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Categoria: Secolo postmoderno

 

E' una rubrica stramba ed eccezionale, quella di oggi. Ma una volta tanto perché non parlare di una comunicazione che non c'è, (anche se alcuno pensa il contrario) in quanto intercettata dalla morte? Tocchiamo dunque ferro e avventuriamoci. Si c'è anche il medium che, servendosi del tavolino a tre gambe, evoca le anime, ma noi è agli altri media che di solito ci riferiamo e le scienze paranormali, si sa, vanno sempre prese con le pinze.



«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi» (Pavese).

Non si evita l'obbligatorio. E l'inerziale quotidiano non è mai tanto forte che la nera Signora non vi infili un gancio che ti strappi, almeno ogni tanto, una riflessione su di Lei. E un'altra volta un'altra, e un'altra ancora, magari non di fila e magari fra loro anche sconnesse.

La morte si può vederla «da qui» prima ancora che arrivi, ma si può anche vederla come potrebbe essere «da poi» (che ci avrà portato via), e cioè: credendo, intuendo, immaginando, fantasticando. Assai più difficilmente ragionando, invece. E gli ordini in cui sono portato a stratificare e mischiare I POSSIBILI sono tanti. L'anima non PENSA, l'anima SENTE. La mia diversamente dalla tua, dalla sua, dalle altre.

La morte del padre è sempre particolare, perché finché lui è vivo fa da diaframma tra Essa e te. Solo mancando lui e tua madre con quel Mistero ci sarai proprio direttamente vis-à-vis tu e da solo. In attesa. Mi si era stretto il cuore, vedendo i suoi occhi diventati fermi, perché se n'era andato via troppo presto senza darmi il tempo d'essere io a poter finalmente fare qualcosa per lui...

Ma il centro di queste sensazioni che mi escono cavate dal profondo e che descriverò tutte, in una gamma comprendente sia la felicità che l'angoscia, sia le costruzioni mentali che le sublimazioni fantastiche, è naturalmente quello che osserva e cerca di penetrare LA MORTE IN SE' (e quindi soprattutto il suo DOPO), il che finisce con l'essere quello della morte MIA. Quando mi avrà mangiato. Quando sarà.

«Agli infelici difficile è il morir» (Metastasio).

Non ho paura di morire. Come si fa a temere ciò che è necessario? Mi dà terrore invece un'altra cosa: l'immortalità. E' troppo immobile. Ed è il suo infinito stesso che ciò presuppone, il suo non aver corso verso alcunchè. Non so immaginare un'anima STATICA. Non potrei aver desiderio od attrazione o restare assorbito da qualcosa che non mi dà imprevisti. Immagino che punterei i piedi, ove mi fosse permesso di farlo. Mi verrebbe più facile pensare alla reincarnazione. Ma siccome la razza umana finirà (e finirà anche la Terra), dove e in chi ti reincarni dopo? A un certo punto queata possibilità cessa. E allora ecco questo concetto sopraffatto da un altro. Che potrebbe essere, questo sì delizioso, quello che l'anima possa farsi musica. Che almeno è soggetta a variazioni, se no non c'è. Non violini, naturalmente, o canne d'organo, ma musica semplicemente come essenza di sé. Da vivi c'erano corpi che emettevano un'aura, variata, e anzi tutti, chi più, chi meno, chi quasi niente, e potrebbe essere che questa, ora rimasta evanescentemente sola, si musicasse. Perché no? Non spirare più aura da un corpo già dissolto. Ma essere da quel momento musica sempre, o elementare o in diverso modo intensa.

Essere questo ex io divenuto solo anima una musica vorrebbe dire che vibro, e che forse vibrare è felicità. L'anima non può "decidere", l'anima può solo "essere". Possono esistere "sensazioni ipotetiche»? Se sì - penso di sì - perché non possiamo farcene raggiungere, da giù giù in fondo del nostro interiore, anche a ondate? Ed è quel che mi viene velocemente su da lì, senza bisogno che io lo cerchi. Potrebbe l'anima essere contemporaneamente anche colore, e anche profumo? Ma sì, dài, sì. Non le occorrono sensi percettivi che comunque non ha, disfatti come si sono insieme al corpo, poiché le proviene dal suo, esclusivamente, tuttociò in cui essa consistere può. E in questo momento, ad occhi chiusi, è questo che sale dalla parte invisibile delle mie viscere.

Ciascun'anima, certo diversa da tutte le altre, certo consistente in unicum, potrebbe anche coinvolgersi in concerto, sequenza di concerti, girotondo di concerti, senza poter essere nè vista nè sentita e senza a sua volta poter nè guardare nè sentire; senza neanche poter essere in qualche modo antropomorfa e quindi in alcun modo distinguibile. Ed è a questo punto che arriva anche un senso d'angoscia. Ma non è chiaro infatti che quando dico «musica», «colore», «profumo» è a concetti terreni che mi rifaccio? E che quindi queste sensazioni ipotetiche si ridissolvono nel Mistero? Dell'altro c'è che comincia allora a salire dal mio profondo...

«Toten reiten schnell» (Bürger).

La fantasia comincia dove finisce la ragione? Spesso comincia anche prima. E poi la ragione non finisce, si fa solo più ardua. E poi che fantasia sarebbe se non fosse imprevista? Capolinea, nuovo decollo, nuovo capolinea, un decollo ancora nuovo. E a un certo momento il pensiero, che è fatto di ragione e fantasia insieme, comincia a tremare; e questo tremito scalda e gela, riscalda e rigela, E dopo si blocca di colpo in una persuasione (dico prudentemente persuasione e non certezza). La quale appare alla fine consolante. Che dopo non c'è niente: niente, niente! NIENTE. Poiché trovo, giù giù, nel profondo del mio profondo, che il niente è la possibilità più sublime di tutte. Cosa c'è di più ineffabile del non-essere?

