Stampa
Categoria: Secolo postmoderno

Gli esempi che farò appartengono a due tipologìe differenti e addirittura opposte ma vengono entrambe dal trovarmi seduto davanti a uno schermo (rispettivamente televisivo e cinematografico) da spettatore. Il primo mi ha fatto fare un soprassalto in casa nel corso d'un Tg, il secondo mi ha durevolmente agganciato assistendo a un film in pubblica sala. Perché vivono sempre più di metafore non solo, per dirne alcuni, i linguaggi gergali della meglio e della peggio gioventù ma anche quello cosidetto "politichese" e quelli dei poeti, i quali ultimi erano una volta praticamente i soli. La lingua si viene sempre più spesso adattando a gergo, per categorie sociali, per fasce d'anagrafe, per mestieri, ma anche per omologazioni generalistiche che di questi ed altri comparti non tengono più conto. Ci sono parole che cambiano di significato, come «casino» che ormai vuol solo dire «confusione», e altre che assumono valore jolly, come quel bisillabo a doppia zeta un tempo impronunciabile fuori da contesti volgari e ormai ridotto più a suono interiettivo o qualificazione onnivalente ed onniambiente che a preciso rimando oggettuale.

Allora, primo esempio. Ricordate quei quattro ostaggi italiani in Iraq uno dei quali fu eliminato con un colpo di pistola alla tempia davanti ad apposita telecamera? Uno dei tre superstiti è stato intervistato sere fa da un telecronista per conoscere la sua opinione dopo che un magistrato li aveva in una sua ordinanza definiti «mercenari». Termine sottolineato come tecnico per definire una fattispecie di illegalità, e neanche atto a suscitare chissà più quale stupore: ricordo che io stesso all'indomani del fatto avevo annotato in una di queste mie rubriche come l'addestrare alle armi dei soggetti perché poi andassero a svolgere all'estero un lavoro che contrattualmente l'uso di queste armi preveda, era dalla vigente legislazione penale italiana considerato reato. Realisticamente ipotizzando addirittura un possibile loro arresto al ritorno, una volta liberati, in Italia. E invece, inversa orgia retorica fu, anche se col sollievo di vite salvate.

Ma qual è stata la metafora che m'ha fatto sobbalzare? All'affermazione dell'intervistato che «con quel termine si gettava fango» su quel che avevano vissuto, il giornalista avanza un po' il microfono e chiede «Il termine "mercenario" voi lo respingete, ma allora qual è quella che voi ritenete la vostra qualifica effettiva?». Risposta, dopo un attimo di ricerca mnemonica, forse di suggerimento avvocatesco: «Operatori di protezione ravvicinata». E l'ultima parola si tronca sul secco improvviso "taglio" della ripresa. Eccola, la metafora. Magari di primo acchito no, ma poi il suo significato è subito chiaro, ed è quello inequivocabile di "guardie armate" (non giurate, cioè pubbliche e coperte da regolamenti), più precisamente "guardie del corpo", vigilanti cioè pronti a coprire, e a reagire appunto con le armi, le personalità al cui servizio erano stati assunti. Che nel caso rappresentavano interessi, militari o civili, di realtà straniere occupanti territorio statale non loro. «Ravvicinata» = «uomo fronte a uomo», non c'è diversa interpretazione lessicalmente possibile. Dopo «operatore ecologico» per non dire, meno nobilmente, «spazzino», ecco dunque la metafora nuova per non dire «gorilla», che pare male in quanto troppo esplicita. Vedremo chi altri, e in quali occasioni, la userà.

Le metafore - espressioni altroevocanti ma comunque rimandabili a concetto di partenza preciso anche se con più fantasiosi abiti rivestito - possono consistere, come nell'esempio appena esposto, in eufemismi, essendo questa la figura lessicale di sua pertinenza, oppure in iperboli. Come invece nel secondo esempio che adesso farò.

E questo riguarda un film, che si chiama «Hero», è ancora in programmazione, ed è spettacolare e fermentoso nel fornir scena e muovere masse come un poema omerico. E' un film cinese e il suo autore, Zhang Ymou, è uno dei maggiori di quel Paese. Ambientato duemila anni fa, prima della costruzione della Grande Muraglia, e raccontante una storia tutta intessuta sul parallelismo fra l'arte della calligrafia e l'arte della spada, considerate le più affinemente nobili dell'epoca, è insieme sinfonico e fiabesco, scenografico ed eroico, al di là del bene e del male nell'esaltare i suoi iperumani personaggi, tutti belli e d'intenso sentimento e tutti condannati. Mi sembra un'occasione perfetta per essere usata a sostenere come verifica di un punto di totale coincidenza del linguaggio che costantemente caratterizza, come forma scritta, la poesia e che può - prima lo intuivamo, adesso lo sappiamo - analogamente caratterizzare anche quello del cinema, in forma visuale.

