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Categoria: Secolo postmoderno

«Qualche giorno fa il quotidiano «La Repubblica» ha pubblicato nella sua edizione siciliana, in prima pagina, un mio articolo sullo scottante problema dei danni di qualità arrecati all'istituzione universitaria dalle ultime due riforme ministeriali gremite di innovazioni in realtà diroccanti. Ed ha successivamente già pubblicato più d'un intervento pervenutole di apprezzamento e sostegno ad esso. Credo sia cosa dunque utile dargli permanenza di collocazione on line in questa rubrica. Il titolo datogli da «Repubblica» era stato UNIVERSITA' OVVERO COLLOCAMENTO. Eccone il testo.

«In un lungo articolo sul «Corriere della Sera» Claudio Magris spiega perché lascia l'insegnamento universitario con tre anni di anticipo sulla pensione. Credo proprio che io non debba illustrare chi è Magris, germanista insigne, saggista e romanziere, opinionista appunto del "Corriere", amato dai suoi studenti che lo inseguono a discutere fin la sera in un caffè. Lascia perché non ne può più di un'Università che accusa d'aver smarrito il senso del proprio ruolo, che è divenuta una specie di impresa (di massa) sforna-unità per il mercato del lavoro e in gran parte destinate a rimaner precarie, abborracciando variegati puzzles di materie, suddivise in moduli da venti ore l'uno, ibridate fra loro a spezzoni centaurici, obbedienti a governative norme riformiste insensate, conteggianti l'apprendimento in "crediti" aritmetici come fossero unità monetarie, abbinanti più docenti in unico confusionato esame contemplante voto unico per discipline differenti, calpestanti la didattica come se nulla contasse («didattica a vanvera» la chiama lui). Dovrebbe essere giorno di lutto per l'Università il giorno in cui un Magris la abbandona, e invece fervono già conteggi su come suddividere il suo risparmiato stipendio in altre voci di stiracchiato bilancio. Magris non è il solo, intendiamoci. Pier Aldo Rovatti, ad esempio, che è uno dei più in vista filosofi italiani, e che di filosofia sta anche in cattedra come direttore di dipartimento, ha scritto, pure lui su un giornale, e per gli stessi motivi: "Chi di noi può se ne vada".

Neanch'io, ma è noto, sono nuovo a questi argomenti che stanno pian piano diventando esplosivi e occorrerebbe, credo, la penna di Gogol o di Maupassant, o richiamarsi a qualche tratto della Kakania di Musil per descrivere la passività mentale di non piccola parte del mondo accademico di questa pericolosamente stramba stagione italiana che stiamo vivendo, di fronte ad atteggiamenti ministeriali che potrebbero sembrare imbriachi se non ci corresse giù per la schiena la sensazione di una gelida volontà un po' diminuente e un po' distruttiva di elementi di sistema fondamentali, l'istruzione, l'informazione, la magistratura, la Costituzione perfino, a pro di un granfratellismo privato nemico della polis. Definendo "comici" i CFU (crediti formativi universitari) Magris è molto più gentile di me che li avevo definiti "ebeti", ma usa lo stesso termine (puzzle) che da tempo uso io per definire la pratica di affettare le discipline in "moduli" da fantasiosamente ricomporre in incongrua e talvolta bizzarra maniera con gran svantaggio per il profitto degli studenti. Sono testimonianze che confortano, anche se non consolano, un mio non aver sbagliato diagnosi, nei fiammeggianti confronti che avvengono all'interno anche qui.

Ovunque, in Europa e in America, le Università hanno compito di formare le nuove classi dirigenti. Da noi sembra invece loro tocchi un ruolo di maxi-ufficio di collocamento per laureati ora in soli tre anni in cerca di una sistemazione lavorativa alla fine indeterminata, perché così è quando i percorsi di laurea mirati sono migliaia. Si fanno, e questo è un concentrato di controproducenza, addirittura campagne pubblicitarie per avere più iscritti, e senza le risorse, finanziarie e umane, necessarie per poi governarne lo studio ed accontentarne le aspirazioni. Lo ha detto persino il vicepresidente del Senato all'inaugurazione palermitana di questo anno accademico, che così l'Università fa hara-kiri. Rifuggendo dalla salvezza di un equo "numero chiuso", o almeno più ristretto, se non per certe specializzazioni di secondo livello ed accettando invece d'essere Università di massa, essa ha già sol per questo contraddetto il proprio ruolo istituzionale. Le riforme degli ultimi anni han sempre danneggiato soprattutto gli studenti di cosiddetto «Nuovo Ordinamento», infragilendo per spessore di studi il loro rapporto col "dopo". E solo ora, ma perché gli ultimi atti progettuali della riforma toccano, eh sì. anche il loro status, sono finalmente entrati a loro volta in agitazione pure i docenti. Un'agitazione che non sarebbe comunque male si spingesse, ce ne fosse la tempra, fino a "disobbedienza civile", sul modello della "obiezione di coscienza" dei medici, contro questo pastrocchio di moduli, CFU, eccetera, sul quale puntano con civile indignazione il dito le intelligenze migliori dell'Università e della cultura italiana e che fanno poltiglia dell'apprendimento da parte dei nostri studenti.

