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E se all'architettura càpita di sbagliare un suo messaggio?
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Categoria: Secolo postmoderno

 

Sappiamo tutti cos'è una piazza, no? E' uno slargo urbano circondato da edifici, che può avere diversa ampiezza e qualche volta essere anche enorme (San Pietro a Roma, il Pra' della Valle a Padova), più spesso quadrangolare o tondeggiante ma anche di perimetro irregolare come ce n'è a Siena (a forma di fagiolo) o a Siracusa (a forma di mezzaluna). Segna comunque una "pausa" fra l'intrico delle strade, fornisce respiro ai pedoni, rallenta sia il traffico che i pensieri, fornisce tavolini di bar, ci mostra più cielo e, se le dimensioni lo consentono, può ospitare anche comizi, concerti e vario altro tipo di manifestazioni. E questo a prescindere da scenografie monumentali, che possono esserci oppure no. Insomma, un polmone. Per gli Elleni, che la chiamavano agorà, era il punto di riferimento civile della pòlis; ci facevano svolgere anche le gare sportive ed i processi più importanti. Noi adesso, nelle nostre città, di importanti ne abbiamo anche più di una.

Rispetto alle vie ed ai viali, le piazze cittadine odierne, la maggior parte pervenuteci così come sono da tempi non recenti, corrono anche rischi minori di essere visualmente riformate. Una strada, per dire, si allunga e sorgono edifici d'altro stile, oppure vengono demolite murature divenute anziane e sostituite, talvolta anche solo per speculazione, da condomìni nuovi, magari facenti a pugni con i contesti. La piazza, punto di riferimento e di ritrovo e non di scorrimento, matura per questo più facilmente una propria fisionomia imponente rispetto e che finisce per diventare di fatto intoccabile, con la soggezione assuefativa che dà. Ci possono essere dei ritocchi, in qualche caso, ma son rare le occasioni da pugno nello stomaco, tipo la piramide vitrea di Piazza del Louvre. Caso nel quale era però fin dalla partenza precisa l'intenzione di un contrasto scioccante. A differenza del Beaubourg, cristallo, acciaio, colori smaccati, costituenti però un in sé non circondato da palazzate secentesche come nell'altro. E poi Parigi era già la città della Tour Eiffel, all'inizio una sberla e poi presto divenuta spezzante apertura semantica dell'occhio. Ma mica tutto e dappertutto può avere la valenza dell'Eiffel o l'intenzione di quella piramide.

L'architettura e il design, l'arredo urbano, lanciano messaggi, a chi nelle città vive anche guardando, e da quel che vede ricevendo. E dunque occorrono piedi di piombo quando si progetta qualcosa da mettere in un preciso posto. Parlo di un esempio particolare, adesso. Riguardante una delle due città dove insegno, appunto, comunicazione. Era idea del sindaco e della giunta comunale di Trieste di dotare una delle sue piazze, non la più famosa ma quella collocata nella posizione più ombelicale del suo centro e di pacificamentemente non moderno aspetto, di una struttura monumentale. Quindi concorso per un progetto. E alla scadenza la scelta cade su uno che fa diventare per quasi un anno cantiere la parte centrale della piazza, fra la generale (e bisogna dire anche diffidente) curiosissima attesa. Bene, adesso il mostro è lì, la polemica infuria, il quotidiano cittadino ha indetto un referendum e la schiacciante maggioranza dei giudizi espressi è che si tratta di qualcosa di assolutamente brutto e di scoordinato dall'insieme, del tutto produttore di rigetto. Il messaggio architettonico si proponeva d'essere tonificante e invece ha diffuso cattivo umore e ribellione.

Ma perché? Cosa comunica o non comunica questo nuovo "arredo urbano" che ha l'aspetto sconciante di una neoplasìa? Un arredo urbano è comunicazione di massa. Non c'è dubbio su questo. E questo era stato enunciato come un omaggio alle vittime di tutte le tirannìe. Lo descrivo. E' una sfilata bianca di blocchi di pietra cementata che praticamente allinea pilastri squadrati tutti legati sopra da un architrave comune e sotto da una serie di vasche quadrangolari. Alla fine il tutto fa angolo retto e continua con lungo e massiccio muretto bianco più basso ma non tanto. Non è tutto qui: dal sopra dì ogni intervallo fra i pilastri scendono fitti fili d'acqua a far tendina fino alle vasche in basso, e a metà di questo percorso si alza per una dozzina di metri, su basamento proprio, un obelisco che è un cilindro composto da tanti dischi sovrapposti e un po' spaziati fra loro, di vetroplstica verdolina. A furor di popolo esso è già stato battezzato «il porta-CD», perché è proprio a un aggeggio come questo che esso a più che ogni ogni altra cosa rassomiglia. E quanto alle tendine d'acqua s'è subito dovuto tenerle chiuse quasi sempre perché questa (che novità, no?) è città di bora e al minimo soffio di vento esse si obliquavano inzuppando passanti. Le vere vittime, insomma che questo monumento indica non sono quelle di questa o quella tirannìa (cui nulla in questa struttura rimanda) ma semplicemente i frequentatori stessi della piazza.

Fra la quantità di esasperate critiche sia estetiche sia funzionali che questa roba s'è attirata non ne ho però trovato una che è a mio giudizio proprio quella fondamentale. La dico e concludo, avendo così raggiunto l'osso del discorso. Come può un architetto non aver chiaro in testa il concetto di «piazza»? Perché è proprio la natura concettuale e pratica di una piazza che è stata da questa costruzione contraddetta. Come può venire in mente di "esaltare" qualcosa che esiste in quanto si mostra come un che di appunto racchiusamente unitario, proprio costruendo un muro che la diivide in due metà? Muro oltretutto senza neanche accessi valicabili ma solo aggirabile dai due estremi. Due semipiazze non fanno più una piazza! Ed essa è così diventata un irriconoscibile non-luogo. Mentre (altro che messaggio unificante) già corre per la città un tagliente nomignolo amaramente sarcastico: il Muro di Berlino.

Guai se non si riesce ad amare i posti dove si vive. O se qualcuno, per sconsiderata insipienza progettual-culturale ce li scosta comunicativamente dall'anima. E questo, naturalmente, non vale solo per l'architettura.