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Categoria: Secolo postmoderno

Esistono un sacco di testi sulla «comunicazione persuasiva», e una mia studentessa che sta preparando con me a Trieste, per esempio, la tesi di laurea sui messaggi del corpo e i loro particolari e variegatissimi linguaggi ha raccolto una barca di elementi che corrispondono - insieme a molte altre tipologìe, è ovvio, ed anche fra esse opposte - a interpersonale eloquenza persuadente sul piano mimico, gestuale, posturale e di contatto. La comunicazione ha molte suggestive armi per persuadere, e rivolgibili a chicchessia, certo non ultime la pubblicità commerciale e la propaganda politica. Ma c'è pure quando non suade, non adesca, non seduce, ma al contrario intima ed impone, ti punta insomma sul petto un dito che è metaforica pistola. Per indurti a una scelta in via di ricatto o suscitandoti paura. Esercitando insomma perentoria coazione.

Una volta, fra i tanti gesti di cortesia che ci si usa, era frequentissimo quello di offrire una sigaretta. Non si estraeva mai uno solo di quei cilindretti bianchi soltanto per sè. Anche senza parole, ma con un sorriso o un amabile semplice cenno d'occhi si porgeva il pacchetto già iniziato scuotendone in fuori due o tre, oppure il portasigarette aperto. E ciò non solo con persone intime o conoscenti, ma anche con lo sconosciuto che per esempio ci sedeva accanto, o come galanteria verso una signora («Fuma?», «Gradisce?», «Permette?», erano le formule più consuete). Bene, oggi, questo gentile e quasi automatico gesto rischia di venir interpretato come un attentato. E se non attentato (alla salute, è chiaro) almeno come un'avventata insolenza. I rapporti tra fumatori e non fumatori si stanno deteriorando di brutto. Càpita sempre più raro di fermare, un tempo cosa comunissima, un passante per istrada, la sigaretta intonsa fra le labbra o fra due dita, chiedendogli «Scusi, ha da accendere?» e vedergli far pronto gesto d'estrar di tasca la bustina da fiammiferi o l'usa-e-getta di plastica colorata, o se no allargare le braccia in segno di scusa con un «Desolato, non fumo» d'accompagnamento. Ora il fumatore si fermerà a porgerti il fuoco volentieri, ma l'astemio molto facilmente ti risponderà solo con un negativo cenno del capo, o alzando le spalle o, peggio, se non siamo all'aperto, e anche in assenza di cartelli di divieto, redarguendoti come se l'avessi insultato.

Questa specie di orgoglio dell'astinenza che si sta diffondendo e anzi diventando sempre più aggressiva (come se essa comportasse essere più bravi e più buoni o, che so, cittadini migliori, mentre rappresenta semplicemente cose normali come una diversità di gusti e una selezione diversa di piaceri) fa in sostanza venir meno anche forme di educazione e di galateo che avevamo ormai connaturato ed è colpa di una campagna sempre più amplificata che proviene da indirizzi ministeriali. Cioè dalle stesse fonti d'autorità che non si comportano però nel medesimo modo ultrasevero e proibizionista nei confronti degli scarichi industriali e veicolari e dell'inquinamento chimico ed elettromagnetico dell'atmosfera (per non parlare del mare e dei fiumi), preoccupandosi strambamente più della presunta salvezza di una quota di singoli che del collettivo suicidio dell'intera umanità. E' persino ridicolo questo infittirsi di cartelli, cartellini e cartelloni esponenti divieto di fumar tabacco nei luoghi pubblici chiusi, a fronte nel mancato divieto a solcar mari per quelle gigantesche, e così facili a far danno irrimediabile, navi chiamate petroliere, e a fronte dell'assenza di sanzioni contro chi continua a costruire autoveicoli a benzina o gasolio invece d'usare forme alternative di energia. Quello di prescrivere la circolazione delle auto a targhe alterne pari/dispari quando i valori salubri dell'aria che respiri nei centri urbani si abbassano troppo è solo un palliativo, e anche abbastanza ipocrita.