Mi riferisco soprattutto ai duelli, praticati con velocissime lame affilate e svolazzìo di vestimenta variamente colorate e ritmati da suoni d'acciaio che struscia o che scozza. Vedendone i protagonisti levarsi in volo nel seguire per sola inarrestabile forza mentale il loro trasporto muscolare in totale violazione di gravità, o scordandosi addirittura di necessità di sostegno ai loro piedi nel procedere a scontrarsi anche avendo per pedana non più terreno erboso ma il pelo d'acqua d'un lago su cui levano grandi spruzzi senza affondare, sono i versi di Matteo Boiardo e di Ludovico Ariosto quelli che immediatamente ci si riaffacciano in mente a dare a tuttociò epico riscontro. Assistiamo cioè a ciò che non può essere allo stesso modo che ciò che non può essere ci era reso reale dai funambolici e prestigiatorii fendenti di straordinaria potenza distruttoria e difensiva che si potevano scambiare fra Orlando e Ferraù, fra Rinaldo e Malagigi, o fra - dato che in entrambi i casi troviamo anche donne guerriere - Bradamante e Marfisa.

Se «Par che il cielo arda e il mondo a terra vada / quando s'incontra l'una e l'altra spada» (Boiardo, Orlando Innamorato), e se «Fe' lo scontro tremar dal basso in alto / l'erbose valli infino ai poggi ignudi» (Ariosto, Orlando Furioso), questo lo si ritrova tutto nei fotogrammi di Zhang. Convalidando in pieno quel che sto affermando: che cioé gli effetti speciali di cui dispone la poesia in confronto alla prosa sono assolutamente gli stessi di cui dispone il cinelinguaggio quando crea queste metafore visive. Una sola distinzione è osservabile: quella fra leggerezza e grevità. Quella che cioè corre fra sottili amplissime vesti garrenti come fossero bandiere e piastre di metallo, visiere e maglie ferree che volano lontano in pezzi sotto i rispettivi colpi. La metafora è poi anche interna a questo film quando mostra il disegnar lento/veloce di calligrammi ideografici i quali, analogamente alle volute tracciate da una punta di spada, esprimono messaggio che è contemporaneamente ineffabile sotto il profilo estetico ma che "chi sa" è in grado di decodificare e di attribuirgli significato e conseguenza. Come appunto conseguenze ha e messaggio emette anche la danza di stoccate/parate/fendenti che esegue una lama impugnata.

Attenzione, però, a tutti noi sarà accaduto più d'una volta di trovar poetico un film. Per la sua storia, per i suoi interpreti, per i suoi sfondi d'ambiente. Ma io sto qui parlando di un'altra cosa, e cioè di come usa linguisticamente le parole un poeta per costruire i propri versi e di come possa analogamente il cinema linguisticamente usare fotogrammi e sequenze per mettere in versi come fossero ottave di rima alterna o baciata, con ritmo e con cadenza però libertarie e con tecniche che rimangono inavvertite, ciò che vuol farci godere e con cui vuol stupirci. Sto parlando insomma di forme grammaticali ispirate non da griglia di regole ma dalla creatività, e quindi autonomamente pregnanti, come se recepissimo due svolgersi fusi in uno. C'è in proposito un libro squisito, di Gianni Rodari, che si chiama «Grammatica della fantasia» e che io ai miei studenti includo spesso fra i consigliati. Eh, sì, anche in «Matrix» ci sono eroi con svolazzanti soprabiti che camminano sui soffitti sparando a testa in giù. Ma non confondiamo una tecnologìa effettistica da laboratorio col sapore di poièsis e con l'evocazione di sentimenti e sensi tramite immagini che costruite non appaiono più ed anzi ci convincono di non poter essere diverse, in quest'occasione, da così.

Avevo detto all'inizio che avrei fatto due esempi molto dissimili di maniere metaforizzanti attualmente in ribalta. E lo sono davvero, come ho tentato di farvi costatare. Ma servono entrambi allo stesso identico assunto: dimostrare cioè l'enorme duttilità, accettabile o no, che offrono a tutti noi e in ogni campo le lingue che adoperiamo... Dovevo dire "linguaggi"? E sia.