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Categoria: Secolo postmoderno

 

Ma com'è riccamente variegata questa comunicazione di massa! Queste ultime settimane hanno registrato un fatto italiano nuovo e molto interessante, in materia di comunicazione televisiva. Fatto che alla fine porta con sé, se non il nostro allineamento agli standard inglesi, francesi, statunitensi, almeno il riconoscimento abbastanza ufficiale che in materia di satira politica la via retta è quella - liberal - che praticano loro e non quella - censoria - che aveva preso piede da noi. Stiamo parlando dei quattro giovedì in cui è passato sui video di RAI 1 il ciclone Celentano. Quasi una carica di panzer a ondate, interpretando umori popolari, con obiettivo il governo di questo Paese e il suo premier, ma senza peraltro risparmiare i giardinetti dell'opposizione. Non stati obiettivo di vere granate, naturalmente, ma di quegli allegri fendenti in cui la satira appunto consiste e che fanno tuttavia anch'essi bruciar forte la pelle. Le sue cartucce sono infatti caricate non a polvere ma a verità scomode o tenute glissate, e vengono sparate in modo sbertucciante. E possono a conti fatti dimostrare come uno show circense condotto da qualche "mostro sacro" dello spettacolo possa avere presso l'opinione pubblica anche più forza di un dibattito parlamentare in cui all'attacco si trovino oppositori assolutamente privi di carisma anche quando armati di argomenti validi.

Dopo la prima puntata, giullarescamente aggressiva e immersa nell'emozione di un entusiasmante contorno di canzoni, erano venute la solita indignata levata di scudi da parte degli offesi, la minaccia di blocco del programma (col direttore di RAI 1 che denunciava violazione contrattuale da parte del "molleggiato" e si autosospendeva per protesta), la solita accusa di comunismo. E aleggiò da subito lo stesso berlusconiano ostracismo di cui già furono per lo stesso motivo vittime via via Fo, Biagi, Santoro, Luttazzi, la Guzzanti. Solo che stavolta gli imputati sono stati, come dire, blindati dagli stessi telespettatori, per la gigantesca entità di ascolti in tempo reale registrati. Alla seconda puntata (protagonista un Roberto Benigni che maneggiava lo sberleffo come fosse la spada di Zorro tracciante “Z“ sul sedere del sergente Garcìa) l'audience toccava la cifra senza precedenti di 15 milioni di italiani incollati al televisore e 14 sarà la media finale complessiva delle quattro serate). E come si fa a toccare anche solo con un dito, nell'attuale società dell'immagine, chi consegna alla nostra televisione lo share più alto della sua storia? Ed ecco allora un subitaneo ed impaurito ribaltone d'atteggiamento, che proprio dall'alto ineditamente proviene. Il fatto nuovo di cui parlavo all'inizio non è dunque Celentano ma quanto Celentano con le sue cannonate più o meno musical e il suo chiamare ad ospiti alcuni dei precedenti "epurati", ha provocato. Analizziamolo.

Si articola in due contromosse, ma ambedue accusanti con evidenza il colpo. La prima è un'ammissione a tutti i livelli facendo così, quelli più alti compresi, retromarcia, che la satira o è libera o non è, come del resto negli altri Paesi democratici, e che non può contenere contraddittorio: par condicio potrebbe cioè consistere solo in altri showmen che in altri spettacoli sparino dalla parte opposta su bersagli inversi. La seconda consiste nell'aver postato di corsa subito dopo le tre ore di Celentano tre ore del vespiano «Porta a Porta» centrato su un dibattito a più voci proprio a questo show dedicato, in modo da disporre di una sorta di immediato ammortizzatore dei danni fatti a chi per ora governa; diluendo cioè il tutto recensivamente in seconda battuta invece di organizzare polemici duelli frontali. E tutte e due dette contromosse lascianti vedere in sottofondo un palese ondeggiare di bandiera bianca: Celentano e Benigni dalla TV non spariranno e si prevede ritorno anche per altri già espulsi. Ed altri due elementi si possono trovare, pescando in questo quadro, che son meritevoli di spiccata considerazione e che adesso esporremo come certamente già acquisibili sul piano generale come particolari importanti proprio della comunicazione come scienza applicata.

Il primo può essere molto facilmente enunciato. La satira nulla ha a che fare con equilibri aritmetici e dunque è sbagliato cercar di definirla, come nella fattispecie, ad aprioristico senso unico. Non è infatti questione di destra e di sinistra. Oggetto di satira è, da sempre ed ovviamente, qualunque collocazione abbia, esclusivamente chi ad essere satireggiato più presta il fianco. Come riesci ad affondare pungiglione e a far ridere prendendo nel mirino un pesce lesso (e a sinistra ce n'é più d'uno: solo col presidente dei DS si può fare un a fondo satirico per quel che ogni tanto dice o fa, e infatti ciò avviene, ce ne son stati anche in questa Celentaneide) o uno poco caratterizzato? Ma un personaggio come l'attuale premier, che una fuori dalle righe ne fa e cento ne pensa, è una vera pacchia per gli sfottitori. Si comporta come un attore, si trucca, gesticola, organizza gag, dice cose che non stanno né in cielo né in terra quasi ogni giorno, i suoi programmi sono una danza di avanti-e-indrè, cambia tesi ed opinioni da un dì all'altro, si dichiara e si smentisce di continuo, ha un governo pieno di personaggi da cartone animato. E' persino un pochetto mascalzone ma non se ne dà molta cura e anzi ci punta, perché sa benissimo che all'italiano medio una certa spregiudicatezza fantasiosa e lassista piace. Ma su chi mai in Italia si dovrebbe dirigere la satira lasciando fuori lui, andiamo? Senza parlare della galleria di autentiche “macchiette" che gremiscono quell'establishment, siano ministri, esponenti di partito o portavoce? Un insieme cioè abbastanza surreale ed iperbolico (e anche da incubo, un poco: vedi riforma della Costituzione).

Quanto al secondo, è un corollario che proprio dal primo discende. Se la politica smonta dagli scanni austeri e competenti e adotta la spettacolarità mediatica per manifestarsi, andando avanti con espedienti di scena, ping-pong, suspense, gioco delle parti e veri e propri coups de théatre, come si può più distinguerla da uno show una volta che procedure e tecniche sono ormai le stesse? Una volta cioè che la politica medesima si è fatta spettacolo e popola programmi e TG di una serie di maschere fisse tipo commedia dell'arte, e alcune sue vicende sembrano scritte da Feydeau o da De Filippo, come può più darsi protetta da recinti sacri o dirsi al riparo dagli strali di quel palcoscenico che lei pure accanitamente frequenta? E accade così che di fra le quinte di uno studio tv o di una casa di produzione cinematografica spuntino delle supplenze di leadership con valenza politica produttrici di trascinamento popolare e di influenza su accadimenti prossimi. Ci fu non molto tempo fa il caso di Nanni Moretti, ora è toccato all'accoppiata Celentano-Benigni.

All'estero si meravigliano che quel che da loro è normale (sfottere ogni giorno Bush, Blair, Chirac) quando da noi, con tutto questo clamore, si verifica venga invece considerato quasi con stupore uno sfondamento di tabù. La satira è sempre un po' metafisica, ma da quando esiste anche una metafisica di governi non si capisce più bene perché l'una abbia dei diritti e l'altra no. Anzi, dovremmo cominciare ad usare più spesso il termine metapolitica.