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Categoria: Secolo postmoderno

Ma cosa s'intende, insomma, per «comunicazione di massa»? Il solito Tullio De Mauro, che è abitualmente il primo che consulto in questi casi, la definisce «particolare tipo di comunicazione realizzata attraverso organi di stampa e mezzi audiovisivi per raggiungere un pubblico molto esteso» e dà questo nesso di tre parole come entrato da noi nell'uso scritto e parlato a partire dalla metà degli anni Sessanta. Problema: quanto dev'essere esteso un pubblico, perché lo si possa ritenere massa? Centomila? Un milione? Dieci milioni? O potrebbero bastare anche cinquantamila, o meno? Una volta per "masse" si intendevano grandi agglomerati sociali, che so, i contadini, il proletariato urbano... I partiti di sinistra, quando c'erano, avevano addirittura dipartimenti di lavoro che si chiamavano «Organizzazione di massa». «Movimento di massa» veniva nominata un'attività di opinione coinvolgente varie fascie di pubblico anche non omogenee, per esempio quello a favore del suffragio universale. Il cinema da parte sua chiama masse quelle che gli occorrono per riempire sterminatamente lo schermo con comparse simulanti una grande battaglia.

Torniamo a De Mauro. Dal suo «Grande Dizionario Italiano dell'Uso» si apprende che può essere massa «la maggioranza di una popolazione», ma anche quella sua parte che «si trova perlopiù in posizione passiva e dipendente rispetto alle istituzioni economiche, politiche e culturali che gestiscono l'effettivo potere». (Si dice che le rivoluzioni tendono a «sollevare le masse», no?). Ma anche, più ristrettamente, raggruppamenti sociali connotati «da affinità di carattere psicologico, etico e culturale» o da «comunanza di collocazione economica» o da «identità di comportamento sociale». E' sicuramente un "fenomeno di massa" portare i jeans, o fumare tabacco o praticare tifoseria calcistica. Lo è anche certamente il porno e lo sono certe forme di turismo. E come se non così può essere definito quello di perseguire a tutti i costi il modello di telefonino più recente? Domanda: è fenomeno di massa, per dire, l'acquisto di fumetti? Risposta: sì. Del resto, chiedetelo agli edicolanti. (Parentesi: sono più di trent'anni che anche noi diciamo massmìdia. Come gli inglesi che lo dicevano già dai primi anni Venti).

Da un certo tempo la comunicazione di massa è anche materia universitaria. Se ne insegnano la teoria e le tecniche ed è, come si capisce, una disciplina che rappresenta un contenitore vastissimo. Nel quale ci si può occupare sia di cose fondamentali che minimali ma non meno importanti. Sia di cose pallose in quanto risaputissime ma appunto per questo molto frequentate, sia di cose invece molto stuzzicanti proprio perché frequentate meno e consententi dunque ampio margine all'originalità e anche, perché no, alla scoperta. E poi ci sono gli incroci: si fa comunicazione di massa anche con la musica, per esempio, o con la pubblicità, che sono invece oggetto principale di altre e differentemente impostate discipline. Ma questo credo che avvenga anche con le filosofie, le quali, accademicamente viste, possono essere, come si sa, morali, estetiche, storiche, logiche, linguistiche e addirittura «teoretiche» (?!: come se le filosofie non fossero teoretiche tutte...), e di molte altre configurabilità. Anche se ogni vero filosofo dichiara che queste distinzioni non riesce assolutamente a comprenderle. Così come variegano del resto le cattedre pure le sociologìe.

