Stampa
Categoria: Secolo postmoderno

Non è lecito, si afferma, discutere le sentenze. Ma i tribunali che le emettono sono di tantissimi generi e oggi che persino quelle sfornate dai palazzi di giustizia diventano così spesso oggetto di diatriba, figuriamoci se non si possono commentare più o meno criticamente anche quelle emesse da giudici diversi. Dirò dunque la mia su due casi dello stesso giorno, uno internazionale ed uno localissimo, per manifestare (e argomentare) il mio modestissimo consenso e rispettivamente dissenso da esse. Ricadono comunque in qualche modo entrambi nel rapporto fra comunicazione e masse (in fondo la materia che insegno all'Università, il che penso me ne abiliti espressione d'intervento in una sede d'opinione come questa), dato che appunto anche la comunicazione di massa caratterizza salientemente quel Postmoderno cui da tre anni questa puntuale rubrica settimanale si intitola.

Lutto triestino per una votazione svoltasi ieri a Parigi presso il BIE (Bureau International des Expositions). Si doveva decidere a chi assegnare l'ambìta manifestazione mondiale «Expo 2008» fra tre città candidate, Saragozza, che ha vinto con largo distacco appunto su Trieste, lasciando fanalino di coda Salonicco. Partecipavano a questo voto 95 nazioni (per noi era presente a spingere il ministro degli Esteri Fini) e va annotato che si tratta di una manifestazione la quale, nella sua lunga durata, a parte l'essere occasione centrale di studio e progettualità specifiche, porta ogni volta con sè prestigio, lavoro, investimenti e stimoli economici. Oggi leggo che i motivi di questo esito sfavorevole alla proposta sede italiana di questa iniziativa sono localmente ricercati nel formarsi di maggioranze politico-etnico-territoriali, nel ritardo di pressing internazionale da parte nostra, nel fatto che i Paesi latino-americani, che son tanti, hanno votato in blocco per la Spagna, che Grecia e qualche altro si son rimangiati le promesse fatteci e in sede di ballottaggio «hanno tradito», e altri argomenti così... Ebbene, devo dire però che anch'io, italiano e triestino, avrei votato per Saragozza, la quale già da tempo ritenevo scelta ottimale. E che condivido questo verdetto internazionale per dei motivi molto seri, che adesso spiegherò.

Tutte e tre le città candidate avevano svolto da un paio d'anni un'intensa campagna per aggiudicarsi questa (come le Olimpiadi) ghiotta e periodica posta. Ma qui da noi s'era soprattutto puntato sul tessere alleanze e su do ut des di voti. Non puntando invece fin dall'inizio - errore gravissimo - su quel che il regolamento prevede rispetto al TEMA da ciascun concorrente proposto per la manifestazione che si candidava ad ospitare. E il più universalmente utile ed interessante lo aveva indubbiamenente scelto la città aragonese. Eppure ancora oggi, a sconfitta ormai subìta, non si tien conto da parte italiana (Regione Friuli-Venezia Giulia e governo nazionale, che più degli altri partecipanti stranieri s'erano impegnati al massimo livello) del fatto che proprio per il tema da essa scelto era più logico e funzionale, dunque assolutamente preferibile, vincesse la Spagna.

Quali erano questi tre temi? La terra, ossia risorse agricole e dunque alimentazione sempre più insufficiente della popolazione mondiale, per la candidata greca Salonicco. L'incubo acqua come problema planetario in corso di veloce aggravamento, e modalità di progettualmente in comune affrontarlo, da parte di quella spagnola, Saragozza. La candidata italiana Trieste invece aveva scelto un argomento un poco evanescente e astruso come «La mobilità della conoscenza», non solo riferibile insieme a tutto e a niente ma anche, per la sua connessione con i problemi mediatici, imparentato con una tematica già abbastanza fittamente inflazionata, di continuo e un po' dappertutto, di questi tempi. Eccolo dunque il motivo per cui andava tifata Saragozza e per cui è bene sia stata essa a spuntarla.

