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Categoria: Secolo postmoderno

Ci siamo ormai talmente abituati che non ce ne accorgiamo neppure più. Avevamo del resto già da tre generazioni superato una prova più difficile di questa, quella cioè di imparare a guidare da soli un'automobile senza più ricorrere a "chauffeur" professionista. Però ogni tanto è pur buona cosa voltare al'indietro la finestra del nostro computer per scrutare la strada a un certo punto imboccata per arrivare fino a lui e tranquillamente sedergli di fronte sgranchendoci queste dita dai polpastrelli avidi, proprio come faceva Aladino prima di strofinarli sulla sua più che servizievole lampada.
Il secco colpo di sterzo che è stato, dopo millenni, impresso alla comunicazione umana si è verificato in DUE TEMPI e riveder chiaro questo, o porci mente se l'avessimo finora sorvolato, è un esercizio che occorrerebbe stare attenti a periodicamente non trascurare, proprio per aver nozione precisa e costante di un "a quo venis?" affatto meno importante del "quo vadis?" che comunque anch'esso troppo di rado ci proponiamo. Due scatti che si trasformano, se vogliamo cambiare metafora, in due gradini saliti - nell'arco di un secolo e mezzo circa - ciascuno con iniziale eccitata sorpresa e susseguente dilagare di gasamento entusiastico. Con la particolarità che il primo assolutamente non prevedeva il conseguire del secondo, a sua volta dunque giunto alle masse in modo del tutto inaspettato.
Il primo gradino è quello della IMMATERIALITA' DEL VETTORE. Anche quando si trattava di un semplice filo di rame esso non era il vettore, ne era solo il supporto: il vettore reale era l'impulso che lungo questo correva. Se vogliamo evidenziare ciò con un vecchio esempio, è quello di una strada e di un cocchio che vi corre sopra, o quello di una rotaia e di un treno, ma immaginando invisibili sia cocchio che treno. Un messaggio a distanza illimitata, qualunque messaggio del genere (istituzionale, interpersonale, artistico), che non avesse interlocutori a vista o a portata d'orecchio, aveva prima SEMPRE avuto bisogno di un vettore materiale, concreto. L'araldo portava oggetti emblematici o leggibilmente significanti, il messaggero pergamene solenni o bigliettini d'appuntamento, il libraio libri, il postino lettere. E' il telegrafo che cambia tutto; e anche assai prima che Marconi gli tolga il filo rendendo inutile anche e persino la materialità del supporto. Questa immaterialità vettoriale caratterizza prima la radio e poi la televisione. E anche la telefonìa, da ultimo, abbandonerà il filo, così come il cinema la pellicola.
Il secondo gradino, ancora più sconvolgente perché tuttora imprevedibile negli effetti futuri, è quello epocale nostro e su cui siamo noi ad avere appena sporto il piede: quello addirittura della IMMATERIALITA' DEL PRODOTTO. Quest'ultimo era rimasto fisico pur col vettore immateriale, perché il prodotto telegramma cos'era alla fine se non una strisciolina di carta recante tracciati lineette e punti? Ora non più. Parole e immagini che appaiono, si soffermano e svaniscono sul vetro del nostro computer o di molti computer o passano dall'uno all'altro di questi non lo segnano, non lo imprimono, neppure lo sporcano: testi e tabelle, disegni e pitture, foto e immagini in movimento, riproduzioni d'ogni genere, non hanno fisicità. E se l'avevano in qualche modo all'origine se ne sono spogliati ancor prima di intraprendere il loro viaggio nell'etere, trasformati ormai in invisibili, intoccabili, impulsi elettomagnetici. Il magnetismo delle particelle atmosferiche era noto e studiato anche precedentemente a che cadesse nelle mani del signor Heinrich Hertz, ma solo da pochissimo quella farina è diventata pane e il Villaggio Globale se ne può nutrire sino all'obesità.
