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Categoria: Secolo postmoderno

Che parola suggestiva, inchiesta. Ma ce n'è ancora, sui giornali? Oh, la parola ricorre sempre, ed anche forse troppo, ma è normalmente riferita a quelle giudiziarie, che i giornalisti raccolgono e basta. C'è il reportage che sopravvive, più spesso. Ma il reportage racconta, non indaga. Con criterio d'inchiesta sono stati però ad esempio svolti nella precedente settimana servizi da alcuni quotidiani, che hanno supplito in merito ad omissioni, reticenze e retorica ipocrisìa televisive.

Come prevedevo nella precedente rubrica, è stata infatti l'informazione stampata a voler cercare e raccogliere, e poi vistosamente pubblicare, elementi sul cosa c'era dietro al poco convincente termine di «guardie giurate alle dipendenze di privati» usato in tv per definire gli ostaggi italiani caduti in mani iraqene; e qualche anticipazione io stesso avevo in quella rubrica inserito, trattandosi di una delicatissima questione internazionale in assai poco chiaro modo esposta. Fatto è che in Italia è reato che privati arruolino persone armate e all'uso delle varie armi appositamente addestrate, perché siano poi inviate in riservate "missioni" in Stati esteri; coperte poi da contratti (molto lauti) pur essi privati.

Su questo un'inchiesta è stata aperta dalla magistratura di Genova, competente per territorio, essendo genovese quello degli ostaggi che era stato brutalmente ammazzato davanti a specificamente intenzionale telecamera mentre era ammanettato e incappucciato. E potrebbe quindi anche verificarsi il paradosso che i tre superstiti, quando liberati, risultassero, al loro rientro in Italia, soggetti passibili di arresto.

Inchiesta giornalistica, però, dicevamo. E su questo si potrebbe anche stabilire un assioma. Che tutto il giornalismo che non è di desk, è teoricamente d'inchiesta. In quanto comporta ricerca, indagine, documentazione, vaglio, per qualunque prodotto informativo da offrire al pubblico. Mentre per "inchiesta giornalistica" fra virgolette s'era fino a un certo tempo fa inteso qualcosa di diverso. Il quale adesso invece è ahimè diventato reperto storico. E, per approfondire in modo corretto questo concetto, profitto d'inserire qui un articolo da me scritto alcune settimane fa su richiesta di «Università Comunicazione», periodico redatto da studenti dell'Ateneo triestino, appunto su questo argomento.

Eccolo di seguito riprodotto.

«C'è un "genere" in scomparsa, nel giornalismo italiano: l'inchiesta. Con il termine inchiesta non intendo naturalmente riferirmi a un giornalista-investigatore. Perché a tutti i giornalisti in realtà tocca di svolgere attività investigatrice: anche il cronista che si occupa di un grosso incidente stradale dovrà pur analizzarne i contesti, cercare le testimonianze, fare tutta una serie di controlli. E neanche allo scoop; cioè alla notizia-bomba o almeno eclatante che stia al centro d'un "servizio esclusivo". E' proprio di qualcos'altro che invece si tratta.

L'inchiesta come s'intendeva un tempo non è cosa di un giorno solo ed è invece qualcosa per allestire la quale una testata che voglia mantenere il proprio prestigio e assolvere ottimalmente al proprio ruolo nella comunità civile distaccava anche per mesi e con mezzi un giornalista o uno staff. E il cui risultato era non un singolo servizio o un reportage bensì una serie di puntate giornaliere, occupanti una pagina o due, che potevano anche durare a lungo, con documenti e immagini e forti richiami di vetrina in prima. Caricate quotidianamente ciascuna di un elemento di novità.

I temi? Ma naturalmente aspetti ineditamente approfonditi di una situazione sociale, di un problema politico, di un retroscena economico, di qualcosa sino a quel momento mantenuto artatemente segreto nonostante d'interesse pubblico, o anche solo di un emergente fatto di costume. E si trattava di pubblicazioni che producevano forti effetti di opinione pubblica, conseguenze e reazioni anche in àmbito istituzionale, polemiche sollevanti altri pezzi di sipario e dunque approfondimenti; talvolta pure strascichi giudiziari.

In qualche occasione anche traumi politici acutissimi. Basti pensare al Watergate, con cui il «Washington Post» silurò a naufragio, e senza che ci fossero ipotesi possibili di salvataggio, la presidenza Nixon. In USA comunque, dove nonostante tutto l'indipendenza della stampa e delle emittenti tv autorevoli rimane consolidata, le inchieste si fanno ancora. In Italia, per risalire a qualcosa di simile occorre retrocedere di qualche decennio.

