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Se la lingua diventa trincea
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Categoria: Secolo postmoderno

Trieste è la città della mia giovinezza, per nascita, e, per scelta insopprimibile, della mia vecchiaia. Palermo è la città del più vastamente operoso periodo centrale della mia vita. Amo entrambe per ciò che mi hanno dato, sedi così come pure sono di due tanto diverse culture. Le mie attività attuali comportano che io continui a mantenere comunque una certa ubiquità. Abito nuovamente, con felicità, nel luogo delle mie radici ma non ho smesso di frequentare l'altro, dove da me sono invece provenuti rami e dove mantengo impegni di lavoro. Parlo entrambi questi due dialetti così fra loro dissimili senza per questo sentirmi meticcio, e penso anzi che tale duplicità mi arricchisca: non possiedo patriottismi linguistici; specialmente oggi che l'inglese si insinua fatalmente in tutte le favelle e la telematica sta creando nuovi esperanti. Combattere a priori l'evoluzione di qualcosa (posso al massimo avere delle predilezioni e cercare di evitare il disordine) significa impedirsi di studiarla. E' sia dall'una che dall'altra di queste realtà (oltre che, naturalmente e più spesso, da ulteriori più ampie) che prendo spunti per queste mie rubriche. Tocca stavolta di nuovo a Trieste.

E' da qui infatti che mi va di utilmente segnalare un fatto - giornalistico - il quale assume carattere di pietra miliare. Per la prima volta nella sua ultrasecolare storia, il quotidiano giuliano «Il Piccolo» ha pubblicato due fitte colonne in lingua slovena. Le quali sono la traduzione di un testo che è italiano come tutto il resto del giornale. E che a loro volta traggono motivo da un altro fatto senza precedenti: che il giorno prima il sindaco, celebrando la «Giornata della Memoria» dedicata all'Olocausto ebraico ad opera dei nazisti, ha pronunciato pubblicamente il suo discorso accompagnato dalla traduzione simultanea in sloveno. I cittadini italiani di etnìa slava sono solo poco più del 10%, in questa città (il dato aumenta in sede provinciale), e - come il sindaco ha sottolineato - sono stati anch'essi colpiti come noi da quella discriminazione razziale feroce ed assassina di mezzo secolo fa. Il segno simbolico fornito da tale accomunamento in questo capoluogo di così tormentata frontiera (alla vigilia poi che detta frontiera stessa sparisca, perchè è già sancita l'espansione ad Est dell'Unione Europea) ha chiaramente anche una forte valenza, più civile che politica, riparatrice. Ma produttrice di conseguenze.

La prima delle quali si è già manifestata. L'amministrazione comunale è di centrodestra e il sindaco è espressione di Forza Italia ma essa ora è minacciata di crisi perchè il coordinatore locale di Alleanza Nazionale, che è anche (chi lo direbbe?) assessore alla Cultura, ha immediatamente suscitato un'enorme schiumazzata definendo l'iniziativa del sindaco, pure alleato, uno scandalo inqualificabile e lui stesso «un pavido e un vile» (nei manifesti c'è scritto addirittura «traditore»). «Così si istituzionalizza il bilinguismo!» biasima una sua escandescente dichiarazione. Come se il biliguismo non fosse già da tempo un'istituzione sancita da legge, sia pure poco osservata e spesso elusa, tanto da considerare appunto felice e clamorosa novità l'episodio che ho riferito e che il quotidiano locale di lingua italiana (ce n'è anche uno in lingua slovena, il «Primòrskj Dnèvik», che significa «Diario del Litorale») ha - a sua volta clamorosamente innovando un proprio tabù - positivamente sottolineato a tutti i suoi moltissimi lettori. Ora il sindaco vuole da costui le scuse, che non avrà, e non è dunque chiaro fin dove questa anacronistica spaccatura possa arrivare (i quattro assessori di AN si sono già "autosospesi" per protesta, bloccando così l'attività dei rispettivi rami d'amministrazione).

