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Categoria: Secolo postmoderno

 

Nel «Secolo postmoderno» della scorsa settimana avevo affrontato - cercando di portare a livello scorrevole un discorso in sé non semplice ed oltretutto molto delicato - il rapporto tra il ruolo della filosofia e i compiti della comunicazione. Ruolo e compiti visti entrambi come rivolti, anche se da diversa specialità, verso l'intera comunità umana. Quello che propongo oggi, come proseguimento dell'analisi precedente, è invece il rapporto proprio fra l'uno e l'altro di questi due così diversi generi di operatori, che vorrei chiamare culturali perché così a tutti e due tocca, ma ammetto come molto opinabile che proprio tutti i comunicatori possano (magari ciò fosse...) fregiarsi di quest'aggettivo. E ciò pone questa volta al centro, e soprattutto, alcuni serissimi problemi di linguaggio. Se due interlocutori non usano reciprocamente lo stesso codice linguistico, la comunicazione si intoppa e i risultati ne escono inficiati talvolta anche gravemente. Userò esperienze mie e riflessioni che ne ho ricavato. Perché ci sono davvero le parole che hanno due facce, una corrente e l'altra specialistica e a cadere nel nominalismo non ci vuole niente. Uno stesso termine che venga adoperato da un filosofo o da uno che non lo è o a questo tipo di rapporto non sia aduso, assume insomma un tale cambio d'identità lessicale interna capace di produrre incomprensione anche molto forte, con conseguenze di diatriba infinita. E sono cose alle quali sia il filosofo che il comunicatore, e non uno solo dei due, devono prestare la massima attenzione; non potendo né l'uno considerarsi cittadino dell'iperuranio e basta, né l'altro guardare solo alle cose materiali del pianeta Terra senza levar sguardo anche un po' più in alto. Influenzando, sia pur diversamente, entrambi pensiero, occorre aver per doveroso sceverare un problema come questo nel modo più attento possibile. A qualcosa del genere avevo già accennato qualche rubrica fa, ma oggi mi pare il caso di fare qualche analisi un po' più approfondita. E soprattutto tendente a propor soluzione chiara e inequivocabile a qualcosa che non deve poter restare in eterno dilemmatico.

Problemi linguistici ce n'è, intendiamoci, di tutti i generi. Taluni sono facilmente risolvibili, taluni meno. Io per esempio dico e scrivo sempre «psicologhi», «sociologhi», «archeologhi», eccetera; mentre altri dicono e scrivono «psicologi», «sociologi», «archeologi», e così via. Chi ha ragione e chi sbaglia? I dizionari non condannano, per la verità, nessuno dei due ma la mia scelta è frutto di una riflessione: quella desinenza che viene da logos mi induce a regolarmi così per un motivo molto semplice e basato su logica: che il greco classico non possiede per le consonanti “c“ e “g“ il suono dolce (come nel nostro «ciliegia», per intenderci) ma solo quello duro; e quindi mi attengo di proposito alla fonìa della lingua da cui tale desinenza deriva, la quale nello scritto si riproduce in italiano con l'apposizione della lettera “h“ fra consonante e vocale. Conclusione che mi pare appunto elementare e ragionevole.

Un'altro caso, che può sembrare irrilevante ma che è invece fastidiosissimo specie in campo universitario perché conduce a un errore il quale è leggera conseguenza di un effettivo "nonpensare", è il seguente. E anche in questo, come nel precedente, i filosofi non c'entrano ma i comunicatori sì. Due cose possono essere fra loro correlate (due "r"), e fra queste due cose c'è quindi una correlazione: p.es. fra due delitti d'un serial killer o tra il fatto che cominci a piovere e che tu dunque apra l'ombrello. Corelazione (si può scrivere anche co-relazione col trattino, comunque sempre con una "r" sola) è invece quando due persone sono incaricate di fare insieme una relazione, scritta od orale, su qualcosa. Da qui co-relatore o corelatore, come ovvio appellativo di chi affianchi un relatore. Un correlatore sarebbe invece chi mette due cose in correlazione fra di loro, e perciò tutt'altro ne è il significato. La buona lingua cerca sempre di evitare confusioni. Negli aggettivi, il raddoppio della consonante iniziale che segue il prefisso non dà la possibilità di confusione possibile in un sostantivo, come nel caso citato, e quindi «connazionale» o «correligionario» lo applicano, in osservanza a una generale regola eufonica, comprendente peraltro parecchie eccezioni, che riguarda i prefissi in quanto tali (es.: «suddividere», «soggiogare»). Ma chi insiste nell'usare l'improprietà di «correlatore» dovrebbe allora anche dire e scrivere «coppilota» o «coggestore», cosa che penso non si sogni minimamente di fare. Come neanche lo farebbe per «cossocio», in cui è sempre per ragione eufonica che stavolta si piazza una "n" ed è dunque «consocio» che va correttamente detto e scritto. Naturalmente, non si può pretendere che i burocrati dei servizi universitari siano anche versatissimi in linguistica, e quindi stampando la relativa modulistica non la strafalcionino, facendo così ripetere l'errore anche alle copisterie che stampano le copertine delle tesi di laurea. Ma io ogni volta che me ne sono accorto in tempo ho sempre chiesto la correzione. Esiste un linguaggio correttamente ragionato ed esiste un linguaggio rabbrividentemente dilagato come corrente (caso più clamoroso lo scempio del congiuntivo), e a me quel raddoppio lì di "r" continua a procurare il classico effetto del gesso che stride sulla lavagna.