Io scrivo queste cose, beninteso, solo nella speranza di ampliare un dibattito indispensabile. Pensate quale stupendo seminario si potrebbe organizzare su questi argomenti.»

Fin qui l'articolo a mia firma pubblicato da «Repubblica». Mi pare però valga la pena di esemplificare in calce ad esso, in questa sede, con un solo piccolo caso che riguarda la mia docenza in quest'anno accademico - e che dunque conosco meglio anche se non è unico - la portata di un solo spicchio degli scompensi indotti da un tale riformismo. Che può solo essere considerato: o deliberato arrecatore di danno finalizzato a favorire le università private, o se no, inevitabilmente, assolutamente mentecatto. Tertium non datur. Insegnamo comunicazione, ed è qualcosa di troppo delicato perché non valga la pena di approfondire un poco.

Tengo un corso di 60 ore (poche come per tutti, a causa della semestralizzazione) nel corso di laurea in Giornalismo, intitolato «Teoria e Tecniche del Linguaggio Radiotelevisivo» e intestato al «Vecchio Ordinamento», quello preriforma, cioè di cinque anni e non di tre più, eventualmente, due. Ad esso sono stati aggregati, ma solo per 20 ore, gli studenti della nuova laurea non più quinquennale ma triennale di «Nuovo Ordinamento», quello riformato; laurea chiamata - e già questo contiene in sè un assurdo - in Giornalismo per Uffici Stampa (un'apposita commissione ne aveva convenuto la modifica in Editoria Multimediale e Tecniche Giornalistiche, più pertinente al "pacchetto" di materie contenutovi e di sbocchi offerti, ma non avendo dopo due anni concluso, per dissolvimento, i propri lavori neanche questo ha potuto essere formalizzato). E sono stati anche aggregati gli studenti, a loro volta solo per 20 ore, di un altro corso di laurea ancora, quello in Tecnica Pubblicitaria. Va sottolineato che queste ultime, per appiccicarle qui, sono state dannosamente sottratte, residuandone così ad essa solo 40, alle 60 originarie di una materia per loro fondamentale, e cioè appunto (verrebbe da non crederci) ...Tecnica Pubblicitaria (!). Cioè proprio la principale del loro corso.

Risultati: ho contemporaneamente in aula, anche se non per tutta la durata del corso, bensì solo per un terzo di esso, studenti di quinto anno e studenti di secondo, con conseguente enorme dislivello fra loro di conoscenze ed esperienze. Il che rende quasi insormontabile la taratura eguale per tutti del livello contenutistico e del linguaggio da adottare da parte del docente per ottenere risultati ottimali. Quelli che lo frequentano solo per le 20 ore concesse porteranno comunque a casa solo insufficienti briciole di apprendimento complessivo, mentre gli allievi titolari di 60 ore potrebbero anche rischiare lo sconquassamento del funzionale programma cui hanno diritto se si decidesse di non sacrificare troppo gli altri, dalla riforma invece destinati ad un sapere distillato in pillole molto avare.

 E poi ci sono gli esami, per cui questo bislacco «Nuovo Ordinamento» prevede due materie distinte (corrispondenti a 40 ore di una e di 20 dell'altra) debbano essere fuse in un unico voto di profitto concordato dai due docenti che ne sono rispettivamente titolari e che pure interrogano i candidati - i quali a ciascuno dei due hanno ovviamente presentato tesine diverse - separatamente. Diciamo che una forma così raffinatamente perversa di tutto quest'insieme, e impeditiva di accertamenti corretti, era anche difficile da inventare, va'. Senza contare che essendoci quest'anno non più solo uno ma due distinti blocchi di candidati "ventioristi aggregati" in questa materia in cui per provenienza confluiscono adesso ben tre distinti corsi di laurea con distinte vocazioni ed anzianità di studi, sarà anche duplicata nei suoi versanti la dissennata ed ibridante regola del «2 materie (anzi semimaterie) = 1 voto».

Chiudo qui, anche se non è tutto. Di cosa abbiamo parlato? Ma di COMUNICAZIONE, naturalmente, e dunque restando perfettamente nella nostra tematica istituzionalmente abituale in questa sede. Accertando così fin dove se ne possa distorcere il concetto postmodernizzando, si fa per dire, anche quella forma di essa che per aggettivo appunto ha DIDATTICA. E che nel recinto di un Ateneo dovrebbe essere tenuto per non bestemmiabile. C'è del resto confortante coincidenza fra quanto è scritto qui e quel che è contenuto negli striscioni e nelle dichiarazioni di protesta degli studenti di Lettere che da giorni giustamente anche per tutto questo occupano la loro Facoltà, chiedendo ai professori una solidarietà che non si può non ritenere dovuta. Ed alla quale dunque ho in questa forma con serena convinzione adempiuto.