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Categoria: Secolo postmoderno

E' vero che i segnali Morse sono leggibili anche acusticamente ma all'inizio era una striscietta cartacea srotolata da un tamburo - come quello, molto più grande, su cui si avvolgerà poi a far "pizza" la cinepellicola - sulla quale restavano impressi i punto-linea-punto di quell'alfabeto. Per il numero cento di questa rubrica (cento di questi giorni a me...) mi pare essere adatto un tema che sia insieme festeggiamento, comparazione, e canocchiale verso il futuro prossimo. Celebrare cioè, collocandolo fra questi due estremi del titolo, il più autentico medium di massa che ha caratterizzato l'intero XX Secolo; il quale al massimo del suo trionfo fu addirittura universalmente battezzato Decima Musa, e che, mutando agilmente supporti, dilaga anche in questo XXI promettente di appartenere per intero e sempre più all'Era Elettronica. Mi riferisco ovviamente a quel giochino inventato da Louis ed Auguste Lumière cui fu dato il nome di cinematografo.

E' la carta il più longevo dei supporti mediatici conosciuti, e su carta (cartoncino prima, sempre più leggera poi) anche le immagini fotografiche eran finite, prima di sequenziarsi in serie di fotogrammi ed essere fissate su nastro di celluloide trasparente, prendendo movimento dal suo scorrere davanti a un raggio luminoso che le proiettava avanti ingrandite. Neppure la rivoluzione postale del 1844, che introdusse la telegrafìa elettrica, consentendo a ciascuno di sostituire brevi messaggi rapidissimi anche a lunghissima distanza alla laboriosità epistolare e alle spedizioni di lettere chiuse in busta ed affidate a zoccoli di cavallo e poi a stantuffi di vaporiera, questo supporto aveva neanche così eliminato. Correndo veloci su filo di rame teso lungo un percorso palificato, questi messaggi fatti di impulsi incontravano infatti, alla fine, un pennino meccanico che, traducendoli, tracciava segni (così: .._.__.) appunto ed ancora su carta, subito decodificati in alfabeto corrente.

Il telegrafo elettrico di allora e la superfluità attualmente sempre più estesa del messaggio cartaceo, lentamente trasformantesi in elemento solo aggiuntivo ora che sta per comparire sul mercato addirittura anche il libro elettronico (e-book), sono i due rivoluzionari paletti mediatici tra i quali, cronologicamente, questo «secolo del cinema» è venuto a collocarsi. Con primarietà, perché se allineiamo tutti i moderni mass-media a diffusione circolare, e cioè la stampa, la radio, la televisione (dato che la telefonìa, come appunto il telegrafo, è ancora un sistema di comunicazione "da punto a punto" e il Web, come la parola stessa dice, è un sistema di comunicazione "reticolare"), facilmente scopriamo come la fruizione di essi rimanga individuale anche se contestuale e per segmenti di pubblico, mentre al cinema si è sempre riferita in accezione collettiva e quindi socializzante. Non solo come prima, ma più elitariamente, il teatro ma, poiché altro non fa che raccontare storie, anche prendendo il posto del romanzo, e della sua lettura in solitario. Dotandosi dunque di un plus, per un pubblico stratificabile in fans. Al cinema ci sono andati, e continuano ad andarci - con varia predilezione di genere, se vogliamo - tutti. Ma proprio tutti. E buona parte della stessa tv non altro che cinema, da vedere in casa, è diventata. Come dimostrano i palinstesti e le statistiche di share.

