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Categoria: Secolo postmoderno

Se è vero, come diceva Paul Watzlawick, che «non si può non comunicare», nel senso che in ogni nostra espressione o nostro comportamento è automaticamente, insopprimibilmente, contenuto un messaggio in qualche modo da altri recepibile, qualunque ne sia la natura ed anche in eventuale assenza di uno scopo (preciso o no), è pure vero che molte delle forme esistenti della comunicazione umana possono recare, accanto ai vantaggi, una varietà di scompensi o addirittura di danni. Può essere che un grande filosofo come Karl Popper sia contemporaneamente anche un grande ingenuo, ma quando scriveva, circa dieci anni fa e senza dunque aver ancora conoscenza della TV come attualmente si manifesta, «credo che la maggioranza dei professionisti della televisione non si rendano conto appieno della loro responsabilità. Credo non siano capaci di valutare l'ampiezza del loro potere», dava comunque prova di possedere non solo acutezza di osservazione ma anche un livello di pessimismo di tipo abbastanza profetico.Tale ipotizzata sua ingenuità può apparire meglio evidente da queste altre sue proposizioni: «La mia proposta è di fondare un'istituzione come quella che esiste per i medici. I medici si controllano attraverso un Ordine. La cosa non riesce sempre perfettamente. Ci sono medici che fanno grandi errori. Ma ci sono pur sempre le regole elaborate dall'Ordine. Sul loro modello si potrebbe creare un Istituto per la televisione. Tutti i membri di tale Istituto dovrebbero partecipare a una serie di corsi per sensibilizzarsi ai pericoli cui la tv espone i bambini e gli adulti e gli insieme della nostra civiltà. Ritengo anche che in un secondo tempo dovrebbero sostenere un esame per vedere se si siano davvero impadroniti dei princìpi fondamentali». Povero Popper, vissuto fra Austria e Inghilterra senza nulla sapere dell'italico duopolio Rai-Mediaset e di quella sua concorrenza al ribasso capace di far sorridere su proposte come la sua. Così come non sapeva che in Italia, oltre a quello dei medici ed alcuni altri, esiste un Ordine anche per i giornalisti. Il quale però non prevede né corsi così finalizzati né esami di controllo qualitativo in materia.

«La televisione - è l'assioma da cui egli partiva - può distruggere la civiltà. Se progresso civile è lotta alla violenza in nome della pace fra le nazioni, all'interno delle nazioni e, prima di tutto, nelle nostre case, la televisione costituisce una minaccia per tutto questo». Conosco un sacco di gente che troverebbe quanto meno esagerate affermazioni sue come questa. Però non si può negare siano esistite delle civiltà millenarie le cui tracce restano eloquenti ancor oggi e la cui profonda radicatezza rimane indiscutibile pur disponendo esse di mezzi di comunicazione al nostro confronto limitatissimi. Nell'antico Egitto, esempio probabilmente bastevole, non più dell'un per cento degli abitanti del suo vastissimo territorio sapeva leggere e scrivere, pur essendo la sua una scrittura figurata. Se ne potrebbe dedurre che proprio l'esiguità della loro comunicazione interna le ha messe in grado di durar tanto e proiettare invece, tramite opere d'ingegno verticisticamente concepite, comunicazione di sè verso il futuro. Erano civiltà, intendiamoci, basate su un assoluto prepotere istituzionale e quindi sulla violenza appunto, ma non si dica non lo sia - magari in forme mutate - anche quella di tipo diffuso nella quale viviamo adesso e che è soltanto più ipocrita, in quanto basata sulla violazione fattuale dei princìpi che pomposamente afferma.

Le grandi potenze mondiali del momento sono infatti tutte radiografabili come in sé contraddittorie: dalla prevalenza della finanza sulla politica negli Stati Uniti, al neo-zarismo russo, all'ibridazione marxista-capitalista della Cina. In casa nostra si chiama addirittura «Casa delle Libertà» una formazione politica maggioritaria che una alla volta, a cominciare appunto da quella televisiva, le viene negando tutte; unica che si sappia essere riuscita a farsi contestare contemporaneamente dai sindacati e dalla Confindustria, dai magistrati e dagli insegnanti, dai medici e dalle amministrazioni locali, in qualche caso pure dalla Chiesa, e che veda praticamente ogni giorno nella prima pagina delle maggiori testate a stampa una vignetta che sfotte il napoleonismo del suo capo. E questa, praticamente globale, forma di civiltà, è appunto ovunque nel pianeta che sulla televisione, e sulla forza di questa, si basa. Se la televisione - che proprio di tale civiltà datata terzo millennio è strumento principe - sta distruggendo qualcosa è dunque l'opinione altra, è dunque la capacità di discernere, è dunque il senso critico. In nome di una civiltà che appare, bèh, parecchio diversa da quella da Popper descritta e sostenuta.