E' da accogliere con grande soddisfazione insomma, vincenti o perdenti si sia stati, che per un lungo e adeguato tempo convengano sulle rive dell'Ebro, dove ha sede una delle più antiche e prestigiose Università d'Europa, scienziati, studiosi, specialisti e politici, per discutere, valutare e progettare in ordine a qualcosa che sarà presto, e fin dal prossimo paio di decenni, dramma primario della razza umana e dell'intero mondo animale e vegetale. Acqua! Da un lato ne avremo troppa, quella marina, per lo scioglimento sempre più velocizzato dei ghiacci polari causato dai mutamenti climatici frutto delle emissioni industriali che, non frenate, farebbero alzare il livello degli oceani mettendo a rischio tutte le città costiere. Dall'altro troppo poca, quella dolce per irrigare e bere, a causa del riscaldamento celeste, dell'inquinamento dei fiumi e della stessa pioggia in dipendenza di quello atmosferico, sia chimico che elettromagnetico, e sempre provocato dall'uomo. Ci sono estesissime aree della Terra già oggi vittime di siccità incalzanti.

Eppure ancora gli USA si rifiutano (motivo impudicamente dichiarato: «Ciò dannereggerebbe l'economia nazionale») di sottoscrivere gli accordi internazionali di Kyoto per ridurre planetariamente la velenosità degli scarichi industriali; e proprio in questi giorni e con identica motivazione si è loro pedissequamente accodato il governo italiano, incredibilmente annunciando il ritiro di una firma che era già stata apposta. Ma non sono proprio i singoli egoismi territorial-nazionali quelli da rimuovere nell'interesse mondiale di tutti, e soprattutto dei nostri figli e nipoti? «Après moi le déluge» è sempre stato il motto di politiche insensate e ben venga dunque l'Expo 2008 (quattro anni da oggi per allestirla e organizzarla, e prepararne i materiali) di Saragozza, Spagna.

Nell'autunno del 1952, mezzo secolo e passa fa, il titolare di Storia dell'Arte presso la Facoltà di Lettere di Palermo, prof. Di Pietro, cacciava dalla sua stanza uno studente che gli aveva chiesto di laurearsi nella sua materia, con queste parole: «Lei vuole laurearsi su Paperino? Lei è un pazzo! Esca subito da qui!». Che improvviso salto, sia d'argomento che d'epoca, è vero?. Ma la ragione c'è, perché conduce alla seconda sentenza che mi vien da commentare oggi. Quello studente ero io e la tesi che proponevo non era su quella creatura di Walt Disney ma sul cartone animato in generale come - diremmo adesso - new art, e partendo per giunta da un astrattista canadese del cartoon che si chiamava Norman McLaren e dai pupazzi animati del cecoslovacco Jìri Trnka. Era una tesi sulla quale avevo lavorato per oltre un anno a Padova, prima del mio forzato (per ragioni di famiglia) trasferimento in Sicilia, accettatami dall'omologo prof patavino e che chiedevo semplicemente di portare a buon fine nella nuova sede. E' per questo che per protesta non mi sono laureato, ho buttato via piangendo tutto il materiale raccolto o già scritto e mi sono dedicato, con più fortuna, ad altro. Il padovano, prof. Fiocco, era più applicato al Settecento veneto, l'altro ai mosaici bizantini, ma l'uno aveva una testa aperta e con acuta proiezione in avanti e l'altro non considerava degnamente «scientifico» un tema come il mio. In sè e nella possibilità di svolgerlo.

La sua buonafede non è certo discutibile, così come quella dei suoi epigoni, ma il tempo non passa in egual modo per tutti. Motore il DAMS di Bologna di Umberto Eco, tesi di laurea che riguardino il cinema, il fumetto, l'intrattenimento, la pubblicità, il costume, le canzoni, sono da tempo dilagate e in quest'ultimo appello di profitto è toccato a me, a Trieste, e proprio riconoscendolo come fatto culturale di massa e non certo per mia postuma vendetta, di accettare come docente una tesina d'esame su Paperino e tutto il suo contorno di paperi e papere a partire da zio Paperone. Tesina peraltro molto ben lavorata ed approfondita anche sotto il profilo psicologico e proprio d'antropologìa culturale strettamente ispirato da questo clan di personaggi; sia come ricerca, sia come esposizione corredata da documenti, il tutto offerto su supporto elettronico articolatissimo. Io avevo fatto allora, e invano, qualcosa di simile anche se con mezzi tecnici al tempo e naturalmente solo cartacei. Ma il tempo, ripeto, non passa in egual modo per tutti.