Perfino l'unica delle arti caratterizzata appunto dall'immateralità, la musica, che aveva costantemente e ineludibilmente avuto necessità di apporti materiali per essere prodotta, percuotendo qualcosa con qualcos'altro, ricavando vibrazioni da strisciamenti o pizzichi cordei, spingendo aria lungo percorsi chiusi e forati, è pervenuta in grado di abbandonarli e di uscire invece da una consolle capace ormai di fabbricare elettronicamente coi bytes anche ogni tipo di suono da pentagramma, oltre che similvoci umane. Così come coi bytes compongo poesia senza inchiostro, e dipingo con milioni di colori quando ne disponeva solo d'una dozzina Leonardo e di una sessantina Renoir. E con gli ologrammi sto anche per scolpire. Mentre il mio computer nuovo è già attrezzato per ricevere comandi vocali anziché digitali e a collegarsi senza filo con scanner e stampante. Si gemellano alleandosi infrarossi ed ultrasuoni. Quando la musica poteva essere trasferita per supporti di cera e di vinile erano visibili su di essi i solchi da cui una punta metallica avrebbe ricavato, col loro girare, suoni. Ma se ora guardiamo il lisciore luccicante di un CD o di un DVD vediamo solo uno specchio che riflette con precisione la nostra faccia come appunto quelli tondi da barba; e ciò che lasciandolo immobile lo esplora per ricavarne concerto o film, o il loro clippato mix, è un immaterialissimo raggio laser di incredibile microsottigliezza.
Il silicio ha impresso velocità fulminea al futuro della specie umana nello stesso esatto modo di quando essa si accorse di quel che accadeva quando due legni secchi o due selci facevano sfregamento, producendo gli uni calore sempre più intenso, le altre scintille. Il fuoco servì a molte cose, tutte evolutive, ma una sola di esse fu davvero e propriamente sterzante come l'attuale: quella di poter lavorare i metalli. Che furono sì anche bacili ed urne ma soprattutto lame con elsa e placche proteggi-vita. E identicamente quest'altrettanto formidabile sterzata odierna fornisce sia utensili che armi, contiene e ulteriori ne prefigura comodità a pericoli.
Dal dio Fuoco al dio Web è qualcosa di più che un'analogia. Se quello riscalda e cuoce però anche incendia, questo insegna e compiace però anche spia. Ma è alfine pure questa una comparazione fra due stadi connessi, come altri della storia tecnologica che accompagna parallela quella economica e quella politica, da una spirale che continuamente, e sempre salendo via via vertiginosamente di livello, torna dunque più alta sopra se stessa. Da quando esistono la leva e la ruota, la meccanica ha imparato anche a scavare montagne e spingere convogli pesanti e lunghissimi trasformando con ingranaggi la spinta rettilinea in spinta circolare. La chimica ha sostituito la fisica nella produzione di energia motrice e la "border line" di ciò è costituita dal passaggio dal carbone al petrolio. L'elettricità ha rappresentato anch'essa il passaggio da tuttociò all'immateriale, e nell'immateriale si resterà anche con l'energia solare e quella eolica (quale gran ritorno anche questo: un tempo era solo vento nelle vele) che stanno uscendo dalle fasi sperimentali. Ma è l'elettronica, con la sua capacità di consumi impercettibili, con la sua agilità prestidigitatrice, con la seduzione irresistibile di un ventaglio di funzioni e di risultati più ampio e più potente della bacchetta di Merlino, ad essere diventata davvero la serva padrona del genere umano.
Cos'è la Rete? Cos'è Internet? Ci siamo seduti davanti. Clicchiamo, dunque. E parliamone. Non sarà un discorso né breve né semplice perché coinvolgerà la robotica/cibernetica (oggi le automobili non sono più gli uomini a costruirle, per dirne solo una), il satellitare (quando te lo compri anche tu il padellone?), tutta la gamma accessoriale fatta da stampanti, scanner, playstation, e poi l'ipertelefonìa cellulare. Ma anche comportamenti segnati da omologazione, cambiamento indotto di strutture sociali, semplificazioni e ibridazioni linguistiche, procedure mentali nuove per il riconoscimento e la nozione di fenomeni, trasformazione e ricollocazione dei valori culturali. Mutazioni generazionali, infine, perché i bambini di oggi sono i primi ad essere entrati nella vita "quando il computer c'era già" e con esso concrescono, come accumulatori di esperiense ai predecessori sconosciute, e senza gettare (o voler gettare o poter gettare appieno), essi, all'indietro gli sguardi che sarebbero più interessanti ed utili. Ha una filosofia, il web? C'è una new philosophy che davvero gli corrisponde, da poter identificare?
Io direi di sì, ma vado in là: non è una, sono tre. E nella prossima rubrica proverò a descriverle.