Leggere caratteri immateriali e non più stampati, l'avvento cioè della e-paper, anche senza che sia abolita ma solo ridotta nell'uso la carta-carta, è l'altro paletto segnasvolta con cui sto delimitando area temporale nella storia dei media. Già noi acquisiamo da tempo testi tramite computer, ma via via si incrementa anche l'uso di prodotti scritti che si acquistano in CD (e non sono solo dizionari ed enciclopedie) e per leggerli si infilano in un driver. Non soltanto prodotti visual dunque, per lo schermo del nostro computer, ma anche, perché no, opere letterarie. Non solo film ma anche romanzi (e versi o poemi). Un DVD pure per il libro, allora? Ecco il punto, il salto psicologico da superare. Occorre che, per turbarci meno, anche il libro senza carta mantenga almeno, per un certo tempo, sembianza di un libro di carta. Poterlo tenere in mano, anzitutto, e leggerlo anche in tram o sulla spiaggia, e pure stando in piedi. E allora dovrà avere l'aspetto come d'una sottile mattonella, con qualche tastino di lato ed una superficie finestrata; quella sul cui vetro i caratteri fatti di bytes si formeranno, quella su cui pagina per pagina 'sto libro, di racconti, di saggi, di poesie, lo sfoglieremo. Se devo essere sincero, comunque, io il maggior vantaggio che vedo in ciò (perché per altri versi un po' di fastidio certo me lo darà) è quello di un gran risparmio di cellulosa, che è oggi la materia prima principale per fabbricar carta, al posto degli stracci come un tempo, e dunque occorrerà abbattere meno alberi: un respiro enorme per l'intero ecosistema planetario.

Vediamoli come fossero disegnati su una mappa, questi due paletti epocalmente sovvertenti entrambi, a proprio turno, il «fin qui» della comunicazione umana, e quel di specifico a noi interessante che c'è stato nel vasto spazio fra l'uno e l'altro. Il territorio è delimitato dalla vera e propria rivoluzione (la seconda dopo quella di Gütenberg) che comincia con la trasmissione a distanza illimitata, primo episodio proprio il telegrafo elettrico. E da quella altrettanto eclatante che è la terza: la sostituzione elettronica anche del libro, dopo che era già avvenuta, col computer, quella del documento a pagine sciolte. Dimensione temporale di questo territorio: non molto più d'un secolo. E pur contenendo questo periodo ogni genere d'audiovisivi, è al Cinema che come fenomeno di massa va la palma: è Lui che non si limita a spettacolo e news e sfora invece anche sul terreno dell'arte, quella figurativa perché fatto d'immagini come la pittura, e quella narrativa perché racconta storie come il romanzo. E come entrambi consegna emozioni d'ambiente ed emozionanti personaggi. Capaci di rimanere, di far cultura oltre che costume. Il resto è "servizio". Parliamo di cinema dunque, nel «Secolo Postmoderno» Numero Cento. Cinema come strumento di società e come lingua delle immagini.

Perché al cinema ci si sedeva e ci siede ancora accanto in fila, sentendo i respiri vicini degli altri, come chi ascolta musica in un concerto; perché la lingua è già col cinema che muta radicalmente - anche se lo schermo non è ancora un video pieno d'icone né un display fitto di esperantici stenogrammi - da quando l'immagine non si guarda più unicamente in un quadro o in un affresco dipinti ma la si vede anche muoversi, agire, diventare sequenza. Quello è il momento del salto tecnologico: la tv viene dopo, molto dopo. Nel frattempo sarà passato mezzo secolo e solo allora essa imparerà e trasferirà a sé quel linguaggio che poi diventerà pure suo. Ma la grammatica resta quella: inquadrature, con campi e piani; movimenti di macchina, con panoramiche e carrellate; montaggio, con stacchi e dissolvenze. E' il cinema il primo e più potente così coinvolgente strumento di comunicazione di massa che si afferma nella storia dell'umanità. Non dalla sua nascita (1895, ma già dal 1899 aveva fatto degli esperimenti Edison), non dal suo impadronirsi anche del sonoro (1927), non dall'avvento del colore (1936), ma gradualmente lungo tutto quest'arco e dopo. Prima c'era la stampa e con la stampa il diffondersi dell'informazione e della cultura, ma non tutti compravano e leggevano giornali e libri. E prima ancora le arti figurative, ma non tutti erano usufruttuari della comunicazione artistica, riservata alle cattedrali, ai palazzi, alle reggie. E poi alle gallerie ed ai musei. Quando la radio ancora vagiva, la gente era al cinema che già andava. E non ci andava lo spettatore singolo bensì tutta intera la famiglia.