Ho per le mani, da addetto ai lavori, parecchie tesi di laurea per l'appunto in comunicazione di massa, Alcune di tenore, come dire, classico, e fondate su tematiche austere e statisticizzate. Ma non trascuro (e anzi!) quelle, certo non meno impegnative, che percorrono strade meno consuete e tuttavia illuminanti comparti i quali possono meglio farci conoscere, comprendere, servircene, una più ricca gamma di contesti nel mondo in cui stiamo bene o male vivendo; senza poterne (ma qualcuno lo tenta) uscire o retrocederne. E in cui un'altra parola, «massificazione», si sta da un bel po' facendo largo a spallate. Sto per esempio seguendo una tesi sulla comunicazione attraverso il cibo. Che non può ridursi al bulldozer MacDonald's o alle merendine fatte a macchina per i nostri poveri bambini (cui farebbero invece tanto bene il pane imburrato o un uovo sbattuto), ma che ha per osso un percorso assolutamente culturale e storicizzabile in modo molto interessante. Il percorso millenario del pane non contiene in sé elementi comunicativi riconducibili a dimensioni di massa? E non creò nuovi e dilaganti modi di socializzare l'arrivo in Europa da altri continenti, qualche secolo fa, del tè, del caffè, del cacao? Anche la storia della letteratura e del cinema forniscono binari lungo i quali alimentazione e comunità, la massa appunto e l'élite, ma anche le immedesimazioni di gola e di lussuria dal triclinio a Rabelais, da «Chez Maxim» a Nagisa Oshima, e le territorialità etniche, e le stesse diversificate prescrizioni religiose, possono far viaggiare una quantità di collegabili vagoni. Già interconnessi o su cui puntar riflettore nuovo.

E ho un altro titolo sul tavolo: «La comunicazione olfattiva». Non è un medium il magazzino degli aromi? Non è fenomeno di massa il profumarsi? Non sono anche circuiti comunicativi, sia accordati che discordi, quelli che vanno dai fiori agli effluvi dei fornelli di pipa, dalla salsedine marina alle emissioni degli impianti petrolchimici? Anche gli odori hanno un linguaggio, anche le nari son recettive quanto gli orecchi e gli occhi e il sistema lingua/palato. Anche la messaggistica via olfatto pone problemi e richiede analisi, a livello di emittenti e a livello di riceventi. Individuali sì ma pure di massa. Così come un'altra tesi interessante, ma già licenziata questa e con ottimo esito, mi ha riguardato come relatore di un percorso analitico ricco di immagini illustranti posture, gesti e smorfie sul tema dei «linguaggi del corpo»; linguaggi anche involontari da cui nessuno, ma proprio nessuno, degli abitanti di questo pianeta è in grado di chiamarsi fuori.

In fondo, quest'argomento che ho scelto per la rubrica di oggi, trova motivo proprio in una tesi di laurea appena propostami, che ha suscitato qualche dubbio e comportato qualche ragionamento: una tesi su John Ronald Tolkien, professore inglese di storia nato nel 1892 e morto nel 1973. Ma autore - hai detto niente - di «The Lord of Rings». Allora, il discorso è questo: si può fare una tesi di laurea sul «Signore degli Anelli» in Comunicazione di Massa e non, come sarebbe apparentemente più proprio, in Letteratura Anglosassone o in Letterature Comparate? Io mi sono espresso per il sì senza il minimo dubbio. A condizione di centrare la tesi non sui romanzi di Tolkien ma sul loro pubblico, non sulla saga ma sui suoi effetti. Questo longevissimo best-seller, che supera largamente il migliaio di pagine senza che ciò abbia costituito ostacolo, è stato pubblicato nel 1952 e tradotto in Italia sulla metà degli anni Sessanta, quindi ha già coinvolto due o tre generazioni di lettori. Ne sono scaturiti negli ultimi anni tre film di grande successo mondiale. I siti tolkeniani in Internet sono oggi come oggi 833. I circoli di fans innumerevoli. Numerosissimi i giuochi di ruolo elettronici (MUD) ispirati ad ambienti e personaggi della sua mitologìa. E poi stili figurativi per copertine, illustrazioni e fumetti basati su leggenda: li trovate dappertutto.

