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Categoria: Secolo postmoderno

 

Si continua a parlare, ogni tanto, di uno stereotipo giornalistico tipico e cioè di quello cosiddetto anglosassone. E dunque mi sento spinto ad occuparmi di questo, nella rubrica di questa settimana. Ma non ne parlerò come voi vi aspettate. Cioè illustrando elogiativamente quella formula mitica passata alla leggenda come esempio massimo e da imitarsi di oggettivo understatement e di sobrietà impeccabile.

Certo, il «Times» e il «Financial Time», e anche la BBC, conservano fama di campioni d'autonoma autorevolezza, ma ogni tanto qualche avventatezza anche loro la compiono, qualche cantonatina la prendono anche loro e qualche volta il loro sussiego un poco sbraca. La vita politica inglese, e anche la sua finanza, non sono state ultimamente esenti da scandali e questo ha eccitato in certa misura anche il mondo dell'anglica informazione. Persino sua maestà la BBC ha di recente e per la prima volta dovuto porgere urbi et orbi formali scuse per un suo scivolone.

«TheTimes» già nasce aristocratico, nel XIX secolo. Nella sua prima pagina, nulla concedente a grazia espositiva, l'intera prima colonna era programmaticamente occupata non da un articolo di fondo ma dai listini di borsa e da notizie economiche. I titoli non erano né cattivanti né incuriosenti: enunciavano solo la provenienza dei dispacci (come del resto anche altri in Europa facevano, a mo' di catalogo territoriale). Poi ciascun lettore decideva se quel giorno gli interessasse di più quel che succedeva nel regno d'Olanda o nell'impero austroungarico. Il suo stile non ha nulla della tambureggiante veemenza polemica della stampa francese pre e post napoleonica, e cioè repubblicana; né i primi piani politico/romantici di quella italiana risorgimentale ed immediatamente post . In Gran Bretagna si dànno anche diffuse notizie sulla Corte e quindi ci vuole garbo e questo garbo si estende dunque anche agli atri argomenti. Poi ci sono due guerre mondiali e se la prima non ha toccato il suolo inglese la seconda ha tentato di distruggerne le città. Quindi a maggior ragione rimane di severa austerità il tono generale della sua stampa.

E poi intendiamoci, lo stile angolassone prima che giornalistico è proprio linguistico, fondato cioè sulla semplicità delle frasi la cui sintassi non ha certo la complessità di quella italiana in cui si accavallano sequenze di proposizioni sia relative che subordinate. I verbi inglesi sono molto meno declinabili dei nostri. Ed è sovrana la brevità del fraseggio, amministrato da vigorosità interpuntiva. La nostra è una lingua passionale e facile alla ridondanza. Ma l'Inghilterra è quella che ha inventato i maggiordomi, che si esprimono con telegraficità soave e delicata pertinenza di aggettivi. La loro comunicazione è tanto autorevolmente efficiente quanto sobriamente attenta alle forme. L'icona più famosa di questa categoria è il Jeeves di Woodehouse. Ma attenzione, essi mica li chiamano come noi, con un vocabolo di derivazione latina (per i francesi essi analogamente a noi son detti maîtres-de maison, o d'hôtel - inteso come palazzo e non come albergo - e il termine fu creato nientemeno che alla corte merovingia) e cui attribuiamo in fondo un significato untuoso e servile, analogo a quello di recente conio del portaborse in politica. In Inghilterra - dove pure comunque ne sopravvivono pochi e non più di così alta scuola - essi sono indicati con un sostantivo, butler, che ne sottolinea l'autonoma unicità di ruolo e di figura. Ed è in questo senso che li ha "inventati", poiché il butler non è un subalterno ma anzi quasi anche un consigliere se non un precettore in fatto di maniere, ed è abituato a ricevere consenso. Bene, anche i giornali inglesi sono stati a lungo intesi come degli affidabili butlers.

C'era un giornalista siciliano che s'era guadagnato gran rispetto professionale, prima a «L'Unità e poi a «L'Ora«, che i colleghi chiamavano inglese per i suoi modi e per l'attenzione precisissima dello scrivere. Parlo di Marcello Cimino, i cui articoli non somigliavano per nulla a quelli di un altro collega di questa testata, - pur essendo "squadra", così multiplamente sfaccettata di personalità - e che era pure della medesima provenienza, Mario Farinella. D'alto livello entrambi, ma il secondo era un poeta e i suoi periodi sembrava invece anzitutto li musicasse. Ecco, questi due possono essere posti, per capirci, a paradigma della differenza fra stile anglosassone e stile latino in questo campo giornalistico al quale ci stiamo dedicando. Se uno, questo secondo, scriveva «varcò la soglia col suo consueto incedere di sontuosa alterigia», l'altro scriveva invece «si presentò come sempre nella sala guardando tutti dall'alto». Insomma la differenza tra dipingere e fotografare. Chiaro, no?