Trasferiamo all'interno della nostra disciplina questo fatto. La diversità delle lingue nazionali è un dato che la società attuale ammette come culturale e salvaguardia di tradizioni ma non ammette più come barriera ostilizzante fra popoli. Le lingue, specie quelle limitrofe o sovranazionali (come l'inglese o lo spagnolo, le più diffuse in quanto intercontinentali), si studiano come indispensabili alla reciproca comunicazione, non sono più considerabili come segnalinee territoriali da non valicare. Le istituzioni bi o trilingui sono localmente ormai molte, e così gli atti amministrativi. A Trieste ci sono le scuole slovene così come c'erano quelle italiane quando questo era territorio austriaco. Non c'erano invece sotto il regime fascista che ogni tanto parte di AN qui rimpiange. Qui s'è mischiato per secoli sangue veneto, mitteleuropeo e balcanico. Oggi l'Università locale ha uno specifico corso di laurea in Interculturalità dove si insegnano sloveno, serbocroato, albanese, ungherese, russo, ebraico, e le rispettive letterature e storie, per gli studenti italiani che guardano ad Est per la loro attività post lauream. Io ho in aula molti studenti sloveni a seguire le mie lezioni. La Rai ha qui anche una redazione slovena che fa i Tg, i Gr e gli altri programmi in madrelingua (ma idem è in Alto Adige e in Val d'Aosta rispettivamente per il tedesco e il francese) e oltre il confine l'emittente di Koper (Capodistria) analogamente trasmette anche in italiano.

Tornare indietro da tutto questo? Continuare a rinfacciarci le atrocità commesse tre generazioni fa dalle SS italiane e dalle Brigate Nere in Istria e quelle per ritorsione commesse poi dagli jugoslavi a Trieste? O i confini in quest'area dopo la guerra modificati a nostro svantaggio da impositorio suggello angloamericano che lo stesso nostro governo mica critica più, corteggiando invece assiduamente sia Washington che Londra? Confini che comunque dureranno ancora pochissimo perché le loro barre e dogane stanno per sparire chiamandosi poi UE fino al Mar Nero... Bèh, sembra proprio che quell'assessore e i suoi seguaci intendano continuare a propugnare ciò. Ce ne vorrà di ferma pazienza.

L'uso delle lingue è per comunicare e non per separare. E in questa Regione le lingue sono tre, dacché una legge ha promosso lingua anche il dialetto friulano, che si insegna a scuola e caratterizza anche documenti amministrativi. Creando così per altro un paradosso: che questa legge, formulata come una tutela alle lingue minoritarie, ha così conferito sigillo istituzionale a un idioma che in questa Regione è invece maggioritario. Anche se - paradosso pure questo - gran parte dei friulani non ne fa uso corrente e quelli che lo parlano non lo parlano con la stessa struttura, lo stesso lessico e le stesse inflessioni da un capo all'altro di questo territorio parte pianeggiante e parte alpino. Cosa differenzia il friulano dallo sloveno, dal tedesco, dal francese (che poi si diluisce in franco-valdostano)? Che queste tre sono le lingue ufficiali di un Paese contiguo e che il primo invece riguarda un'enclave collocata nel nostro territorio nazionale, la quale non possiede propaggini estere. L'intera Istria, il Carnaro e la Dalmazia sono aree secolarmente mistilingui, solo che in esse la coabitazione è fra l'italiano e il serbocroato e una notevole parte dei residenti li parla entrambi.

Accadono qui delle cose che rendono il Friuli-Venezia Giulia, dunque, assolutamente singolare rispetto a qualsiasi altra Regione italiana. Perché i cittadini di questa Repubblica che abitano nella provincia di Bolzano si chiamano altoatesini se di ceppo italiano e sudtirolesi se di ceppo austriaco e il bilinguismo è sancito e rispettato. Mentre nella Regione del nostro estremo Nordest le lingue-lingue non sono più due ma tre e questo complica tutto. La Rai, per dire, ha adesso impegno a produrre emissioni sia giornalistiche che di intrattenimento anche in «marilenghe» (lingua madre) friulana; che ai triestini, per dire, è incomprensibile e che gli stessi udinesi (Udine del Friuli è la "capitale") in gran parte mischiano col veneto.

