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Piccola vetrina di vecchi difetti e di novità mediatiche
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Categoria: Secolo postmoderno

 

Ci risiamo: nello stesso giorno i quotidiani italiani più importanti escono con più o meno lo stesso titolo d'apertura a tutta estensione di prima pagina sull'ultima delle abituali e contraddittorie sparate berlusconiane (un giorno dedicate all'annuncio di usare contro il governo le piazze e un giorno alla proposta di allearvisi per formare insieme una Grosse Koalition), mentre per trovare la notizia di un autorevolissimo consesso di scienziati inglesi il quale comunica il recente ed accertato pericolosissimo progressivo e incontrollato riscaldarsi della Terra, occorre andare a cercare un titolo bassissimo a due colonne confinato a pagina 4 o 6. Ma insomma, quale dei due elementi è - e anche giornalisticamente, attenzione! - il più importante da trasmettere evidenziatamente ai lettori? Ma certo il secondo, che oltretutto riguarda proprio tutti noi, figli, nipoti, eccetera compresi. Non è peraltro imminente quella Conferenza Internazionale di Nairobi, convocata proprio allo scopo di aggiornare i superelusi accordi di Kyoto sul crescente inquinamento tossico dei suoli, delle acque e dell'atmosfera operato dai grandi Paesi industrializzati? Sarà pure, questo, o no?, un fatto assai più serio delle tattichine occupa-maxititoli infestanti le varie assise qua e là convocate per trasformare in partito strutturato con segreterie, tessere e tutto l'informale e pur stato in Italia vincente schieramento detto dell'Ulivo, sostenuto sia da centro che da sinistra e che rischia così con tutta evidenza - sottolineiamolo bene - non d'allargare area bensì di autolesionisticamente rimpicciolirsela. Questa pessima notizia sul Pianeta che ci ospita, certamente da etichettare non come solamente geologica ma soprattutto come altamente politica, era stata preceduta di pochi giorni da un'altra riguardante invece il rallentamento in progress, con anche pause di vera e propria stasi, rilevato da una qualificata équipe di oceanografi, della calda Corrente del Golfo. La quale provenendo dal continente bi-americano viene a lambire, dopo traversato più o meno equatorialmente l'Atlantico, le coste orientali dell'Europa assicurandone la temperatura. Temperatura cui facili quanto precise previsioni matematiche assegnano così per essa un neanche tanto lento calo stagionale mediamente sui sei gradi. Sommando i due fenomeni non resta se scommettere (a parte i conseguenti tracolli dell'economia mondiale dall'uno e dall'altro derivanti) se siamo destinati a morire di caldo oppure di freddo. E, qualunque di essi prevalga, se non finiranno prima, invece, le risorse - terrestri, acquatiche ed avicole - da cui dipende per qualità e quantità la nostra catena alimentare. Perché c'è evidentemente anche un altro, e terzo, modo di morire (il suicidio nucleare si vorrebbe infatti poterlo escludere, anche se un punto interrogativo è pure qui che andrebbe messo fin che detengono potere i due junior di Bush 1° e Kim-Il-Sung) e cioè per fame. E senza che nessuno ma proprio nessuno abbia ancora messo le mani avanti per affrontare il tuttavia ineludibile Grande Problema Centrale, e cioè quello dell'insostenibile eccesso demografico globale e dunque di una tanto drastica quanto necessaria diminuzione delle nascite umane. Affidarsi alla cosiddetta Provvidenza è l'esatto contrario del saper governare, e la deriva fatalistica non è mai stata motore positivo in nessun campo.

Passiamo ora dalle cattive abitudini mediatiche alle novità del settore, una recentissima e un'altra un po' meno ma ad ogni modo fresca anche questa.