Ma il giornalismo d'Oltremanica, specialmente nel secondo dopoguerra, di modelli ha cominciato a fornirne due. Perché a quel tipo di stampa più inamidata s'è affiancato e in modo anche irruento un genere più spregiudicato e gossipàro molto più agile anche nel formato, intendo quello tabloid, da cui poi s'è preso esempio anche in Continente. Prediligente costume, delle cose i loro risvolti, anche scandalismo, e continuamente in cerca di scoop. Il «Mirror» e il «Sun» sono due di questi, ma ce n'è tanti, e l'edicola li previlegia. La stessa famiglia reale deve ora stare molto attenta a questi osservatori che non sono più suoi butler ma anzi sempre pronti a levarle la pelle (e diciamo che in questi anni gliene ha fornito anche troppe volte il destro essa stessa).

Dai noi si hanno riflessi di ciò soprattutto nel campo dei magazines (le nostre famiglie reali sono composte da manager e stilisti, calciatori, cantanti e divette; baronetti non ne abbiamo), i quali annoverano nei propri ranghi redazionali dei veri e propri commandos sempre in caccia di topless e di amori infranti per adulterine scappatelle, mentre non ha attecchito invece per niente la formula dell'àplomb anglosassone ritenuta classica. L'attuale "consigliori" di Prodi, Ricardo Levi (attenzione, con una sola c , l'equivalente di quel che è per Berlusconi Gianni Letta, a sua volta già a lungo direttore del quotidiano romano «Il Tempo»), ci provò anni fa e fondò «L'Indipendente», conferendogli britannico modello sia tematicamente selettivo che stilistico appunto inteso come riferimento classico. Fu lanciato con grande risonanza ma divenne in pochi mesi un flop di tali proporzioni da consigliare l'audace e inutilmente intelligente giornalista a chiudere rapidamente bottega con clamorosa sconfitta. Ora è lui quello che suggerisce sottotoni e understatement al nuovo presidente del Consiglio, che qualche volta funzionano e qualche volta no. Gli italiani non digeriscono un'anglosassonità (consentitemi questo vocabolo orrendo ma così esattamente definitorio) nella nostra stampa: loro dai giornali preferiscono essere emozionati.

Un tentativo speculare aveva invece, sempre anni fa, compiuto Maurizio Costanzo, per copiare in Italia anche nel settore quotidiani l'altro modello inglese, quello cioè più disinvolto. Si chiamava «L'Occhio» e si attrezzò con vasta rete di informatori, collaboratori e corrispondenti, trovando credito di finanziamenti cospicui. Flop anche quello e, se possibile, ancora più rapido. Soldi buttati e investimento fallito. Quell'impostazione lì non è, infatti, che il mercato italiano della carta stampata la respinga ma la vuole mantenuta nell'area dei rotocalchi. In materia contano molto le foto, e vuoi mettere il rendimento del colore sulla liscia carta patinata che non su quella ruvida e porosa di cui si servono i quotidiani? Ognuno dei quali più importante s'è peraltro provveduto per conto suo del proprio magazine settimanale appunto a questo scopo, insieme a quello a ciò connesso e per le stesse ragioni, di incanalare cioè altre fiumane di pubblicità.

Sotto questo profilo siamo anche noi inventori, e infatti questi Archimedi Pitagorici che vorrebbero essere i nostri editori hanno inventato le copertine doppie e anche triple. Con foglio staccato ma cellofanato assieme al fascicolo, in maniera da duplicarla ma non inutilmente, bensì per avere così un'altra controfacciata da destinare a pubblicità. Oppure con ala a una o due pieghe che lo spazio pubblicitario di tariffa più alta, cioè quello appunto di copertina e controcopertina, può addirittura, fra recto e verso, quintuplicarlo. Era intralciante perché, compratolo, poi ti si apriva svolazzando come un mantello? Pronto rimedio: un punto angolare gommato che scende a goccia mirata da un serbatoio applicato alla rotativa te lo compatta a velocità puntuale, e sarai tu a staccarlo con un solo tòcco di dito dopo posato l'acquisto sul tavolo od una sedia. Ecco a cosa si applica, l'inventiva editoriale postmoderna & E almeno questo maggior guadagno (valutatelo sui tariffari delle concessionarie pubblicitarie) lo investisse in inchieste come si deve e sui temi da cui invece si gira alla larga e non iperstipendiando grafici e creativi che meriterebbero di restar meglio impiegati.

