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Categoria: Secolo postmoderno

Bisognerebbe ogni tanto aggiornare l'inventario di quanto classificabile come "postmoderno". Sempre tenendo presente che s'intende con questo termine (Toynbee, Gardini, Lyotard, Vattimo) il superamento, la contraddizione o la negazione tout court di tuttociò che s'era inteso come "modernità" nell'ultimo paio di secoli, sia come concezione di valori e di comportamenti sociali che come filosofia del progresso. E senza che ciò sia in questa sede considerato (voglio rispettare la sfera dell'opinabile) nè negativo nè positivo ma soltanto radicalmente "altro". Non passo avanti o passo indietro ma semplicemente un "dopo". Il che naturalmente non impedirà confronti col "prima" ma ci permetterà di non irrigidirci in forme di sentenza limitandoci preferibilmente ad analizzare degli ineluttabili "perchè". Dei quali si può solo, e a seconda, compiacersi o dispiacersi.
E' sicuramente postmoderno il nuovo concetto di famiglia. Non quello di fine del "per sempre" ormai sancito dalla legalità del divorzio che, penso, era ancora da intendersi moderna. Ma quello di formarne una convivendo invece di sposarsi (vedi problematiche relative al riconoscimento equiparante delle "coppie di fatto"); quello di allargarla con l'inclusione virtuale di ex dell'uno o l'altro sesso come corollario conseguente alla convivenza e all'educazione di figli non provenienti dallo stesso letto ("famiglia allargata" è appunto termine che si sente ormai pronunciare sempre più spesso); quello che accetta, gay o lesbo che siano, le unioni omosessuali (e qualche paese ha già legiferato su questa materia in senso positivo). E' tipico del postmoderno non considerare più "sacro" qualcosa. E la sua sacertà la famiglia l'ha persa da tempo, più o meno da quando è stato depennato il cosiddetto "delitto d'onore" o l'adulterio è stato dismesso da reato. La trasformazione da rigido istituto a plausibili storie di uomini e di donne costituisce un discrimine temporale che abbiamo ormai alle spalle.
Pochi dubbi che si tratti di un fenomeno postmoderno lascia il dilagare per il mondo della stilizzata emme rossa di MacDonald. Non per la sua esemplarità neocapitalistica, poichè il capitalismo appartiene alla modernità altrettanto saldamente che il "proletari di tutto il mondo unitevi". Ma appunto per la distruzione di un valore un tempo custoditissimo nel campo della ristorazione: aprire un ristorante (ma anche associarne una catena) presupponeva intanto un background di cultura gastronomica, il cibo come un piacere e il piacere di servirlo come si deve. MacDonald invece applica in campo improprio, cioè al pollo e alla patata, procedure e regole che sono le stesse con cui si costruiscono le automobili, che sono state teorizzate e canonizzate dal cosiddetto fordismo, che traggono ragione esclusiva da una mera impresa finanziaria a scopo di profitti sovranazionali. Due cose sono evidenti, ancorchè nella fattispecie contraddittorie: l'effettiva esistenza di una necessità sociale fatta di fretta e di mancanza di tempo per nutrirsi negli intervalli del lavoro, cui così con successo si ottempera; e il fatto che nessun gastroenterologo consiglierebbe mai una così assidua e monocorde dieta di ketchup e di fritture, e specialmente ai bambini. Che invece (in qualunque continente basta entrare in uno di questi non-luoghi, come dalla sua cattedra di antropologia sociale li chiama Marc Augé, per costatarlo) costituiscono un target così particolarmente e suadentemente mirato da disarmare e rendere comunque arresi i genitori.
La più recente manifestazione di postmodernità è la new war. Da incasellare come stravolgente assetti, concezioni ed usi che sembravano non passibili d'essere rivoluzionati, allo stesso modo dei new media e della new economy che l'avevano preceduta. Una guerra in cui non sono più determinanti gli eserciti nè le entità numeriche nè le sofisticazioni d'arma e che soppianta sommergibili, divisioni corazzate e potenziale aereo anche più violentemente di come questi avevano soppiantato le cariche di cavalleria. Una guerra che non si vince conquistando territorio o rovesciando regimi o avendo più bombe con cui inaffiare dall'alto le città. Perchè la vera vulnerabilità è oggi rappresentata proprio dallo stesso altissimo e concentrato livello strutturale e infrastrutturale raggiunto dalle comunità più avanzate, che basta documentatamente un minimo sforzo di pochi credenti in un loro certo e premiante aldilà a inceppare e bloccare in modo devastante. L'attacco a Manhattan e al Pentagono ha prodotto in mezz'ora un danno più alto e infinitamente più vittime che una settimana di incursioni su Kabul e Kandahar. Perchè, oltretutto, vittime non sono solo i morti: l'americano medio che oggi ha perso quel suo tradizionale bene primario che era la libertà assoluta di spostarsi, che è esposto oggi a una maggiore esigenza di continua e per lui psicologicamente menomatrice identificazione personale, che vive oggi nell'angoscia di una improvvisa infiltrazione chimica o batteriologica, pesa sul segnapunti della partita quanto o di più che un milione e mezzo di profughi afghani in fuga dai loro orti aridi e dalle loro catapecchie che già tanti altri precedenti e consecutivi guerreggiamenti avevano resi invivibili. Molti terroristi, e magari i loro capi, saranno certo catturati senza che il terrorismo diventi perciò automaticamente meno pericoloso, meno radicato e meno attivo. E' forse finita la mafia solo perchè Totò Riina è costretto in un carcere a vita?