La prima, che su un nostro quotidiano pur non fra i secondari, ho appena avvistata: il telegrafismo titolistico. Guardatevi questo, apertura di prima, «Cavaliere: spero manovra non passi al Senato». Dove "Cavaliere", ma domani basterà "Cav.", sta per "Berlusconi», nove battute invece di dieci, una risparmiata; "manovra" sta per "legge finanziaria", hai voglia di maggior sintesi...; e inoltre si risparmiano ben due articoli determinativi, l'"il" iniziale e il "la" per il secondo sostantivo; oltre alle virgolette d'apertura e chiusura sulla frase citata e quindi anche la dovuta maiuscola (spazio se no occupando che sarebbe doppio rispetto alla minuscola) sul suo verbo iniziale. Stato di necessità, nell'esprimersi così? Sì, se si considera la ferrea "legge del display" sommata alla capricciosa maniacalità che ora vuole unicamente titoli di una sola riga. Ma niente affatto, invece, se ci si fosse strizzato pochissimi attimi in più il cervello per fare invece «Berlusconi spera la Finanziaria cada in Senato»; titolo di eguale significanza e maggior chiarezza e che, a differenza dell'altro, sarebbe stato correttamente espresso e avrebbe occupato il medesimo identico spazio di quello invece sgorbiato. Cattive abitudini + pigrizia = nongiornalismo e mancanza di rispetto per il lettore. Dove finirà col portarci questa sciatta schematizzazione titolistica sempre più somigliante ai SMS, contrazionisti per definizione, ma almeno possessori di un codice comune a tutti i loro utenti?

La seconda è al contrario iper-raffinata e l'hanno già adottata un paio di magazines. L'editoria periodica s'era già posta il problema di come valorizzare al massimo la plusvalenza tariffaria della pubblicità collocata in contropertina. Due quelle di chiusura e una sul verso di quella d'apertura. E aveva dapprima inventato la "fisarmonica". La copertina vera aggiunge cioè una piega, aprendo la quale lo spazio così raddoppia: due pagine in più da vendere ai committenti a prezzo maggiorato invece di una sola. Oppure la "volante", cioè una seconda copertina di testata ma stampata su foglio libero (lo tiene unito al corpo del fascicolo la cellofanatura), espediente anche questo per avere due spazi commerciabili da vendere come contropertina al posto di uno. Però con controindicazioni: nel primo caso di infastidire il lettore con quest'ala svolazzante a inizio di giornale (s'era poi pensato di fermarla con un punto gommato all'angolo, però gran parte degli acquirenti non lo staccava e quella pubblicità tanto strapagata finiva per restare loro occulta); nel secondo caso una sola delle copertine manteneva legata al fascicolo la pubblicità stampata sul suo verso, mentre quella libera, anche se non vola a terra da sé nello spacchettare la cellophane, vien subito buttata via, automaticamente, dal lettore, svantaggiando decisivamente rispetto all'altra la pubblicità di contropertina da essa accompagnata. E dunque che si fa? La nuova trovata è la seguente. La copertina vera e propria ha una piega ma è anche a due lembi, combacianti in verticale al centro. Tendono ad aprirsi a sipario appena li sfiori rivelando dietro come in uno schiudersi di finestra uno spazio che di fatto è doppio, cioè formato paginone, il quale fa addirittura da similcopertina sottostante, e risulta slargata da due mezzeali ai lati come le ante di un tabernacolo/icona. Avendo in tal modo l'equivalenza spaziale di due pagine, e posizionata tanto previlegiatamente, a quale sbalzo tariffario equivarrà? E poi in tal modo rimane fissa lì, si noti, anche la controcopertina solita, che occupa il verso del tutto ma che stavolta è stampata dietro a quella divenuta nientemeno che di facciata una volta che la copertina vera spalanca, appena smossa, i suoi battenti. E le controcopertine da vendere eccole diventate ehilà, comprese le due in chiusura di fascicolo, in tutto cinque! (Di cui una superestesa; oppure divisibile in tre pubblicità distinte; una grande e centrale e due più strette nelle semipagine laterali).

Sottigliezze? No, si chiama sempre business. Né il futuro preclude altre "scoperte dell'America" del genere. Ad majora, editori, ché alle piegatrici ed alle taglierine in dotazione di rotativa basta solo qualche piccolo ritocco