Stampa
Categoria: Secolo postmoderno

 

Un'altra novità, ma stavolta positiva, mi fa riprendere in tono diverso il filo d'un discorso che già aveva sostanziato gli ultimi numeri di questa rubrica. Viene da Torino e consiste - finalmente - in un'iniziativa di controtendenza nel mondo nazionale della carta stampata. Tanto era stato deprimente trovare l'altro giovedì in edicola il nuovo muggente "panzer" mensile del gruppo «Repubblica» quanto rasserena invece l'essersi felicemente presentato in edicola irriconoscibile nel suo "stil nuovo" del quotidiano «La Stampa» a partire dalla scorsa domenica. Oddìo, è sempre il giornale della FIAT e dunque del salotto buono della nostra aristocrazia industriale, forzatamente costretto ad avere in quella direzione degli "occhi di riguardo", come si dice; ma per il resto autorevolmente libero quanto basta. E allora prima lo descriverò, questo cambiamento, e poi ne trarrò qualche considerazione.

Primo dato: nuovo formato, più piccolo e dunque più comodo. Non è più il vecchio lenzuolo come si ostina ad essere il «Corriere della Sera» e neanche un tabloid all'inglese (che ne sarebbe la metà, piegando cioè i suoi fogli una volta in più) ma s'è appropriato del rapporto base-altezza che caratterizza «Repubblica» riducendo le colonne da otto a sei. Secondo dato: cambio di caratteri che dà maggior riposo all'occhio. Non più il nerissimo dei bastoni ma una scelta bodoniana molto chiara ed elegante: pifferi al posto dei tamburi. Terzo dato: una grafica impaginativa leggera e sfoltente. Solo due piani di titolazione, uno alto e uno centrale, e in basso un commento orizzontalizzato tipo "fogliettone"; spargendo casomai in giro solo qualche sobrio titolino monocolonna. Titoli in prima di una riga forte e sintetica ma nell'interno se occorre non essere enigmatici anche di tre. Quarto dato: un diverso tipo di carta, più liscio, sul quale i colori si imprimono meglio e che consente così quadricromia in tutte le pagine con risultati più nitidi e meno impastati rispetto alla concorrenza degli altri due grandi "nazionali" cui «La Stampa» è sul mercato terza.

L'impressione generale a sfogliarlo è quella di una grande ariosità e di una grande agevolazione al posarsi dell'occhio. Ma non solo. Ne scaturisce anche la sensazione di una maggiore levità stilistica d'insieme: nella gerarchia delle notizie, nella dimensione degli articoli, nelle sollecitazioni d'interesse, in una maggiore cordialità sbanalizzante, nel più attento conto dato al costume poiché anche il costume è cultura, nel riconoscimento che la politica e l'economia siano roba da spiegare e non pietanze da servire. Stiamo attenti, comunque: ciò non vuol dire che gli altri due big («Corriere» e «Repubblica») si comportino nel modo contrario, ma mentre il primo continua ad essere intimidente con il suo spropositato numero di pagine e la seconda confusionante con l'eccesso di titoli e di box che strutturano la sua scaffalatura di prima pagina, questa nuova «Stampa» mostra di proporsi un rapporto col lettore molto più agile, molto più coinvolgente, e una maggiore capacità proprio linguistica d'approccio nei suoi confronti.

Tuttociò indica come non solo di svolte tecnologiche sia questo il momento. I quotidiani, insidiati dalla TV e dal WEB, compressi dall'invasività pubblicitaria, minacciati da una serie di restrizioni che vengono dal mondo della politica, sempre più costretti a diventare azienda invece che struttura di servizio, hanno anche un enorme bisogno di adattamento comunicativo sul piano dei panni che indossano, della lingua che usano, della vetrina che offrono, delle selezioni tematiche, delle proposte identificanti che li facciano uscire dallo stufante coro che abbraccia oggi praticamente tutta quanta la carta stampata. Ci sono, certo, giornali "schierati", giornali di destra e giornali di sinistra, ma a parte le loro feritoie da cui far sbucare bocche da fuoco (il giornale come arma, come strumento per distruggere governi o costruire carriere o come veicolo di pettegolezzo già sulla fine del XIX secolo era descritto appieno dal «Bel Ami» di Maupassant, nulla di nuovo dunque) resta fra tutti un dato ferreamente omologante che è quello del modo di rivolgersi al lettore smuovendone prima di tutto gli istinti e facendo scattare le sue molle emozionali. Con titolistica, immagini ed aggettivi da Grande Festival dei Luoghi Comuni.

Se uno scrittore così recettivo dei sentiri del pubblico come Carlo Fruttero (ma l'avrebbe pensato così anche Lucentini, e non solo perché entrambi piemontesi) offre a «La Stampa» il proprio giudizio positivo sulla sua new wave - poiché in effetti non si tratta solo di un suo new look - è perché certamente anch'egli coglie il carattere di segnale generale che gli appartiene e lo distingue: i giornali vanno cambiati. Nella forma e nella sostanza. E c'è ancora un numero sufficiente di giornalisti che dispongono di sensibilità d'antenne capace di farli persuasi che se no di pubblico ne avranno sempre meno e poi non più. E allora, prima di cedere il campo ai magazines di cui per ora s'affiancano e alle reti televisive che impongono loro ottiche abnormi, un po' alla volta l'esempio della «Stampa» andrà seguìto.