E vengo così all'altra sentenza. Nell'àmbito di Scienze della Comunicazione esiste a Palermo il corso di laurea in giornalismo. Integrato in una universitaria Scuola di Giornalismo con tanto di ufficiale riconoscimento dell'Ordine professionale nazionale dei giornalisti stesso. La quale dispone di una signora attrezzatura di laboratori, sia online che radiofonico e televisivo, per finanziamento del Fondo Sociale Europeo e per la quale anche validi docenti giornalisti la Facoltà s'è allo scopo procurata. Costantemente, e giustamente, ostentando questa specialità come proprio fiore all'occhiello. A questa sessione autunnale di lauree s'è presentato un candidato il quale era portatore di una tesi/inchiesta su un personaggio che ha, con forte personalizzazione e forte riscontro di feedback, radicalmente rivoluzionato contenuti e modi del linguaggio radiotelevisivo corrente: Renzo Arbore. Un lavoro durato due anni, meticoloso e articolato, ben fondato metodologicamente e ricco di testimonianze e documentazione. Mirato insieme su un rilevante fenomeno di linguaggio e un rilevante fenomeno di costume considerati epocalmente cult. Ed ancorato peraltro alla materia, correttamente inclusa nel piano di studi, che si chiama appunto «Teoria e tecniche del linguaggio radiotelevisivo»; ed anche svolto, infine, con proprietà di comunicativa espressione giornalistica.

E come lo giudica (maggioranza prevalendo) l'apposita commissione di laurea dopo quasi un'ora di caldissima, chiamiamola così, "camera di consiglio"? Con l'attribuzione di praticamente il minimo compatibile dei voti. E una motivazione non ufficialmente proclamata ma sufficientente evidenziata - ci sarebbero magari degli increduli, a sentirla - che imputa sostanzialmente al candidato d'aver prodotto un lavoro troppo giornalistico e quindi poco accademico. Come fosse cioè carente di specifica scientificità e inadeguato, senza sfondi più ampi, al decoro tematico, qualcuno off records lo chiama così, d'un Ateneo. Un giudizio cioè non qualitativo ma tipologico, di genere. Come se una tesi di laurea (in Giornalismo), la quale pure può essere di varia natura, non potesse anche appunto coincidere con un prodotto giornalistico allo stato puro. (Che se fosse poi stato solo tale non avrebbe avuto bisogno di un palco di apparati da raggiungere le 310 pagine...).

Se si vuole, per il migliore inquadramento possibile, rileggere un attimo il capoverso precedente a quello qui sopra, non si dovrebbe poter ritenere tuttociò, io penso e mi si perdoni, che paradosso esilarante pur nella serietà del contradditorio accaduto e delle riflessioni da esso suscitabili. Di un candidato cioè cui viene praticamente attribuita solo la sufficienza, equivalente a una bocciatura morale (per lui e conseguentemente per il docente relatore che questa tesi gli ha consentito di svolgere sotto la propria guida); e ciò per essersi semplicemente e con fedeltà, e in modo poi del resto anche palesemente riconosciuto, attenuto ai criteri esplicitamente improntanti il suo corso di laurea, ed ai canoni stessi della professione che attraverso questo preciso tipo di laurea intende in futuro intraprendere. Il grottesco sta proprio nel fatto che una sentenza negativa così bizzarramente fondata (ma allora perché è stato voluto - ci sarebbe da chiedersi - il corso separato e specialistico di laurea in Giornalismo con relativa apposita Scuola?) include implicitamente la migliore delle lodi.

