Stampa
Categoria: Secolo postmoderno

Ho un amico che fa il demòscopo. Esplica questa sua attività professionale presso la SWG, una delle imprese più qualificate del settore, e l'altro giorno mentre mangiavamo una pizza mi ha dato una comunicazione; originata dal pacco di sei quotidiani che come al solito avevo posato sulla sedia libera accanto. "Sai", mi ha detto, "è ormai da una decina di giorni che non passo più dall'edicola". "Te li porta il ragazzo?". "No, no. Proprio non compro più giornali". Ecco, ce n'è un altro. E fra poco saranno schiera. Intendiamoci, nè lui nè altri che conosco possono fare a meno della stampa quotidiana, per il lavoro che svolgono. Hanno semplicemente adottato l'opzione decisiva, quella per la quale non raduno ancora le necessarie risorse interne io. "Vedi, io usavo Internet soprattutto per i giornali stranieri dato che in edicola, tranne quelli fissi, trovavo non sempre e non tutti quelli che mi servivano magari solo quel giorno. E poi mi son ridetto: ma anche le testate italiane nazionali, e quelle regionali o d'area più grosse, hanno da tempo ciascuna il proprio sito web, e pure via via da ciascuna meglio curato in agibilità e gradevolezza grafica. Così me ne sono servito sempre più spesso, stampandomi solo quel che da queste mi occorre e magari scorrendo velocemente parte del resto. E ora ho "tagliato" del tutto e, ti assicuro, non mi manca niente, risparmio, e non ammonticchio più carta per i cassonetti".
Si dice trend? Bene, questo è un trend in progress e non ne ricavo ombra di meraviglia. Una mattina a Trieste, prima di cominciare la lezione, avevo fatto in aula uno screening molto interessante, e poi l'avevo ripetuto qualche mese dopo a Palermo con esiti proporzionatamente identici. "Mi alza per piacere la mano chi di voi compra la mattina un quotidiano, nazionale o locale?". Due mani alzate, i presenti erano una quarantina. "E un magazine ogni settimana, cioè non solo occasionalmente?". Nessuna mano. "Giornali radio e telegiornali d'abitudine?" Stavolta spuntano una o due mani più o meno per ciascuna fila di sedili, ma con una spiegazione. Anche ovvia: la lettura è sempre singola, l'ascolto più facilmente comune; e in genere la mattina presto la radio nelle case è accesa, così come la tv mentre si cena la sera. Ma l'essere in funzione di questi strumenti in orario canonico di notiziari non è, come naturale, un dato coincidente con quello dell'attenzione che tutti i presenti loro dedicano. Non sarà così per Sanremo Festival o Grandefratello o i Mondiali di pallone, ma per gr e tg gli share hanno di attendibile solo l'apparecchio acceso ed è imprudente fare moltipliche sul numero di orecchie statisticamente assegnate a un gruppo famigliare. (Ci sono, naturalmente, le eccezioni: di quanto trasmesso da Genova in occasione del G8 e subito dopo, non è andato perso niente). Ma poi ho chiesto: "Quanti di voi hanno un computer o comunque ne possono disporre per navigare in Internet?". E le mani levate su sono diventate selva quasi compatta.
I giovani dunque non leggono giornali. O, più precisamente, dato che il mio campione è stato quello, gli studenti non leggono giornali. Ne va ricavato che essi non sono informati? Macchè: sono informati, e come! Semplicemente, per informarsi hanno scelto un canale diverso. Che è più agevole, meno costoso e meglio mirabile sugli interessi specifici di ciascuno, scartando o sfrondando ciò che non vi rientra. Pro e contro, naturalmente: se cerco solo certe cose specifiche, sarò in grado di approfondirle al massimo chiudendo magari gli occhi su altro; ma se sfoglio un quotidiano forse mi cascherà l'occhio anche su qualcosa di laterale ai miei interessi che però potrà colpirmi utilmente e di cui forse se no non mi sarei accorto. E comunque c'è anche un altro surrogato aggiornante: quello dei flashes continui di "Televideo".
Perchè dunque io che di computer ne ho in casa tre, due dei quali attrezzati con modem, senza contare quelli disponibili in Facoltà, continuo a ritirare ogni mattina dal mio edicolante sei quotidiani al giorno, sette la domenica, in cambio di una media di diecimila lire al dì e invadendomi di cartaccia scrivania e poltrone dove mi accovaccio a sforbiciare ritagli da incarpettare? Non si fa impunemente il giornalista per quasi cinquant'anni senza poi non poter smarrire quel bisogno di fisicità del tatto e di senso di sicurezza che ti continuano a dare quei fogli fruscianti anche se con le nuove tecniche di stampa non odorano più di familiare inchiostro tipografico. Eppure so che presto anch'io farò (dovrò fare, e saprò anche tranquillizzarmene) come il mio amico della SWG ed i miei studenti e tutta quella grandissima altra quantità di persone. E che da quel momento anche l'edicolante prima cordialissimo mi guarderà passare rivolgendomi lo stesso tipo d'occhiate del salumiere già da me tradito per il supermercato. Insomma, porca l'oca, ogni tre giorni potrò comprarmi un libro in più.
Oh, i giornali non spariranno. Le notizie sono più veloci di loro, ormai, arrivano per etere e per cavo in tempo reale, ma i commenti, il controllo sulla res publica, spetta sempre a loro di detenerlo. Semplicemente non saranno più in grado di produrre cinquanta o sessanta pagine al giorno, e sarà una fortuna per tutti (anche la pubblicità che ora gliene riempie metà troverà forse più funzionali i new media per raggiungere i consumatori) poter tornare a quella sufficiente dozzina di pochissimi decenni fa. Ce n'è anche adesso, di intelligenti e ben fatti, che se ne contentano senza con ciò privarsi di prestigio e successo: "Il Manifesto" ne ha 18, "Il Foglio" addirittura solo 4. E non più dell'equivalente val la pena d'essere letto per intero nella valanga che rovesciano le altre testate. I giornali, e anche le tv, hanno insomma un appuntamento molto vicino all'interno di un'unica e interattiva scatola con video e stampante che dominerà il nostro tavolino così come il frigo domina la nostra cucina. Solo che quello sarà sempre più grande e imponente e quella sempre più piccola e discreta.