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Categoria: Secolo postmoderno

 Sergio Lepri, mitico direttore dell'Ansa per vent'anni, compilava ogni tanto per la sua redazione dei prontuari dedicati a nessi linguistici, forme lessicali, uso delle sigle, grafìa di nomi stranieri, e altre simili attenzioni, il cui scopo era che i takes fossero sempre correttamente espressi in modo chiaro e comprensibile a tutti. Questi fascicoletti, di una cinquantina di pagine ciascuno, finirono col costituire un corpus utilissimo che andava sotto il nome di «Bibliotechina dell'Ansa». Mi è ritornata in mente quando la direzione di «Ateneonline» ha fatto una lettera circolare con alcune prescrizioni riguardanti le sigle e le lettere maiuscole nei testi.
Invalgono infatti delle regole, o anche pseudoregole, non scritte cui si mischiano abitudini, estemporaneità, personalizzazioni, preferenze; incrostazioni anche. Ed è dunque il caso si cerchi una certa pur se non rigidissima omogeneizzazione (dato che le eccezioni ci sono sempre), anche per non confondere il lettore come quando ogni giornale aveva il suo proprio modo di scrivere Krusciof o Gorbacev. Occorre comunque tener la mente anche in questa postmodernnità sia su alcuni elementi di linguistica storica che di buonsenso attuale. Da quanto tempo nessuno dice più «Fabbrica Italiana Automobili di Torino» e si dice e scrive soltanto «FIAT» usando l'acronimo delle parole che la compongono? Certo, è più arduo assuefarsi adesso a dire «MIUR» al posto di «Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca», nome che era già stato in qualche modo semplificato con la sottrazione dell'aggettivo «Pubblica» al suo primo termine qualificativo e di quello «Scientifica» al suo ultimo. Anche perché i suoni "evocano" e, come a pioggia venne giù così a lungo da diventare banale il satirico "fiat lux" del padreterno, oggi si pensa alla razza andalusa dei "miura", leggendari tori da monta e da corrida. E nessuno penserebbe a rendere su due piedi sigla la Federazione Interbancaria Gestioni Assicurative senza averle prima ritoccato il nome. Ed è intervenuto intanto anche un secondo passo.
Questo: le sigle sono state dall'inizio sempre scritte a lettere tutte maiuscole, tranne qualche civetteria come Cd'A per Consiglio di Amministrazione, proprio per il motivo di evidenziarle appunto come "sigle", differenziandole così dai vocaboli normali. Ma poi, anche per sollecitata facilitazione derivante dagli spazi di display e dalla velocità di digitazione, ha preso poco a poco piede il criterio di applicare la maiuscola solo all'iniziale della sigla, come fosse un nome proprio. Non più USA, ONU, CONI, ARS, ma Usa, Onu, Coni, Ars. Con la conseguenza, ed eccoci, di trasformarle in parole come le altre. E così finiranno - per carità non tutte quante ma solo quelle lingua per lingua più note significative e usate - nei dizionari oltre che nelle enciclopedie dove alcune di esse ci sono già. Siamo infatti ben avviati anche per il tutto-minuscolo, badate. Se ci sono «cpu» e «tac» non ci vorrà molto, faccio esempi, per distinguere fra «bav» (barca a vela) e «bam» (barca a motore), mentre «bamv» sarà vela + motore; o, analogamente, «pap» per pizza al pomodoro, «papa» se ci sono anche le acciughe e «papam» per mozzarella aggiunta. Ci sono già stato, io, in qualche ristorante per turisti dove tu indichi una riga sul menu e il cameriere pigia sui tasti di una tastierina, che porta al collo, i numeri di codice corrispondenti a quel che vuoi mangiare. Non ne sono entusista perché magari gradirei un po' più di quell'ingrediente e un po' meno di quell'altro, ma nella cultura gastronomica ahimé sempre più corrente queste sono considerate fisime che non valgono nulla.
Ho sotto gli occhi un volume di 1254 pagine, ben rilegato, edito nel 1977 dalla Banca Commerciale Italiana, che si chiama «Siglario Mondiale» e ne contiene un paio di decine di migliaia e anche più (ho dato una sbirciata alla media per foglio). Oggi un'iniziativa così sarebbe pazzesca. Le sigle prima riguardavano quasi solo enti ed imprese, ma ora anche modalità, ruoli, procedure e in pratica l'universo mondo. Si scrive JFK ma sappiamo trattarsi di una persona, John Fitzgerald Kennedy. Pure "nylon" è un acronimo, cioè una sigla, e anche «wasp». A Londra ti insultano con un «Sob!» e in realtà ti dicono «son of bitch!» e non ve lo traduco. Non c'è editore che potrebbe imbarcarsi in un'impresa come questa, fatta di tomi sterminati e bisognosa di aggiornamenti continui (di sigle non c'è giorno che non ne nasca qualcuna). E' come per l'elenco dei telefoni: se non lo ristampi ogni anno gli utenti restano indietro. Dobbiamo dunque accontentarci dei glossari settoriali, peraltro anch'essi via via sopravvanzati quasi in tempo reale dalla marea creatrice e sintetizzatrice: non fai in tempo a comprarne uno ed è già superato. L'elettronica circonda quasi per intero la nostra vita e ci accorgiamo in quale larghissima misura sia fatta di sigle: basta accendere un computer ed esplorarne hard disk e control panel. L'aveva preceduta la chimica, i cui elementi e i cui composti sono pure indicati da sigle, ma ne è stata molto più parca.