Pur chiedendone con umiltà scusa, mi par probabilmente difficile poter ritenere che una parte di questi stessi giudici, la più seriosamente innamorata di una presunta sacertà dei canoni accademici, se fossero stati seduti a Stoccolma, avrebbero anch'essi conferito il Nobel a quel felicissimo saltimbanco eretico, sregolato ed estemporaneo che è Dario Fo (ne ero stato felice pure io, anche se sorpresamente). O che vadano in brodo di giuggiole per le provocatoriamente ludiche esercitazioni che Eco assegna a corollario delle sue lezioni di semiologìa a Bologna (sono pubblicate, si può controllare, e io a lezione le uso). E potremmo discutere a lungo, se ne avessimo voglia e spazio, dei significati di termini come «accademico», che mostra da tempo tutte le sue rughe, o «scientifico» che è sempre più spesso venato di burocratismi modali (dopo la riforma Zecchino, poi...). Insomma, torno a sottolineare, il passar del tempo non è uguale per tutti e c'è evidentemente pure chi vive oggi credendo ancora di vivere ieri. Non si fa più comunicazione di massa da parte soltanto di istituzioni ed imprese, di produttori di beni d'uso e di consumo e di organizzazioni politiche, lo si fa anche - e anche ciò va studiato, analizzato, esposto e divulgato - con il jazz e negli stadi, con i defilées e con l'entertainement, perfino con la gastronomia e con il sesso. E, bèh, guai a non tenerne conto. Quella in oggetto non era una tesi in Sociologia della Comunicazione, anche se vi è lo stesso spesso e giustamente sconfinata, e ogni tipologìa vuole il suo metro. Arbore per esempio è uno, fateci un pensierino, che una laurea ad honorem in Scienze della Comunicazione, «scientifico» o no che egli sia e anche fosse, il che non è, solo «istintivo», la merirebbe e come; e per un Ateneo moderno sarebbe pure un bel nastrino.

Per concludere, non un'altra sentenza ma un evento. L'altra sera, nella più grande delle aule magne dell'Università di Trieste, affollata oltre i limiti,sedeva alla cattedra per un incontro con gli studenti che avrebbe potuto essere di natura seminariale Sabina Guzzanti. Ci sono andato, ho assistito sino alla fine, e sono tornato via con due delusioni. Una era scontata: l'assenza, salvo un paio, di altri docenti; come se a nessuno di loro importasse studiare dal vivo comportamenti e reazioni degli studenti loro affidati, in circostanze particolari come questa. L'altra no: veniva proprio dal tenore del dibattito e dunque è stata per me un po' pungente.

Ma non a causa della Guzzanti, che è una donna della quale (sommando intelligenza, verso mentale,bravura e fisico) ci si può solo innamorare. Della mediocrità di scelta, invece, nelle domande rivoltele, con qualche sola eccezione, dai ragazzi e dalle ragazze. A ciascuna delle quali (satira, Rai, politica, censura) c'era infatti già risposta nel suo recente libro pure andato a ruba e in quella stessa sede appena illustrato. Eppure lei ci aveva provato, a fornire occasione, data appunto la sede, di temi interessanti. Chiedendo per esempio esperienze di studio riferite all'ambiente universitario dopo la riforma, e se è vero che adesso per diventare dottori dopo tre anni basti una tesi di laurea di 30/40 pagine e che ci sia anche un limite sulle pagine da studiare. Argomenti dalla platea non raccolti, anche se di certo vissuti. In modo evidentemente passivo, il che fa un po' rabbrividire.

Era stata la riforma Zecchino, già in vigore da tre anni, e non quella Moratti, ancora in fieri, a fare da destrutturante bulldozer sull'impianto stesso dell'Università senza suscitare neanche ombra di quelle resistenze interne, soprattutto da parte dei docenti, che sarebbero state logiche e naturali proprio culturalmente. Ma questo forse perché contemporaneamente venivano anche fornite delle, per dir così, "comodità" nella gestione complessiva dell'insegnamento e dell'apprendimento, ancorché dequalificanti nel loro spirito e per le prassi indotte. Toccherà casomai - se crede e se glielo lasceranno fare - a questa acculturata show-woman di mettere in satira sul palcoscenico o negli studios il puzzle di materie ridotte a moduli di venti ore e gli esami fatti coi quiz a crocette. E non sarebbe certo una cattiva idea: dove lei va, portandosi dietro i bersagli su cui tirare le sue frecce, i teatri fanno il tutto esaurito. E vorrei proprio sapere quante repliche di tournée in teatro deve infaticabilmente mettere insieme da un capo all'altro del Paese per avvicinarsi, sommandole, al totale d'audience di una sola di quelle sue performances tv d'altissimo share in prima serata che il servizio pubblico televisivo nazionale nega adesso anche a lei come a tutti coloro che non sottopongono a preliminare censura governativa i loro copioni.

E' il motivo per cui ci siamo appena perduti perfino gli annunciati spettacoli di fine anno di Adriano Celentano, no? Il piano inclinato continua. Chissà se si riuscirà a raddrizzarlo, in questo Paese che proprio in buona salute non si può dire si trovi.