Passiamo alle difficoltà comunicative di ordine linguistico più complicato. Quelle che riguardano dialogo (e lo possono anche arenare) includente divergenza semantica per diverse espressioni lessicali rapportate a individuazione di concetto. Io esemplifico qui con tre sole, per non farla eccessiva, che possono provocare discussioni più appassionate: i sostantivi «opinione» e «caso» e l'aggettivo «dogmatico».

Comincio da «caso», originante una quaestio molto sintomatica e a un certo punto ingroppantesi sino a far irragionevolmente perdere di vista che, nominalismo a parte, entrambi interlocutori intendono esattamente la stessa cosa. Perché nella lingua italiana esso ha il comunemente accettato significato d'uso di «evento imprevisto ed accidentale», mentre nel linguaggio filosofico e nella sua metodologìa viene invece considerato impossibile ad esistere in quanto estraneo ai processi logici, rappresentandone il contrario e quindi, se si può dir così, autocancellandosi. Anche qui: chi dei due usa questo termine in modo errato o incongruo? Ma nessuno dei due: gli dànno semplicemente un senso completamente diverso. Una volta infatti stabilito - come non si può fare a meno - che non c'è cosa possibile la quale non sia effetto di una causa e che dunque una lunga catena di cause ed effetti, che diventano a loro volta causa di altri effetti, presiede a qualunque cosa accada, è chiaro che quanto di più casuale possa apparir verificarsi sarà in verità (e non è un gioco di parole allitterante e fonetico che sposta solo una "u") anch'esso invece in qualche modo, e inevitabilente, causato.

Quel che non deve sfuggire, però, ma che troppe più volte sfugge, è che nessuno dei due significati citati (imprevisto e accidentale) per la parola «caso» dai dizionari contraddice il predetto assioma filosofico. Perché il primo lo definisce semplicemente come non atteso, e il secondo come rompente una immaginata normalità. Senza dunque inficiare per nulla il principio di causalità. Di cosa va insomma tenuto conto? Del fatto, in fondo anche abbastanza fermo e convenuto anche se non da taluni filosofi, che, mentre nelle cose importanti la ricostruzione della catena causa/effetto è indispensabile perché possano essere pure comprese nel profondo e non solo registrate in superficie, per le cose più piccole e magari sciocche non sempre questa catena è ricostruibile in ogni suo elemento; o ciò è talvolta addirittura impossibile, specie quando contenga dati rimasti inconsci o semplicemente dimenticati o rimossi. E alla fin fine non mette neanche conto, spessissimo, di intraprendere una tale ricerca; ed ecco allora che, per ragioni di irrilevanza, ci si accomoda correntemente e per convenzione su un dato di passiva, anche se solo apparente, fortuità. Persino uno scienziato capace di arrivare a capire i motivi per cui i neutroni girano intorno ai protoni in quel dato modo suderebbe un po' freddo se gli si chiedesse di ricostruire la catena cause/effetti dell'estrazione di quella e non di un'altra pallina da un'urna rotante e per mano di un bambino bendato che la sceglie con le dita cieche, come si fa nelle estrazioni del lotto. Quando la cosa non vale la pena conviene sempre investire tempo e cervello su qualcos'altro di più serio. E questo costituisce dimostrazione sufficiente che due interlocutori i quali vogliano capirsi fra loro hanno bisogno assoluto che i codici di linguaggio da loro reciprocamente usati siano comuni ad entrambi. A me trovare la dirimente per questo specifico è costata della concentrazione ragionante, e di averla trovata sono contento. Ma quanto tempo perduto per stabilire se il caso, nell'accezione di fortuna, sventura o coincidenza, non possa assolutamente esistere e anzi il solo enunciarlo costituisca inammissibile attentato alla ferreità inscalfibile dei processi logici; oppure se non c'entri anche un zinzino di spostante, e quindi alterante seguiti, libero arbitrio nel passare da una strada invece che da un'altra e fermarsi davanti a una vetrina invece che ad un'altra mentre una signora dal secondo piano annaffia così oltre ai suoi fiori pure me. Se inciampo e cado obbedisco sì all'ineludibile legge di gravità e a quelle dinamiche basate sul mio peso e sulla mia tenuta muscolare mentre cerso di riprendere equilibrio, mentre se decidevo di camminare più piano l'ostacolo lo vedevo in tempo, ma vattelapesca qual era il motivo vero di quella mia decisione istintiva e priva in quel momento d'importanza alcuna. Filosofia o non filosofia, tutti e senza eccezioni diranno sempre che ciò è accaduto «per caso» senza che ciò meriti di innescare futili e improduttivi dibattiti teorici.