Obbligare i produttori a stampare sui propri pacchetti di sigarette in caratteri più grossi di quelli della marca slogan listati a lutto come «Il fumo provoca il cancro», «Il fumo produce malattie mortali», o peggio ancora «IL FUMO UCCIDE» (ci manca solo il teschio, ma abbiate pazienza che arriverà) è una misura di sadismo politico eccezionale, in un mondo dove nessun governo ancora ha apposto cartelli con scritto «Le guerre non si fanno» o «E' proibito gettare bombe dagli aereoplani sulle città», o almeno «La petrolchimica fa male». Entrare in una tabaccheria ti colpisce allo stomaco il veder quelle scritte campeggiare su tutti gli scaffali mentre nessuno è mai riuscito a costringere la Cocacola a scrivere sulle proprie bottigliette quali sono le componenti chimiche della formula segreta del prodotto, che al di là di un'assuefattività sarà poi magari innocuo ma lo deve dichiarare (le sue lattine denunciano caffeina ed acido fosforico senza indicarne le percentuali). Verrebbe voglia di stampare ed affiggervi sopra delle coprenti etichette gommate con su scritto «Il fumo è distensivo», «Fumare stimola le idee», «Fumando dopo mangiato si migliora la digestione», «Buon tabacco dà buon aroma», eccetera, ma chi lo facesse sarebbero capaci d'accusarlo di apologia di reato. In cambio, si è creato tutto un mercato a buon prezzo di astuccetti rigidi anche elegantini di misura perfetta per contenere un pacchetto di dimensioni standard e tolgono così dagli occhi quelle comandate scrittacce; qualcuno offre anche la comodità di una taschina laterale per infilarci l'accendino. Bene, almeno questo.

Perché queste scrittacce non sono certo terroristiche come far saltare in aria una stazione della metropolitana di Mosca, ma alla categoria del terrorismo, nel loro piccolo, è altrettanto certo che appartengono anch'esse. Eppure - detto per inciso - per toglier di mezzo quei kamikaze al Kremlino basterebbe un provvedimento molto semplice, a fronte di tutti gli altri invece non solo non risolventi ma anzi peggiorativi: concedere l'indipendenza al popolo ceceno, che russo sicuramente non è, che per essa si batte fin da quando c'erano gli zar e il suo territorio non era attraversato da metanodotti, e che adesso per richiamare su di sè l'attenzione di un mondo egoisticamente distratto e i cui media fingono d'ignorare quanto da quelle parti accade, è ridotto a questi orribili exploits estremi e ripugnanti. Che bagno di sangue si sarebbe tirata addosso l'allora più saggia Inghilterra se non avesse restituito indipendenza all'India consentendo così la nascita anche del Pakistan, del Bangladesh e dello Shri-Lanka? Quanto al terrorismo antitabagico, sia pure d'altra qualità, risultati che non siano coercitivi non è comunque destinato ad ottenerli. Come non li otterrebbe se ordinasse anche sulle bottiglie di vini e liquori l'apposizione di un'ammonitrice etichetta sui rischi dell'alcoolismo e se facesse scrivere «Attenti al colesterolo!» sulle confezioni di cotechino. Che fallimento e che fòmite di contrabbando, delinquenza e sangue fu il proibizionismo americano degli anni Venti, no?

Ho raccolto ultimamente una serie di pareri dai titolari dei ristoranti e trattorie che frequento. Entro il 2004 una legge insensata li costringe a dividere in due con forti spese di ristrutturazione e impianti di condizionamento i loro ambienti: fumatori di qua, non fumatori di là. E sanno che se non lo fanno saran multone da levar la pelle o perdita di licenza e che se invece lo fanno perderanno ahimè parte di clientela. Per i grandi ristoranti basterà tirar su un muro, ma le piccole trattorie e quelle lunghe e strette con la cucina in fondo si troveranno nella impossibilità di ottemperare, e nell'obbligo di conseguentemente imporre un divieto rigido e generale. E allora c'è anche chi mi risponde: «Lo sa cosa farò? Un cartello: Locale solo per fumatori. Se all'astemio piace la mia cucina starà a lui di scegliere». Sono personalmente molto curioso di vedere come questa storia andrà a finire. E' una vicenda, questa della nicotina per cui si vuole il bando, che contiene diversi motivi paradossali. Ne espongo qui di seguito un'altro.