Nel mio ricordo di bambino c'è la prima radio a galena con le cuffie, fabbricata in casa da mio papà su foglio d'istruzioni, ma già due volte alla settimana andavo al cinema con lui e mia mamma e qualche volta ci fermavamo a vedere il film per due volte di seguito. E la domenica c'erano le matinées per i più piccoli (Stanlio e Ollio, Charlot, Ridolini e i primi cartoons bianco/neri, non ancora Disney ma Mio-Mao, ossia Felix the Cat di Pat Sullivan). Ricordo perfettamente le didascalìe, non sovrimpresse ma spezzanti il procedere dei fotogrammi, scritte in bei caratteri Secession bianchi su nero e racchiusi in cornici ghirigorate con un linguaggio che restava esclamativo e letterario. Quelle di «Cabiria» le aveva dettate, si sa, D'Annunzio. I protagonisti del cinema divennero presto più famosi di quelli del palcoscenico. Francesca Bertini era alla portata di tutti, Eleonora Duse no. Il cinema aveva il vantaggio di ampliare e mutare gli ambienti in continuum, in palcoscenico si poteva solo fra un atto e l'altro. A teatro si provava e riprovava, ma c'era sempre la sera in cui un passaggio non ti riusciva bene. In cinema invece si dà buono per sempre solo il meglio riuscito dei moltissimi ciàk per ciascun frammento di scena. A teatro l'occhio resta sguinzagliato e libero di scorrere, al cinema è il regista che te lo guida con sapienza sua. Lo schermo, per il grande pubblico, l'ha sempre avuta vinta sul palcoscenico dove gli attori son sì in carne ed ossa ma non puoi distinguere le espressioni delle facce. E si son sempre venduti ogni giorno e dappertutto più biglietti d'ingresso al cine che libri in libreria.

Dal Corsaro Nero, da Jean Valjéan, dalla Karenina, da Emma Bovary abbiamo ricavato grandi emozioni, ma dai personaggi del cinema si introiettavano anche modi di muoversi, modi di atteggiare la voce, tipi di sorriso da imitare e vestimenti da copiare. E quando è un romanzo che diventa film, i suoi protagonisti ne assumono il volto per sempre. La Luisa di «Piccolo Mondo Antico» Fogazzaro non ce la fotografò mai, ma da quando Soldati ne girò la versione cinematografica ed ella uscì così dalla pagina il suo volto divenne insostituibilmente per tutti quello di Alida Valli. Così come Vivien Leigh assunse universalmente unificandoli (il cinema anche questo può) i due interiormente così diversi volti di Anna Karenina e di Rossella O'Hara e nessuno sa più vedere Sandokan (neppure chi come me pur ne ebbi popolati sogni ancora impuberi) se non con con le fattezze e il pelo movimentato di Kabir Bedhi. E il Maigret visibile è ormai Gino Cervi così come è Montalbano Luca Zingaretti, anche se questi si chiamano - ma cosa cambia? - non più cinema bensì telefilm. Continuano invece avere il mutevole volto che la nostra fantasia loro può loro attribuire Ulisse ed Achille, Orlando e Rinaldo, D'Artagnan e il Capitano Nemo, essendo fra cinema e tv ormai in troppi ad averli impersonati; e i loro tratti restano pertanto confusamente intederminati ed ancora plasmabili a piacere da ciascuno di noi lettori.

