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Categoria: Secolo postmoderno

E' un medium il termometro, lo è il barometro, e così qualunque manometro, di caldaia o d'altro. Ci comunicano informazioni. Un tempo solo analogicamente, ora - anch'essi - pure digitalmente.
Ce n'era uno manuale, altresì, che dall'alba a notte ci manteva nozione di che giorno fosse. Ma chi se lo ricorda più, quel cartone appeso al muro con figure stampate (nature morte, animali, panorami, o la riproduzione di qualche opera d'arte), il quale in basso recava applicato un blocco di foglietti sottili, leggermente incollati fra loro allo spessore superiore, recanti ciascuno al centro un numero, nero o rosso.? Erano 365 e ogni mattina alzandoci ne staccavamo uno e lo gettavamo: era scaduto. Nella sua forma più comune e diffusa era questo il calendario! Ci informava anche se era domenica o mercoledì e qualcuno di essi si precccupava di farci sapere inoltre quale fosse il santo/la santa che cadeva quel dì, e le fasi della luna
Calendario: sono otto secoli che questa parola esiste e che l'oggetto cui essa rimanda assume forme diverse, poichè può, sempre in sostanza cartacea, anche di essere di soli 52 fogli (settimanale) o di 12 (mensili); in questo caso fascicolati e da via via solo voltare e coprire. Di nuovo trecentossessantacinque, e rilegati, diventano le pagine d'un'agenda. Ma adesso ci ha messo, più che naturalmente, mano anche l'elettronica ed essa l'ha trasformato in un scatoletta di plastica sul cui display quei numeri si succedono automaticamente. Il progresso (non sempre, ma in questo caso sì) semplifica, ma se calendario è dobbiamo averlo sempre a portata d'occhio e una scatoletta così può infine risultare noiosa a osservarsi, o in sè oggettisticamente irrilevante: esattamente come lo era quello vecchio fatto di tutti quei foglietti che mia nonna, al suo primo ingresso quotidiano in cucina, si leccava il pollice per creare adesione e staccava.
A che un calendario non fosse noioso ci avevano pensato in tanti, nel tempo, inventando i modi per decorare, rallegrare, arricchire di simboli quei numeretti. Certo, coi giorni non si può e neppure con le settimane, ma i mesi sì che hanno un nome. E dunque la prima corresponsione figurativa fu coi segni dello zodiaco. Aperti a un enorme ventaglio di fantasie rappresentative. Poi arrivarono i barbieri. Stanno oggi nei musei, o nelle gallerie di modernariato, le immagini leziose e profumate, una per mese o per bimestre, di quella specie di carnet da sfogliare le cui paginine colorate erano legate all'infradorso da un cordoncino o un nastro sottile. Richiedevano la mancia particolare delle "buonefeste" e ripetevano damine, Colombine, sirenette, ed altre belle statuine d'un repertorio ripetitivo e poco evasibile. Con varianti epocali come gli stilizzati nudini liberty, le file di sgambanti can-can, le "maschiette" Anni Venti, le svenevoli dei "telefoni bianchi", le eroine della lirica e dell'operetta, l'esotismo a livello upim dell'Odalisca e di Faccetta Nera e, nel dopoguerra, i sorrisi di Vivien e gli scolli di Marilina.
Dopo i barbieri, i camionisti: quelle donnine ci misero poco a trasferirsi, ingrandite e fissate con puntine, nelle cabine dei loro automezzi divenendo pin-up, assidue compagne di lunghe notti in autostrada. Fu nella loro seconda trasmigrazione, quella verso i paginoni centrali di «Hustler» e di «Playboy», che quelle persero per la strada prima i reggiseni e poi anche il pezzo di sotto. Erano anch'esse adesso la, così indicata, «ragazza del mese» e quindi tornate (anche se non c'erano più indicatori numerici, settimanalizzazione, onomastica santificata) in un certo senso pagine di calendario. Oggi - in particolare quest'ultimo magari no - tali dati son tornati visibili, insieme a un modo di dire che suggella la fine d'un anonimato divenuto inappagante: se infatti una testimonial pubblicitaria o una valletta tv o una top model o una bellona del cinema confidano al giornalista: «Sai, quest'anno anch'io sto facendo un calendario», vogliono solo dire che entro novembre esse compariranno, nudo integrale, in dodici loro fotografie a colori di centimetri 34 x 48 acquistabili sotto cellophane in tutte le edicole. A solo, o abbinate a un importante (o che la loro presenza tale fa temporaneamente diventare) magazine. Ed ecco che il calendario, in questa storica tipologia passata dal malizioso ammicco allo smaccato "tuttofuori", ha così smesso di essere un segna-tempo ed è diventato vetrina d'altra cosa. Punta alta di un diagramma del costume in cui appendi al muro, in sostanza, un poster molto vicino allo stile gastronomico dal quale proprio non t'importa, anche se c'è, provenga superflua informazione di quale sia di preciso il mese che, dall'1 al 30 o 31, quel corpo umano al momento simboleggia.
C'è qualche antiquario che può mostrarvi orologi a cipolla del Sette ed Ottocento i cui quadranti espongono, o hanno addirittura per lancette, gambe di donne scosciate o il cui tic-tac fornisce loro addirittura ritmica penetrazione maschile. Ma questa è la protopornografia che era figliata da una datata cultura libertina vàlsasi di fine artigianato meccanico. Se un orologio oggi dovesse seguire tale strada sarebbe invece uno a cucù dal cui sportello venga zompata fuori ad ogni rintocco d'ora un'Alba Parietti di queste in minifacsimile nudo di vinile dipinto, con un effetto sonoro tanto vicino alla parola kitsch da esprimerla davvero.