Restano annoverabili a far testo nella storia del nostro giornalismo nazionale, se vogliamo far qualche esempio, quella famosa di «L'Espresso» che aveva per titolo «Capitale corrotta, nazione infetta». Ed affondava per la prima volta bisturi affilato nel connubio italiano tra politica ed affari, nel mondo losco degli appalti addomesticati e dei piani regolatori urbani. O quella, di «Paese Sera», che si chiamava con forte e suggestiva immagine «La cicogna incatenata» quando la legge depenalizzante l'aborto era ancora qualcosa da conquistare, e che essa contribuì fortemente a conquistare.

E come non citare le due inchieste sulla mafia de «L'Ora» di Palermo, che le procurarono ritorsione di attentati e processi, quando la parola «mafia» neppure era pronunciata dagli altri media siciliani e presidenti, ministri, prefetti, questori, arcivescovi, ufficiali e magistrati ne negavano addirittura esistenza, definendola «leggenda ottocentesca» o «fatto letterario». Ogni giorno, e per la prima volta in questa materia, un episodio, un documento, una ricostruzione, un delitto dagli autori insieme occulti e trasparenti, dei nomi, una o più non ordinarie fotografie. Qualcuno inedito, qualcuno conosciuto ma fino a quel momento solo sussurrato sottovoce e comunque mai prima stampato. Fino a far dichiarare al presidente della Repubblica dell'epoca, Giuseppe Saragat, «Ci voleva la bomba alla tipografia de "L'Ora" per capire che la mafia c'è» e a far presentare da un gruppo illustre di deputati e senatori , primi firmatari rispettivamente Sandro Pertini e Ferruccio Parri, un disegno di legge che istituisse la Commissione Parlamentare Antimafia, cui allora la Democrazia Cristiana si oppose con forza come «inutile», «inidonea», «incostituzionale», «offensiva per la Sicilia».

E invece quella Commissione si fece ed esiste ancora. Ma non sarebbe mai nata senza le inchieste di quel quotidiano tre dei cui giornalisti sono stati per quel che scrivevano assassinati. «Inchiesta» è questo. Per un paio di inchieste di questa testata io sono partito stando via mesi, a suo tempo, con un fotografo appresso ed un registratore in tasca. E una volta sono uscito da casa due giorni dopo che la ginecologa aveva diagnosticato la gravidanza di mia moglie, e vi ho rimesso piede solo ventiquattr'ore dopo (era arrivato con qualche giorno di anticipo) la nascita del mio secondo figlio. Mia moglie comunque in quell'arco di tempo, per carità, mi aveva per due volte raggiunto dov'ero.

Occorrevano qualità eroiche, allora? Ma no, erano sufficienti qualità civili. E la convinzione che la stampa (si continua a chiamarla così anche adesso che ci sono gli audiovisivi) fosse davvero il "quarto potere", controllore a garanzia dei cittadini, mentre ora è diventata, da noi, un potere abbastanza subalterno e più timoroso di affrontare spese legali per eventuali querele (la verità qualche volta vince e qualche volta no). Il sistema editoriale privato dipende molto più che in passato dall'apparato industriale/finanziario e quello pubblico dalla politica. L'ultima inchiesta prolungata e capace di effetti della quale ho ricordo è quella condotta a puntate da Fulvio Grimaldi sul TG3 per documentare i danni dell'amianto. Materiale prima diffusissimo ma scoperto cancerogeno ed ora fuorilegge.

L'autonomia professionale del giornalista è adesso parecchio più limitata e anche le audacie editoriali sono in assai forte calo. In parte hanno influito i criteri organizzativi che hanno abbastanza robotizzato le redazioni in conseguenza delle innovazioni tecnologiche. In parte per conseguenza di alcune mutazioni proprio culturali avvenute nella formazione delle nuove generazioni in questa professione. E poi l'invasività della più ufficiale eppure insieme, ad opera dei partiti, più politicizzata televisione sta soffocando abbastanza l'edicola.

Un tempo insomma i giornalisti le inchieste eran loro a farle. Adesso invece è divenuto abituale che essi riferiscano quelle degli altri: della magistratura, dei carabinieri, della guardia di finanza, delle commissioni parlamentari. Può anche essere esentabilmente più comodo, tanto è eclatante lo stesso e scoop se ne fanno egualmente. Ma induce, peccato, a mettersi più in caccia di indiscrezioni altrui che di acquisizioni faticate in proprio.