Partito come baraccone e féuilletton, divenuto poi racconto, vuoi realistico vuoi visionario, guadagnandosi infine spessore culturale e dettando trend, emergono come dei blocchi, nella storia, ancora così breve, del cinema, che corrispondono perfettamente a capitoli della nostra vita. In questo secolo Russia e Germania dominano i suoi anni 20: da una parte i registi-teorici della nuova arte che sono Eizènstein e Pudòvkin e i loro "classici" del montaggio alternato e simbolico; dall'altra il fosco espressionismo gotico di Lang e di Murnau. Francia e USA invece segnano gli anni 30: registi-poeti sia in dramma che in commedia sono Carné, Duvivier e Clair, che ci figgono in mente per sempre la maschera intensissima e gli occhi così chiari di Jean Gabin e di Michèle Morgan; mentre l'America ha i kolossal (De Mille), i musical (Astaire-Rogers), e quel delizioso filone che va sotto il nome di sophisticated comedy, quand'erano assai giovani Kathryn Hepburn, Cary Grant e James Stewart e una caterva d'altri noti e bravissimi, i fratelli Barrymore, per esempio. Gli anni 40 sono soprattutto italiani: il neorealismo di Rossellini, De Sica, Zavattini, Anna Magnani. E i 50 contengono una perla: l'epica forte ma anche romantica di un affacciantesi cinema messicano che ha soprattutto due nomi d'autore: Emilio "Indio" Fernandez e Gabriel Figueroa. E nei 60/70/80 ricompaiono forti presenze tedesche (Fassbinder, von Trotta) e francesi (Chabrol) e c'è un ritorno di autori inglesi (Loach, per esempio) che prima avevano avuto qualche nome campeggiante come quello di Carol Reed. L'80 poi è affermazione forte del cinema spagnolo, bastando da citare Almodovar e Bigas Luna. E nomino due autori, italiani entrambi, cui non voglio però attribuire passaporto dato che evocano l'uno Parigi e l'altro il West come se lì fossero rispettivamente nati, Bertolucci e Leone, campioni entrambi del grande cinema-affresco con «Novecento» e «C'era una volta in America».

Non continuo a classificare decenni perché ci sono filoni che percorrono l'intero arco, come quell'infinita chanson de geste che è il western, e registi che escono da inquadrabilità nazionali assumendo valenza universale: Chaplin e Fellini, Visconti e Kubrick. E quella cosa che si chiama cartoon e che certamente non si riassume tutta in Disney. Tengo il rubinetto stretto perché qua ci son nomi che sono come le ciliege e troppi altri sarebbe onesto e doveroso che ne inanellassi se no: non dire Hitchcock, non dire i fratelli Marx, non dire Jacques Tati, non dire Akira Kurosava sarebbe togliere dalla corona del cinema-cinema alcuni diamanti dei più belli, ma io qua non sto facendo né lo storico né l'esegeta: sto solo levando un brindisi a ciò che amo, a un mondo che ha avuto per me due luoghi deputati, due capitali, Hollywood e Cinecittà e per il quale ho pure delle predilezioni e delle partigianerie. E poi è inutile che mi fermi in questa sede su tutte le cinematografie orientali che tengono il campo oggi occupando pregevolmente il mercato mondiale, dalla Cina di Zhang Yimou all'India di Mira Nair all'Iran di Abbas Kiarostami, dato che la gioventù che mi legge su di loro ne sa certamente più di me. E' anche il motivo per cui non mi soffermo adesso su fantascienza e horror, sulle serialità (prototipo «Il Padrino»), su alcune genialità come quelle di Spielberg o di Allen e sull'ubriacatura degli "effetti speciali". Mentre varrà probabilmente la pena che dedichi un'altra volta qualche paginetta a qualche «mostro sacro» attoriale, comparando l'erogazione comunicativa emanata da stereotipi (Errol Flynn, John Wayne), da natural-self (Gary Cooper, Roberto Benigni) da superbi evolventi (Sean Connery, Giancarlo Giannini, Diego Abatantuono), da abilissimi trasformisti (Robert De Niro). La classificazione è mia e in quell'occasione la spiegherò. E parlerò anche dell'aura fortissima e come adesiva esalante da qualche attrice e degli effetti di ritorno prodotti. Più che di cinema sarà però - avverto - un discorso di input/output sociale.