Quanto a «opinione» e «dogmatico», la natura stessa di questi due termini consente di farci sopra discorso unico. Per arrivare a una possibile certezza si parte quasi sempre da un semplice sospetto, e prima di raggiungere una verità solida si passa attraverso un processo logico la cui fase iniziale è ordinariamente la labilità in cui si connatura appunto un'opinione. Essa non è un'intuizione, tutt'altro. Dipende da vari contesti di essa formativi: da anagrafe o censo, da esperienze ambientali o lavorative, da livello culturale, da territorio o etnìa, persino da umore. Potrà anche essere autorevole per la sua fonte, ma è sempre qualcosa di soggettivo e anche di mutevole. E rappresenta dunque sempre un momento di passaggio, hic et nunc, che spetta a verifica razionale e documentaria di dimostrare falsa e così demolirla, o di trasformarla eventualmente in verità, che di opinione è appunto il contrario; altrimenti non si chiamerebbero così. La filosofia è molto severa con la parola opinione, al punto di considerarla praticamente illegittima, e a tacciarla, se mantenuta, addirittura di «dogmatismo». Ci sono persino correnti filosofiche differenti ciascuna delle quali ritiene opinione quella di scuola avversa e riserva a se stessa, invece, effettuale raggiungimento di verità. Chi sceglie l'una scarta ovviamente l'altra perché non v'è compatibilità fra due Weltanschauungen (concezioni epocali del mondo) contemporanee e diverse. E dovrà dunque essere avvertenza dei portatori d'opinione (quella dell'opinionista è addirittura una professione nel mondo della comunicazione riconosciutissima, e ce n'è addirittura di specializzatamente illustri) non dire mai «E' così», bensi sempre «Penso possa essere così», (o, senza esplicitarlo, darlo per scontatamente sottinteso) rapportandosi cioè al momento, alla nozione temporaneamente posseduta, allo stato provvisorio dei fatti, e salvo verifiche. Occorre sapere che l'opinione, anche quando appariscente, è più paragonabile a un galleggiante che a qualcosa che affondi radici nella roccia. L'opinione che si trasformi in «dogma», o per tale venga data, insomma, tradisce appunto anche semioticamente se stessa. Perchè il dogma è proprio anch'esso il suo contrario, in quanto riveste abito di verità facendosi Verbum. L'opinione accetta che vi siano altre opinioni anche contrapposte, il dogma no. Essa è, per definizione, precaria e mutevole e il dogma è invece qualcosa di immobile e permanente, scolpito nel marmo, fuso nel bronzo. Enunciato, non si cambia più. Al dogma si richiede accettazione di credente e non consente analisi che lo mettano in dubbio. Assume valenza di tipo religioso. Anche per separare ragionevolmente opinione da dogma (fluida accezione d'uso corrente e rigorosa accezione filosofica) occorre dunque fare, a seconda delle circostanze, un po' di fatica prima di pervenirvi, e un codice comune di linguaggio allevierebbe molto il rapporto tra comunicatore e filosofo, evitando capottamenti di percorso, anche un po' paradossali data l'effettiva convergenza di fondo sulla sostanza della cosa.

Non vorrei aver dato l'impressione di aver esposto discorsi astratti, naturalmente, e vorrei anzi avere indotto persuasione che in queste acque è appunto proprio anche, e a buon motivo, il giornalista a dover saper navigare. La consapevolezza piena e, direi, fisionomica oltre che concettuale nelle sue accezioni possibili, di ogni singola parola che stiamo usando, credo sia imperativa per il giornalista, e specie (vedi conduttori radiotelevisivi) per chi non ha, come invece chi vi si applica per iscritto, maggior tempo disponibile di riflessione. E però neanche chi è scrivente talvolta scherza per negligente disoculatezza in materia di sostantivi o nel buttar giù aggettivi a casaccio o nello sceglier malamente verbi inappropriati. La superficialità linguistica è nemica di questo mestiere. Chi ha buon istinto e una certa esperienza può anche considerare molti filosofemi come mera scoperta dell'acqua calda, ma rimarrà sempre doveroso da parte sua non solo rispettare chi convalida l'istinto con accurato ragionamento (e in genere questo i filosofi sì che lo fanno) ma ottemperarvi con costanza lui stesso.