Questo crea problemi comunicativi grossi, come si capisce. In un recente dibattito radiofonico su un importante tema culturale un docente universitario ha svolto qui il suo intero intervento in friulano e molti suoi interlocutori ed ascoltatori sono stati inibiti di apprezzare le cose senza dubbio interessanti che andava dicendo perché non ne potevano penetrare nè lessico nè fonìa. Se qualcuno avesse fatto la medesima scelta, ma esprimendosi invece in sloveno, la cui cittadinanza carsica e litoranea affonda radici non meno profonde e forse anzi di più, cosa sarebbe accaduto,allora, se neppure al sindaco di Trieste c'è una parte politica il cui veteropensiero ritiene di permettere si rivolga ai propri amministrati facendo uso di entrambe le lingue in cui sono censiti? Anche in Sicilia ci sono comunità albanesi e albanese parlanti, ma la Sicilia ha per confini il mare e dunque non v'è possibilità di quaestio del genere. Ma la Sicilia porta ancora nella sua cultura e nelle sue vestigia architettoniche tutto il proprio sangue arabo-normanno (un mix Nord-Sud davvero eccezionale, di cui furono saggi artefici e coltivatori gli Svevi, che le ha poi impedito per sempre di scindere tali componenti e tanto meno di farle affrontare) mentre quel Nordest marittimo dirimpettaio di Venezia è stato troppo a lungo frontiera: ed anche, in questo penultimo secolo, parecchio insanguinata. E superare ciò che soffrirono i nonni di tutte e due le parti è sforzo civile già coronato da molti successi, ma che ancora parti intrise di ideologia e razzismo continuano, come si accerta dall'episodio riferito all'inizio, a contrastare.

Ora, lo sloveno serve al colloquio fra due popoli che l'Europa vuole con pari dignità membri del proprio unico Parlamento. Il friulano serve agli italiani del Friuli per parlarsi fra di loro e si può dire, alla luce della logica e dei fatti, che i due problemi, pertanto, non hanno certo i medesimi connotati. Mentre rispetto all'uno ci si muove per unire, avendone assodato la ineludibile necessità, rispetto all'altro appare chiaro che esiste un rischio molto forte: che esso cioè accentui invece divisione. Il che a un certo punto dismette le ragioni dell'identi-kit culturale che questa «marilenghe» aveva motivato e sorretto, per assumerne uno sostanzialmente politico, e di spinta ad egemonia politico-amministrativa. Così come sono politiche, e addirittura xenofobe, sull'altro versante, le ragioni che muovono a contestare il sindaco e la vigente legislazione sul bilinguismo. La società occidentale si avvìa ad essere multietnica e già in gran parte lo è. Sfuggire questo dato ed accecarsi davanti ad esso è solo segno di estraniazione dal corso della storia.

Altra dev'essere insomma., se abbiamo occhi per vedere e orecchie per sentire, e anche un po' a cuore la sorte dei nostri figli e dei nostri nipoti, la somma dei propositi di cui ci dovremmo far carico. La lingua non è un idolo ma solo un mezzo: se lo adoperiamo per comunicare - e dunque reciprocamente conoscerci e imparare - va bene, ma se ne facciamo una trincea per distinguerci, e per giunta ostilmente, ti saluto progresso, ti saluto futuro, ti saluto possibilità comunicative. Nel momento in cui il mondo si apre supervelocemente al villaggio globale della Rete, e in cui tutti i nostri computer stanno per parlare lingue sempre più omologate e destrutturate (è bene? è male? è così!), non è proprio più tempo di dinosauri.