Non si creda, però: la sigla è antica. Non solo come acronimo ma anche come acrostico (leggendo solo le iniziali di ciascun verso d'una poesia si otteneva anche una parola o una frase in verticale). I paleocristiani si riconoscevano l'un l'altro, in clandestinità, con la parola, o la figura stilizzata «Icxìs», che pare in lingua greca pesce ma è l'acronimo, ossia la sigla di «Jesus Christus......» (dovrei andarmi a sfogliare il «Quo vadis?» per rimettermi in memoria le altre parole, di cui ricordo solo che quella “s“ finale stava per "salvatore"; abbiate pazienza). E SPQR (Senatus PopulusQue Romanus)? La sigla più vecchia dell'éra moderna fu AEIOU («Austriae Est Imperare Orbem Universum), così come conta secoli quella, non araldica come la prima ma mistica e per un certo tempo anche cospirativa, che suona AMDG (Ad Majorem Dei Gloriam) appartenente alla Compagnia di Gesù. Più vicino il «Viva VERDI» dei patrioti risorgimentali, che fingendo di riferirsi al musicista acclamavano invece «Vittorio Emanuele Re D'Italia». Dai tempi più bui, poi, A.D. sta per «Annus Domini» che poi diventò «addì» nelle date documentali ed epistolari nei secoli XVIII e XIX e fino a non molto addietro, se c'era ancora nel testamento di mio nonno redatto cinquant'anni fa. Scaturisce dall'intrusione della fonìa, come il TG che diventa «tiggì» in una canzone. La storia delle sigle va di pari passo con quella delle abbreviazioni: è da assai che ci limitiamo a dire «auto» e «areo» invece di «automobile» e «aereoplano». Sopravvivono però quelle puntate, di lungo corso, (per quanto?), come «on.», «ing.», «avv.» e, in lettere, «egr.» per egregio o «aff.mo» per affezionatissimo. Accademicamente resiste il chiarissimo «Ch.mo» mentre prof il puntino l'ha già perso diventando anch'esso parola grazie ai titoli dei giornali, che spesso in queste cose dànno il “la“.
Questioni di stile, queste ultime, il che introduce, a questo punto, anche un altro discorso, demarcante un elemento importantissimo. Le sigle (e le abbreviazioni), finora, non avevano mai modificato la lingua. Perché erano, appunto, delle sigle (e delle abbreviazioni). Sono stati sempre altri i moventi e i percorsi delle mutazioni linguistiche. Ma una volta che diventano parole vere e proprie sono fenomeni nuovi e decisivi quelli che si innescano.Quando USA diventa Usa può nascere l'aggettivo «usacentrico»; l'ho già letto di recente a proposito del "caso Saddam". Può nascere il verbo «lisdarsi», pescato invece in un libro, se LSD è diventato Lsd. Sono piccoli segnali, per ora, di influenzamenti del linguaggio o anche inizialmente solo della sua gergalità. Ma sono tipologicamente gli stessi che accompagnano le modificazioni in atto nelle varie lingue per la loro crescente colonizzazione da parte di quella che è ormai buffo definire anglosassone e va piuttosto ormai chiamata angloamericana. La diffusione in pari passo di sigle sostantivate e di termini inglesi ha già ibridato molti vocaboli europei e creato un'infinità di verbi ed avverbi nuovi. E' ormai comune sentir dire o leggere scritto «Ti màilo quella notizia» o «Ti mailerò domani nel pomeriggio». Una radice inglese, cioè, che ha assunto coniugazione verbale secondo le regole italiane. Un esempio minimo ma il loro numero è ormai fittissimo.
Il fatto è che attualmente (postmodernamente) accanto al parlato e allo scritto, esiste oggi anche il parlato-scritto. Indotto dall'informatica e dalla telematica, che ci avvolgono e che si avvalgono di segni e simboli anche non alfabetici, esso li somma alle sintetizzazioni orali e alle gergalità innovative tendendo anche a una generale omologazione stilistica. A cosa dobbiamo stare attenti noi? Che si può benissimo scrivere una comunicazione amministrativa o una lettera commerciale secondo modi ed espressioni che non ne facciano riconoscere l'autore se non dalla firma, ma che non si può estendere questo trend all'intera prassi scrittoria degli umani, anche nella quale esiste comunque una creatività che sigli (usiamolo anche in altra accezione questo termine) il prodotto con la propria individuale personalità. Certo, Magris non scrive come Arbasino, Ceronetti non scrive come Camilleri, Sepùlveda non scrive come Soriano. Ma questo - intendiamoci - non vale solo per i racconti: vale anche, e lo sottolineo, per gli articoli di giornale e, Sms permettendo, per le lettere d'amore.