Restando ai calendari, il novembre italiano è un mese-orgia, da indigestione, e ancora non sono usciti tutti. L'ultimo per ora è quello di «Panorama», che l'ha fatto precedere da due settimane di pubblicità per chi vuol vedere tutta nuda Luisa Corna che in televisione (finora) non può. Ce n'è uno solo che è cult perché fu il primo, nel 1955, e denudava la Monroe, ma già il «Pirelli», che esce da oltre vent'anni, era un'altra cosa: un prodotto "pensato" per pubblicizzare un marchio. E inaugurò infatti il filone, non ancora sbracato, di quella che si potrebbe definire un'estetica commerciale. Ora invece si tratta di un vero e proprio messaggio personalizzato che volta a volta suona «Scritturatemi», o «Promuovetemi», o «Rilanciatemi», o anche solo «Sono sempre qui, eh». A seconda se è una neofita, una valletta che aspira a un ruolo più su, una cui da un po' s'erano ristretti gli spazi, una che alla ribalta c'è da tempo ma che sa che un'ostensione nuda in più male non ne fa, anzi.
Cos'ha come suo limite, questo messaggio? L'esaurimento, da tempo, delle sue possibilità alfabetiche. Primo, per la standardizzazione tipologica: una può essere bionda o bruna ma quanto ad antropometria e distribuzione dei volumi, quella dev'essere e uscire dallo stereotipo è considerato un azzardo. Secondo, per un semplice calcolo aritmetico: in piedi, seduta, accosciata, distesa; e in ciascun caso visione anteriore, posteriore, di tre quarti, profilo. Quattro per quattro eguale sedici. E queste sedici pose si inseguono ossessivamente da calendario a calendario, con la sola variante di dove farle mettere le mani perché qualcosa resti coperto ovvero sottolineato. E se dietro ci dev'essere acqua o alberelli, scogliera o muratura, sabbia o montagna. Gli interni sono più rari ma in questo caso è frequente uno specchio che consenta duplicazione.
Una "calendaristica" così qualcosa ha espulso e qualcosa invece ha trascinato con sè. Fra gli emarginati da questa ondata più esibizionista che erotica c'è n'è per esempio uno famoso: quello disegnato ogni anno da quel fantastico disegnatore ispanoamericano che è Morvillo, tavole da collezione di un surrealismo sarcastico ispirato agli incubi, ai tic e alle smanie di quest'epoca ormai più che postmoderna. Per contro, questo boom ha fatto riemergere da un paio d'anni in edicola anche Mussolini: calendari mensilizzati di gran formato, con le sue più maschie fattezze e le sue più ostentate pose di condottiero vestite in cospicua varietà di uniformi. Ahiàhi.
Torniamo un attimo a «Panorama» di questa settimana. Ha una copertina incredibile, perché interamente occupata dall'inizio di un lugubre articolo di Oriana Fallaci sulla (no: contro la) imponente manifestazione di Firenze per la pace, stampato in corpo 18. Incredibile perché un magazine non fa di queste cose: della copertina ha bisogno per sfondare in edicola con le "figure", non la mimetizza così fra la rutilanza delle altre. Ma perché questa settimana, proprio in termini di linguaggio, può permetterselo? Perché di copertine ne ha due, stavolta, affiancate e sorrette da un cartone. E in questa seconda, che in realtà è la prima ad attirare gli sguardi, campeggiano in primo piano, sotto il suo sorriso, appunto le due alte e prominenti globosità anteriori, ben griffate ciascuna al centro, della signora Corna appositamente estratte da una camicina nera: dentro c'è infatti il suo calendario. Non potendo esibire ignudità alcuna dell'altra signora, sulle cui pagine si fermeranno indubitabilmente meno occhi che su quest'altre, l'accorto manager editoriale le fornisce d'un trailer correttore capace di rimettere «Panorama» al centro dell'edicola. Con buona pace dell'«Espresso», che vedremo la prossima settimana cosa escogiterà per correre ai ripari contrattaccando.
Si chiama "Scienze della Comunicazione" anche questa e non c'è niente da dire sulla tecnica, che è perfetta (sono accorgimenti e trucchi che insegno anch'io). E' la specifica merceologia dei contenuti che ahimé va contestata. Non per moralismo, siamo seri, perché quando al posto di questi manichini tutti uguali c'é, per dire, Sabrina Ferilli mette pure allegria, e molti aspettano da anni al varco Nancy Brilli che ogni tanto par che si decida e invece no. Ma perché nessuno, proprio nessuno, ha bisogno della nostra stampa più autorevole - smettiamo ipocrisìe - per procurarsi la vista di donne spogliate, o anche di uomini, e da questa stampa si vorrebbe invece su ben altre cose essere informati. E da copertine invogliati. E' un fenomeno italiano, badate, non europeo, questo dei calendari così. In America hanno «Playboy» e anche in Francia e Germania bastano le riviste apposite. Nell'antica Roma, durante le feste annuali dette Fescennine, clou dello spettacolo era la finale cosiddetta «nudatio mimarum», che capite bene in cosa consisteva. Ma è mai possibile che in questo nostro paese di santi sponsorizzanti, navigatori (da diporto), managers più o meno corsari, politici inventati e giocatori di calcio, i Fescennini durino tutto l'anno, rendendo settimanali i nudi mensili di questi calendari che il tempo non lo segnano più?