Per cinematograficamente concludere adesso, altro filo è invece il caso che scelga, rendendomi coerente con l'inquadramento inizialmente dato a questo testo. Anche il cinema sta in qualche modo, come gli altri media, svoltando. Non nella sostanza ma nei supporti. Nel senso che sta per abbandonare quello materiale, dell'impressione fotochimica su pellicola, e quindi il modo d'essere proiettato, per convertirsi anch'esso al digitale elettronico entrando quindi nella dimensione del completamente immateriale. Il processo è già in corso: è iniziato col DVD. La "pizza" di pellicola aveva da tempo figliato la videocassetta. Da comprare in edicola e da vedere a casa. Ultimamente però il disco, più pratico e maneggevole anche se più costoso, ma ancora per poco, ha cominciato a soppiantare queste cassette VHS, che oltretutto occupano spazio come se fossero volumi. Niente più cinepresa, niente più cineproiettore, nel futuro prossimo venturo non è poi tanto improbabile ipotizzare anche la scomparsa delle sale, già diminuite di numero e trasformate in multisale. Vent'anni fa era vietato mostrare in televisione film che fossero usciti nelle sale pubbliche meno di sette anni prima. Oggi sono in cassetta e/o in DVD pochissimo dopo essere smontati dalle prime visioni e già dopo un anno vengono contrattati per un numero dato di passaggi nei palinsesti di questa o quella emittente televisiva. In questo processo qual è l'anello distributivo più debole? Certamente la sala, che ormai serve solo per il LANCIO del prodotto nuovo, il cui mercato va poi, immediatamente, a risiedere altrove, o per un festival tematico. Personalmente, io ho a casa circa quattrocento film, la maggior parte in cassetta per il televisore, e un numero molto minore ma in crescita su DVD per i computer. E non credo di rappresentare un caso fuori dalla norma. Se per ragioni di lavoro od altre mi perdo un film al cinema so che fra relativamente assai poco tempo me lo ritrovo riversato da potermelo portare a casa. A parte la possibilità di acquistarlo, i punti di distribuzione casalinga di film in affitto sono in ogni città venti volte più numerosi delle sale di proiezione. E non c'è canale televisivo che non abbia in programma parecchie ore al giorno di proiezione di film.

Muore dunque la pellicola, ma il cinema no. Niente affatto, anzi è più vivo che mai. L'importante è avere uno schermo. E quello ce l'abbiamo a casa, e moltiplicato per quanti televisori e computer in casa possediamo. E presto anche in auto (guardiamolo però solo da fermi o comunque non dal posto di guida, per carità) perché gli ultimi modelli di autovetture giapponesi già ce l'hanno di serie nel cruscotto. E anche al polso per quando saremo in giro a piedi, perché è al polso che terremo il cellulare, il cui schermo anche ricevitorino tv, e quindi cinema, sarà. Sale o non sale di proiezione, il cinema si accinge dunque ancora a una lunga marcia nel suo secondo secolo. Magari alternandosi per noi sullo stesso video dove leggeremo i nostri e-books. Che potranno consistere nell'ultimo Camilleri ma anche nei «Tre moschettieri» di Dumas o nell'«Iliade» di Omero. Film senza pellicola, libro senza carta. Il medesimo schermo che ci servirà anche per sedere davanti alla Gioconda di Leonardo senza andare noi stessi al Louvre o per girare tutto intorno ai due bronzi di Riace senza dover arrivare fino a Reggio Calabria. Fine della fisicità corrente del prodotto intellettuale e d'arte. Per lasciarci sfiorare carezzandola una bella costola rilegata, resterà sempre l'antiquariato.