Gli americani, che sono come sempre molto esagerati, leggono da un po' in qua sui loro giornali storie come questa. Eredi di morti di cancro che fanno causa alle aziende produttrici di questa o quella marca di sigari e di sigarette, accusandole della perdita del congiunto a causa di un tumore provocato da loro, magari come concausa; e chiedono risarcimenti miliardari. Non s'è ancora trovato tribunale il quale però eccepisca l'inestenza di un diritto di questi eredi a ricavare un vantaggio in moneta da una morte ammessa per fumo ma dipendente da una libera scelta volitiva del loro papà in ordine ai sigari o del loro nonno in ordine alla pipa. Sempre meno insicuri delle sigarette, dove bruci ed inali anche carta e che per questo sono casomai sconsigliabili. Se papà e nonno sapevano quel che facevano, tu figlio e nipote cosa c'entri? Quanto al vizio di cui si cadrebbe prigionieri come una droga, bèh, intanto so che chi vuole smettere smette (io per esempio ad anni alterni), e poi che c'è tantissima gente che preferisce vivere qualche anno in meno ma vivere anche gli ultimi in modo appagante. Senza contare che dipende anche dalle quantità consumate e dagli organismi singoli. Si può fumare pochissimo o solo a periodi, si può fumare assai ma proprio assai ed essere (i miei nonni) tuttavia molto longevi. Non tutti i bevitori sono alcoolisti, mi pare. Gli zuccheri sono vietati ai diabetici e i grassi a chi soffre di ipertensione ma nessuno pensa a proibirglieli per legge o a render loro necessario mostrare una tessera quando vanno al bar o in osteria. E nessuno, secondo un'ottica così, dovrebbe fare il paracadutista o il free-climbing o correre in motocicletta o arruolarsi nelle truppe da sbarco. O, oggi, come oggi, neanche essere abituale passeggero d'aereo o viaggiare in autostrada con la nebbia (o anche senza, va').

Diciamo anche che il fumatore, il quale non è categoria organizzata ma fa massa di singoli, è anche più disarmato di fronte a questi colpi di clava che vengono oggi usati in Italia come strumento di governo. Un governo prima di tutto nemico esplicito e dichiarato dei giornalisti, e che è riuscito coi suoi programmi eversivi delle istituzioni a far scioperare contro di sé (Guiness dei primati) tutti in una volta i medici, i professori delle medie e delle Università e persino, il che è tutto dire, i magistrati. Lo sciopero dei fumatori (24 ore senza fumo renderebbero felice il ministro Sirchia) è invece impensabile; uno solo ce ne fu, dei milanesi contro Radetzky nel 1848, ma aveva motivi patriottici che precedettero le barricate delle Cinque Giornate.

Ho scritto molte cose che saranno ritenute ingenue, in questa rubrica di oggi, ma l'ingenuità è associata fin troppo spesso con la verità. Ho cercato di descrivere il quadro su cui questa campagna di comunicazione coattiva si esercita. Il feedback di essa segnala reazioni come case produttrici che, sentendosi sotto scopa, mettono in circolazione anche tipi di sigarette più leggere, più sottili, con filtri più lunghi, col risultato che se ne fumano di più, o che al tabacco mischiano menta e che dunque non val più neanche la pena di fumare perché per il buongustaio sono espedienti che fan schifo. Ma non segnala invece una diminuzione del volume di vendite dei tabaccai, ed evidenzia anzi un incremento statistico nel numero delle fumatrici (curioso? no: la donna è in genere istintivamente più ribelle dell'uomo alle regole imposte). Penso che saranno escogitati presto anche degli spot televisivi antifumo. I quali saranno ovviamente molto lugubri. E che magari recheranno l'intestazione di «Pubblicità Progresso».