Passiamo in America. Meritano d'essere ancora definiti "anglosassoni" gli Stati Uniti? Per temperamento e linguaggio? Ma proprio non direi, sapete. Il melting-pot etnico si è così sovrapposto al ceppo originario da rendere oramai impossibile esca un film senza avere uno o più attori di colore nel cast, dunque figuriamoci. Quanto alla lingua, quella che viene parlata dagli americani, specie dal Middle West verso la California e il Pacifico, sempre più complicata dall'afflusso indio-ispanico da Sud (tanto che anche Bush pensa adesso di separarsi dal Messico con un muro che segua il confine texano) fa venir la pelle d'oca e rizzare i capelli a qualunque oxfordiano - eppure neanche Londra scherza per melting-pot - i quali trovano ormai accettabili, anche se con una smorfietta, solo i suoni semantici che si emettono a Boston, Baltimora e Filadelfia, di più antico insediamento europeo e con forte provenienza irlandese.

C'è dunque uno stile anglosassone da rintracciare nel giornalismo USA? Ma certo che no. Forse resta di connotazione anglosassone l'umorismo del «New Yorker», ma per il resto & E non lo sto dicendo, badiamo, in termini spregiativi o anche solo ribassanti, perché il modello americano è diverso, altro che understatement. Vi pare understatement il Watergate? O, anche se di segno opposto e comunque fallita, la campagna per un impeachement di Clinton motivata dall'allegria con cui gestiva la propria sessualità? Andiamo! Il modello americano è comunque dei più liberal si possano immaginare, anche se talvolta partigiano e strumentale come dimostra il sociologoTonello, docente di Comunicazione a Torino, nel suo studio sulla macchina USA dell'informazione. E' un paese dove tuttora - nonostante molto establishment economico stia dietro ai giornali - i governi hanno paura della stampa e della tv: testate ed emittenti sono tutte private e indipendenti, vivono del proprio e un qualificato anchorman ottiene più effetti di uno Scalfari o di un Mieli di casa nostra, per citare due equivalenti. Il loro linguaggio è icastico, popolare e senza peli ed opinione ne fa, oh se ne fa. Ne ha fatta con successo per il Vietnam e ne sta facendo ora anche per queste due trappole micidiali, Iraq e Afghanistan, in cui Casa Bianca e Pentagono si sono cacciati proiettando danni irreversibili su scala mondiale e suscitando pericoli anche europei non più visti da quando gli eserciti ottomani erano arrivati a cingere d'assedio le mura di Vienna.

E anche le televisioni sono senza museruola, da quelle parti, Come della RAI si dice che no, non è la BBC, si può tranquillamente anche dire della stessa che no, non è neanche la CNN. Noi abbiamo Bruno Vespa, cioè un accorto gestore e un ottimo chef, che porta nel suo salotto/ring non solo le istituzioni politiche ma anche le femministe e persino i Savoia (adesso non avrebbe potuto più farlo, dopo tutto il fango che s'è spalmato addosso - vedi intercettazioni telefoniche - Vittorio Emanuele, ma a un Cronkite proprio non assomiglia. Tanto di cappello professionalmente, ma di opinioni sue non ne enuncia. E gli editorialisti tv che s'eran provati a farlo come direttori di TG, da Volcich a Lerner a Curzi, hanno dovuto sbaraccare dalle rispettive testate.

Se il modello anglosassone dunque non vige più in Anglosassonia, come possiamo pensare possa essere ancora modello da noi.? O desiderarlo? No, dunque, rimane preferibile il giornalismo capace di chiamare pane il pane e vino il vino. Schierandosi, anche. Sbagliando magari, perché anche l'errore, spero di non scandalizzare nessuno nel dirlo, è un diritto, quando non incorra nel diabolicum del perseverare; ma vivaddìo, era così poco anglosassone Émile Zola quando sparava sulla prima pagina de "L'Aurore" quel titolone "J'accuse!" e riusciva a smascherare generali felloni, a mettere in crisi un governo e a far riabilitare Dreyfuss, ma così poco anglosassone da suscitare applauso e porsi anche per noi, non solo per me, vorrei sperare, come il modello di giornalismo da scegliere.

Perché siamo sempre lì: il vero giornalismo non si limita a informare, ma è suo compito indefettibile anche SCOPERCHIARE. In un'autentica democrazia la sua funzione è d'essere proprio contropotere, dalla parte cioè dei cittadini. Un giornalismo che sia rinunciatario di ciò e ne abdichi diventa una categoria con compiti analoghi al ragioniere, al commercialista, al geometra, al farmacista, categorie nobilissime ed indispensabili tutte, ma prigioniere di norme e regolamenti che sono sì necessari per adempiere correttamente al loro ruolo nella società ma che non si attaglia ai liberi battitori. Come ogni buon giornalista deve, appunto, essere anche quando esserlo è rischioso.