sommando tutto questo…
Singole Facoltà e corsi di laurea più avveduti, in Italia, son già andati ai ripari autorizzando anche per il nuovo ordinamento che il singolo corso sia seguito per intero pur nella sua tripartizione modulare. Ma sarebbe catastrofico ciò non fosse, e rapidamente, generalizzato.
Questa riforma ha aumentato a dismisura il numero dei corsi di laurea, attribuendo ad essi anche specificità più proprie di un master, oltre ad alcune futilità. Ne ha accorciato la durata, rendendone più sommari i contenuti, come non fosse bastata la sforbiciata dovuta alla semestralizzazione (in realtà trimestralizzazione) dei corsi stessi. Li ha infine spezzettati rendendo, con l'aritmetica astratta dei crediti, puzzles contabili i piani di studi che sono invece bisognosi di compatte coerenze mirate. E resta da tuttociò evidente come sia degli studenti e non dei docenti (più materie, più supplenze, più contratti, restrizione dei tempi di impegno, maggiore possibilità di doppiare insegnamenti in altre sedi) il danno maggiore.
La mia è naturalmente solo un'opinione basata su esperienza, ma anche - spero - un contributo a dibattito. I tempi perché sia approfondito premono