Ci stiamo avvicinando a Carnevale e le vetrine delle giocattolerie, già da tempo ospitanti negli scaffali interni pupazzini di plastica d'ispirazione “Terra di Mezzo", si stanno gremendo di costumi e maschere da regalare a figlioletti e nipotini e non mancano fra questi né elfi né orchetti, e principesse e portaspada dai lunghi capelli. Ci sono raduni di affezionati alle motociclette più potenti dove si possono anche scorgere - sopra petti nudi ingilettati di cuoio, irsutaggini varie e braccia tatuate a draghi - arcuate corna montate sui caschi a visiera (e ci sarà pure qualcosa, badiamo, di nazi-nibelungico in ciò). E che largo filone narrativo e cinematografico s'è aperto, dopo quel ciclo di romanzi del professore di Oxford specializzato in dialetti medievali, filone riconosciuto sotto il nome di Fantasy. E come, a un certo livello giovanile, è invalso un repertorio linguistico di "saluti elfici", persino. E quanti libri su Tolkien sono stati scritti sia per interpretarlo che anche per contestarne il verso culturale. E quandi gadget si vedono in giro di origine fantastica che sono icone di quel mondo lì... E' o no questa, allora, comunicazione di massa? Oh, sì che si può dire con certezza anche questo indotto fenomeno tolkenico configuri circuiti che comunicazione di massa certamente rappresentano! Ma se ho sentito perfino discorrere, platonicamente per ora, della possibilità di affidare al chirurgo estetico persino le proprie orecchie, allo scopo di accennarvi quella brividosa piccola punta in su...

C'è un ultimo discorso ancora da fare, e riguarda i supporti mediatici. Sempre più spesso lo studente si presenta davanti alla commissione di laurea con un pc portatile sotto il braccio, da collegare a un proiettore che sequenza sul muro di fronte un certo numero di immagini atte ad accompagnare la dissertazione che egli sulla sua tesi sta svolgendo. Ma la tesi stessa resta un pacco di fogli rilegati, da sfogliare posati sul tavolo, ed è quella. Attenzione ora: c'è scritto da qualche parte che una tesi di laurea in materia di comunicazione non possa invece consistere nel contenuto di un CD o di un DVD? E che questo contenuto sia espresso in parole e suoni, immagini e filmati; e contenere anche dei link di ipertesto o ramificanti percorsi di background o di approfondimento? No, da nessuna parte c'è scritto. Eppure, ancorché ciò sia a breve giro ineluttabile (non c'è ormai da tempo appello d'esami in cui io non riceva, e accetti di discutere, e ne faccia elemento di valutazione per il voto di profitto, tesine non scritte ma interamente allestite proprio così, elettronicamente) prevedo non sarà facile. Sconsolidare abitudini accademiche talmente radicate sarà certamente impresa ardua. Ma occorre bene che qualcuno cominci, se questo è davvero, così come è stato ufficialmente intestato, un corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Bene, io me la son presa, la responsabilità di essere relatore di una tesi di laurea allocata su DVD e non so ancora come andrà a finire. Non è lunga, dura meno di un'ora e sarà il caso di accorciarla ancora, ma è assolutamente certo che una commissione di laurea pressata dal tempo non sia disposta - eppure in linea di principio lo dovrebbe - a trasformarsi per quel tempo in attenta e competente spettatrice.

Il consiglio che ho dato quindi io al mio al mio candidato è di proiettarne solo squarci, ad affidarsi anche al sostegno di un testo cartaceo di almeno una ventina di pagine, e a distribuire il maggior tempo possibile prima una copia del suo DVD a ciascuno degli undici componenti di questa commissione. Prevedo resistenze e discussioni, ma creare un caso così non è male, anzi è sicuramente necessario. Anche questa è postmodernità, e nel Postmoderno sono oggi già per altri versi, e qualcuno anche spiacevole, immerse fino al collo tutte le Università.