Mi consola moltissimo che l'anima possa morire col morire del corpo. Che solo gli esseri vivi possano, in cento modi diversi, ricordarmi. E che io invece, fatto quel passo, non possa assolutamente ricordarmi non solo degli altri ma neanche di me stesso. Mai più. Ricordo vuol dire andare all'indietro, ritornare al passato, e non è a ritroso che va il percorso dei mortali quando hanno oltrepassato la soglia dell'Ignoto. Quell'ignoto è qualcosa di solo ed esclusivamente SUCCESSIVO. Ed è il niente, appunto, in cui può consistere la bellezza squisita e pacificante di quel "dopo": un infinito, suggestivissimo, riposante black-hole universale.

Perché il contrario del niente quale sarebbe? I fiduciosi di varie osservanze collocano parecchi scenari davanti a sé, in parte comuni in parte diversificati. Ma questo è il caso in cui, allora, occorre «credere». Ma credere - è paradigma ineluttabile - si può soltanto "prima". Spirando, subito dopo, dolcemente come santa Teresa o saltando in aria come un kamikaze.

«Tirez le rideau: la farce est jouée» (Rabelais).

Certo, le ipotesi correnti sono un ventaglio. Senza escludere l'horror dell'inferno cattolico, vanno dal pio al favolistico, dal fantasy al cartone animato. Gli esempi son tanti e tutti, beninteso, più che legittimi. Si tratta peraltro di credenza antica e robusta: io muoio, vado di là e ricomincio (o addirittura COMINCIO) a "vivere". Era la vita terrena, insomma, a consistere in un gomitolo aggrovigliato e senza senso. E in questo nuovo iperuranio ambiente ritrovo tutti: dalla mia famiglia a coloro che amavo al lattaio che stava all'angolo della strada, ai miei colleghi di ufficio. E sto con loro per sempre. Aspettando che uno o un milione alla volta arrivino gli altri. Può essere una festa e può essere una palla. Potrebbe anche essere io non riesca a stare appiccicato a chi voglio, o che altri che non desidero vogliano stare appiccicati a me. O che di qualcuno si scopra solo in quest'occasione il suo vero essere prima coperto da ipocrisìa.

No, no, in questo caso che nel mio profondo proprio non ritrovo e non desidero, se lì cioè ci fossero in eterno parcheggio davvero TUTTI, ritengo che la mia anima (parlo della mia soltanto, non occorrerebbe neanche precisarlo), sicuramente manterrebbe gli impulsi con cui aveva dato imprinting alla mia vita. E che dunque essa, perfino piuttosto che ritrovarsi a giocare di nuovo a scopa col mio adorato nonno materno che tanto mi ha dato e tanto mi ha affettuosamente riscaldato da ragazzo così da commuovermi a lacrime ogni volta che lo ricordo; o fondere finalmente in amore unico - tutte come sarebbero da quel momento in poi intorno a me - le donne che ho davvero amato con sincera intensità da vivo; altra cosa io, rimasto solo anima, farei. Invece di dedicarmi solo a dei bis, o a prolungare un bello già irrepetibilmente culminato, o replicare casi in cui le cose erano andate un po' bene e un po' male, o addirittura senza meno storte (e tutto questo per l'Eternità), ecco cosa ambirei fare.

Mi farei largo fra tutte queste riapparse presenze e (ci saremmo tutti, s'è detto, lì, no?, non solo chi ci era stato più vicino o coevo) cercherei di incontrare Leonardo da Vinci. E qualche altro così. Oppure due in qualcosa omologhi come l'umanissimo Jesus di Galilea e Martin Luther King. Ma anche Monteczuma, un capo di stato la cui storia mi ha sempre affascinato, come l'assimilabile per contrario/analogo finale di vita di Salvador Allende. Se è sempre quella mia, l'anima di cui sto parlando, non avrà certo perso per istrada, in fase di trapasso, l'identi-kit principale innatamente conferitomi: la curiosità. NON CREDO comunque che in questo iperrealistico paradiso, in cui non so neanche che faccia avremmo perché almeno l'età l'avremmo persa, ci ritroveremo davvero, parenti, amici, compagni di gioco e di lavoro, partner amorosi e carnali, e icone di cui eravamo fan. E nonostante sia da tante parti così vastamente e ingenuamente nutrito un accorato e comprensibile desiderio che ciò sia, e relativa speranza.

Meglio, molto meglio, quel che mi sale su da profondo istinto come parametro di pace eterna, e cioè un black-hole non cannibale, placido e perenne, nel quale ciascuno di noi nulla più saprà del passato, e addirittura neanche ci sarà - o sarà solo energìa protonica, dato che quel che è eterno sì con certezza è l'Universo (c'era anche prima del Big Bang) fatto di materia e antimateria, e d'ordine e caos, in circolare alternanza - avendo così sorpassato anche la propria anima. Siamo stati e siamo troppo piccola e transeunte cosa in quest'Universo per permetterci di coltivare ambizioni così megalomani e sfrontate come un'eternità da palcoscenico umano. Ho parlato per me, naturalmente, continuando a rispettare l'uniquique suum cui ciascuno ha diritto.