Televisione come un Moloch inverso, proviamo a rappresentarcela quest'equazione. Insaziabile quello nell'ingoiare, insaziabile questa nel farsi ingoiare. Emette implacabilmente a tempo indeterminato senza sostare un solo attimo mai su una quantità infinita di canali. Rimpiazza presso i bambini, facendoli su di essa prevalere, i saperi ed i valori che una volta era ruolo esclusivo della scuola dispensar loro. Rovescia sugli adulti una quantità perciò stesso inassorbibile per intero di notizie che la rapidità con cui si susseguono non consente abbiano il tempo di essere metabolizzate. Mesmerizza piccoli e grandi con la pubblicità abituandoli alla passività verso le iperboli. L'intrattenimento batte la cultura per kappaò. Che abbia davvero ragione l'ingenuo Popper? Che si stia affermando davvero la tremenda verità che più la comunicazione si dilata e insieme si addensa più si diradi e diventi evanescente la civilizzazione, oggi cosiddetta di massa? La disinvoltura di questa semina via etere marcia di pari passo con la crescente e sempre più giustificata angoscia dei filosofi. L'educazione al pensiero e alle applicazioni di esso, ammettiamolo infatti, sta soccombendo di fronte all'educazione indirizzata alla futilità e al contingente. Ci stanno quasi persuadendo che i problemi del cambiarci l'automobile e del pacchetto-vacanze siano più importanti dell'inquinamento idrico ed atmosferico e del fatto che un quarto del mondo muore di fame. Ci stiamo perdendo il pianeta e la sua vivibilità: vogliamo chiamarla civiltà della contingenza e dell'egoismo?

Sospendiamola qui questa esposizione di «questioni grandi» ed affrontiamo invece quella che al confronto è una «questione piccola», la quale però distorsione comunicativa sempre rappresenta. Sono forme di comunicazione anche i convegni. Non c'è settimana ormai che non ne sia gremita. Un banco dove allineare oratori che si turnano, una quantità di seggiole o poltroncine dove far sedere quantità variabili di ascoltatori. Argomenti? L'intera tuttologìa è lì a fornirli, ed anch'essa non aiuta più per niente a distinguere cosa è importante e cosa no. Ma fuori da quelle sale e salette cosa arriva, oltre a un manifesto, una locandina, un invito? Arriva quel che dispensano i media. Si tratti di temi scientifici, di commemoratività culturali, di attualità sociologica, di premiazioni categoriali, esistono delle tecniche modali perché quei contenuti vengano portati alla conoscenza dell'esterno. E queste sono, dovrebbero essere, giornalistiche. Ma figlie, in buona parte dei casi, della fretta, della superficialità, dell'effimero che abbiamo visto caratterizzare, poco più su parlandone, l'universo ormai della comunicazione mediatica. E questo mi pare argomento buono per ammonire di qualcosa intanto quei lettori di questa rubrica che studenti in giornalismo sono e dunque in qualche modo futuri comunicatori anch'essi.

Ad ogni dibattito corrisponde un resoconto. Vale per la Camera dei Deputati, vale per un simposio di filatelici. Io ho fatto per qualche anno il redattore parlamentare (Montecitorio, Assemblea Regionale Siciliana, Consiglio Comunale), e congressi o convegni da cronista ne ho seguiti a suo tempo tanti. Quindi una certa esperienza personale specifica me la son fatta. Precedenti quelli giornalistici ce ne sono altri: il resoconto stenografico e quello sommario che vengono per esempio compilati a cura degli appositi uffici delle Camere o dell'ARS. Il primo, raccolto ora anche con mezzi meccanici o elettronici, costituirà poi il verbale a stampa delle sedute, il secondo è invece proprio un ausilio fornito ai giornalisti in tempo reale. I resocontisti si dànno il cambio a tempi brevi per far pervenire via via i loro precisi riassunti in sala stampa e poco dopo la fine della seduta hai già tutto. Ci saranno magari poche frasi testuali (quelle importanti te le sarai già appuntate direttamente tu) ma la sequenza dei concetti sarà senz'altro tutta chiara. Quando invece tale supporto intermedio manca tutto resta affidato alla capacità ed alla sensibilità del giornalista. Allontanandoci dalla rilevanza istituzionale del dibattito e passando alla convegnistica normale, è dunque il giornalista stesso ad essere resocontista direttamente lui.

E cosa accade, abbastanza normalmente, allora? Che il cronista da quelle che sono le regole del resoconto si distacchi ed obbedisca ad altre, non segua attentamente tutto, ma si allontani magari per fare un'intervista in anticamera, oppure non abbia la pazienza, o il tempo, per prendere appunti dall'inizio alla fine. O che - molto spesso, essendo questo erroneamente ritenuto un compito facile - ne venga incaricato un praticante alle prime armi o addirittura uno stagista. E che gli venga dettato come norma applicanda di citare, indirettamente o fra virgolette, almeno una frase se non di tutti gli interventi almeno di quelli più importanti. Ed è così che avviene un trasferimento meccanicistico nell'articolo non di ciò che sia davvero saliente per ciascuno di essi e per l'insieme, ma che sia stato più facilmente recepibile o còlto a saltare o addirittura sia solo suonato meglio all'orecchio. Ed è così che si incorre in automatismi più generalizzanti che coglienti l'approfondimento, l'originalità, l'inedito, il meno omologante. E che al lettore, di quel convegno, non pervenga così nè una novità di succo o una crestomazia di concetti ma più sovente un elenco di ordinarietà spesso anche ovvie rivestite d'enfasi. E che si scoprano, suggellate dalle virgolette, frasi che in altro modo o con altro riferimento o in specificamente mirato nesso di contesti erano state pronunciate. E che diverse cose pur rilevanti invece manchino.

Questo per dire che fare il resocontista per un giornale è qualcosa di meno facile di quel che sembra, ed anzi è qualcosa di particolarmente difficile e bisognoso di tecniche e di attrezzature mentali di cui è necessario dotarsi. E per dire infine che anche questo è conseguenza di quel quadro generale così inquietante che ho descritto all'inzio e che non dovrebbe procurare angoscia solo ai filosofi ma a chiunque abbia il vizio di adoperar pensiero, e ai praticanti stessi del mestiere di informare.