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Categoria: Secolo postmoderno

Terza puntata (in calce c'è, per chi vuole, l'indice cliccabile delle rubriche precedenti). Avevo proposto la casuale analisi, come dire, spettrografica di tre parole - prive di ogni nesso in comune se non quello che se n'è attualmente intensificato l'uso - nonchè il riconoscimento della loro stazione di partenza e l'ispezione dei loro valori di contesto. Ne abbiamo finora denudate due sul lettino, "Halloween" e "patriottico". Oggi tocca al sostantivo composto ipertesto che nel "Glossario dei termini informatici della McGraw-Hill" del 1996 ancora non c'era.
Ogni bravo studente munito di computer sa oggi bene cos'è e non c'è esploratore di web o fruitore di enciclopedie su CD che non vi si imbatta di continuo. Ma anche a questi, oltre che a coloro (tantissimi) ancora non sufficientemente informatizzati, penso sia suggeribile qualche riflessione in più. Perchè il progresso non è un rettilineo che a percorrerlo ci si lascia alle spalle per sempre quel che c'era prima, il progresso è un tracciato a spirale. Che s'innalza cioè sempre più via via ma periodicamente tornando in curva all'indietro, e disegnandola tuttavia a livello superiore. Spiego con due esempi semplici quel che intendo.
Avevamo usato l'inchiostro per più millenni (è nell'antichissimo Egitto e in Cina che s'era cominciato) e l'inchiostro, oltre che col pennello, era più normalmente depositato sul supporto per mezzo di uno strumento appuntito che aveva uno spacco in cima il quale ne tratteneva intinto, rilasciandole dietro pressione, alcune gocce. Prima il càlamo, poi la penna d'oca, poi il pennino d'acciaio, poi la stilografica. Infine nel 1938 il signor Làszlò Biro, ungherese, inventò la penna a sfera battezzandola col proprio nome. A parte la sua "rivoluzione tecnologica", che conseguenza essa produsse? Che ci riportò - ecco la spirale curva indietro, a un livello superiore - al prima degli altri strumenti che ho appena elencato: cioè allo stilo, il quale tracciava solchi monospessore sulle tavolette d'argilla o di cera. Mentre le penne a inchiostro, divaricando più o meno le punte premute sui fogli, tracciavano (hanno tracciato per millenni) segni grossi e segni sottili alternati, secondo varie regole - che esistono anche in tipografia - e varie personalizzazioni. La biro insomma ha cambiato la nostra calligrafia risemplificandola e disimpreziosendola; non sembri che ce stiamo lamentando: costatiamo e basta.
Analogamente - è il secondo esempio - la tecnologia informatica sta sveltendo la comunicazione per segni attraverso l'adozione di un "linguaggio iconico". E cos'è anche questo se non un'altra voluta all'indietro, ma più alta, della nostra spirale? Che ripropone i linguaggi scritti pre-alfabetici e ci riporta a quando, incisi su pietra o corteccia, due linee ondulate sovrapposte significavano "acqua", o "scorrere", e un triangolo con la punta in giù e questa punta scissa da una fessura stava per "donna", o "madre" se conteneva uno o più cerchietti.
Ipertesto, allora. Lo chiamiamo così da poco, per analogia col concetto di iperspazio. Che non compare solo nelle opere di fantascienza come un secondo spessore dello spazio entrando nel quale si possono incredibilmente accorciare le distanze stellari viaggiando più veloci della luce, ma è anche un serissimo termine scientifico per indicare uno spazio a "n" dimensioni, oltre cioè l'ordinaria terza. Come l'iperspazio allo spazio anche l'ipertesto conferisce al testo uno spessore aggiunto e retrostante, cioè una dimensione in più. E come al cinema l'astronave entra in quello, arricchendosi di velocità, al premere di un pulsante, così la schermata del computer fa apparire questo al cliccare della parola chiave, arricchendola così di altre pertinenti informazioni fin'allora nascoste. Qual è stavolta la svolta della spirale?
A prima vista non c'è niente di alchemico nel nostro computer, anzi il dottor Faust appare lontanissimo da Bill Gates e i suoi alambicchi, a differenza dei chips, non riuscirono mai a tramutare il piombo in oro. Però basta metterci un po' di attenzione retrospettiva: gli alchimisti erano anche filosofi e soprattutto ricercatori e sperimentatori, pur se collocati fra scienza e magìa. Possiamo immaginare alcuni di loro cliccare il pentàcolo (lo cliccavano proprio, nell'una o nell'altra delle sue cabalistiche figure) per evocare o per esorcizzare il nascosto delle cose. La loro investigazione maggiore era nel tirar fuori l'"essenza" della materia per conoscerla o magari tentar di convertirla in altro, convinti che la natura possedesse pure la ricetta dell'immortalità. Mischiando chimica e sortilegi seguivano procedure ed eseguivano operazioni, applicando formule che erano veri e propri codici e che l'attuale governo dell'elettromagnetismo su cui si basa la telematica ha non copiato, perchè non sarebbe il termine giusto, ma certamente riprodotto. A un livello, appunto, superiore; cioè basato su acquisite certezze scientifiche. Noi sappiamo cose che loro non sapevano e possiamo fare ciò cui loro oltre al desiderar di fare non sono pervenuti: cioè clonare. E clonare è un modo di immortalizzare.
L'ipertesto è tutto quanto c'è dietro a una cosa, precedente di essa, connesso con essa. E il digitato link (gancio) che ce lo rivela è una delle punte di pentacolo che "link" allora non poteva chiamarsi, nell'accezione che attualmente ha, ma un "gancio" comunque lo era. Nè Gates di Microsoft nè Job di Macintosh ci hanno certamente mai pensato, ma un altro sì (ah, la psicoanalisi) e quando Carl Jung scrive nel 1944 "Psicologia e alchimìa" vi caccia dentro appunto la connessione fra "linguaggio simbolico" e "nitidi affioramenti delle strutture profonde". Il link cioè (lo ridico uguale solo usando altri vocaboli) di una parola codificata o di un'icona e il nostro ipertesto qui sotto osservazione. Che tutto questo possa parere estratto a forza con cavaturaccioli da un livello inconsapevole che comunque lo contiene nulla toglie, mi pare, alla mia teoria della spirale. E questo attrezzo con cui in questo momento sto scrivendo, ma con cui posso anche fare tantissime altre cose palesi o segrete e quasi magiche, mi piace supporre contenga davvero in sè, sorvolando alto e contento in curva i fantasmi di Faust, Paracelso e Bacone, quella "pietra filosofale" tanto piena di immensi poteri, oggi fatta però di silicio e non di calcare, così a lungo e invano cercata quando l'uomo poteva staccare i piedi da terra soltanto con la mente.