Stampa
Categoria: Secolo postmoderno

Il supplemento culturale del «Sole-24ore» recava in prima pagina il 5 settembre un articolo dedicato con intensità d'impulso ma insieme lucidissimo da Riccardo Chiaberge a quella "strage degli innocenti" (centinaia di bambini e adulti stretti nel mortale fuoco incrociato di un commando ceceno perversamente sequestratore e delle forze speciali russe malintesamente "liberatrici") allora appena verificatosi. Non lo voglio commentare qui nello specifico perché, al di là dello straordinario numero degli uccisi, ancora non tutto quel che si dovrebbe se ne sa; e poi non ne sarebbe questa la sede. Ma voglio usarlo invece come parametro di comunicazione istaurata dai media fra ciò che accade e ciò che viene recepito, e specialmente quando il suo contenuto emozionale è così eccezionalmente forte.

Intendo che il tempo reale con cui viaggiano le notizie oggi e il fatto che non consistano più solo di parole ma anche di immagini conferisce loro una spettacolarità alla cui analisi sono i media stessi ad aver sottratto elementi essenziali. Occorsero settimane perché si diffondesse in tutta Europa, nell'agosto 1572, la nozione di un evento passato alla storia come "Strage di San Bartolomeo", in cui decine di migliaia di protestanti ugonotti furono proditoriamente passati a fil di spada a Parigi e altrove, in una sola notte, su ordine segreto di un monarca cattolico. Ma questa stessa lentezza diffusionale in un'epoca in cui il supporto più veloce d'una new anche articolata poteva essere solo il cavallo o, ma unicamente per minimessaggi e distanze più limitate, un piccione consentiva anche ai motivi delle cose di accompagnarne il flusso. In un contesto poi, i conflitti di religione, che appunto tutta l'Europa già intensamente viveva e sui quali c'era poco da spiegare in più.

Però oggi, a un'opinione pubblica bombardata da futilità e spinta soprattutto, quando è estate, ad andare in vacanza e cui si destinano come notizie importanti anche le più effimere, mancano invece tutte quelle nozioni di contesto - che dovrebbero esser preventive e cui proprio i media dovrebbero per tempo provvedere - le quali dovrebbero consentire di meglio decifrare quel che una sera, cogliendoti di sorpresa, ti spara negli occhi un TG. Il negoziante sotto casa mia neanche sa dove siano Cecenia Ossezia Inguscezia: sa solo che una volta c'era l'URSS e che adesso c'è di nuovo la Russia. Troppo poco.

Ma non sono proprio i mass-media, istituzionalmente e professionalmente, quelle strutture di comunicazione deputate ad esser sempre con le antenne fuori onde individuare per tempo i punti e il maturar di cause dove qualcosa, e forse anche di tremendo, potrà o potrebbe succedere - e che poi finirà per riguardarci tutti - e renderne avvertito the people? Loro sì che han per requisito di sapere che fin dall'epoca degli zar, e poi pure sotto Stalin e dopo, il Caucaso lotta anche cruentemente per la propria indipendenza. E dirigere lì prima i loro telescopi, più impegnati invece a seguire Schumacher lungo tutte le piste di Formula Uno del mondo. E' per queste distrazioni che poi cadiamo dalle nuvole se mezzo Ruanda e mezzo Burundi ne massacrano un dì l'altra metà o se un commando suicida butta giù di colpo due grattacieli a NewYork.

Insomma, se giornalismo è ancora, come dovrebbe, quello di Luigi Barzini o di John Reed, pur così meno servito allora tecnologicamente, e andasse in giro per il mondo invece di curiosare solo lungo il proprio marciapiede e fotografare un vaso soltanto dopo che s'è rotto, il meccanismo stesso delle cose in fieri lo avremmo ben più presente compresi i codici per non considerare enigmi i pugni nello stomaco che ci arrivano come inaspettati da un Tg.

Chiaberge in quell'articolo ci spiega molto bene come la forza in sé dell'immagine scissa dal suo background e dai suoi apparati di contesto uccida la possibilità stessa di riflettere e ci consenta solo di sgomentarci e di soffrire (e quindi di sbandarci o di generare mera retorica) davanti alle efferatezze mostrateci. Io ho seguito un filo diverso. Nel XVI secolo non c'erano media che potessero mostrare all'Europa schiere di cadaveri ugonotti insanguinati. Ma il perché ciò fosse avvenuto ce l'avevano chiaro tutti.