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Questa sorte trista della comunicazione sportiva
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Categoria: Secolo postmoderno

 

E' stato con le Olimpiadi (nel 776 avanti Cristo la prima) che l'attività sportiva dell'uomo è divenuta anche spettacolo, e di massa. Basato sull'esibizione di un agonismo. Ed è dunque fenomeno che ha già una più che ben ragguardevole età. Lo spettacolo agonistico ha poi, nel corso della storia umana, assunto diverse di volta in volta fisionomie. E' stato, presso i latini, circenses e naumachìa e abbiamo tutti in testa le bighe in corsa di «Ben Hur», e anche lotta a corpo libero. E' stato cavalleresco torneo nel Medioevo e nel Rinascimento, oppure gara a bersaglio di arcieri e balestrieri. E' stato fin da allora pure palio di cavalli montati a pelo e gioco di dar calci a un pallone di stracci in Toscana e poi nel Sette/Ottocento ecco la boxe a mani nude o fasciate in Inghilterra, e sempre a nascer lì hai anche voglia quale quantità di palline (tennis, cricket, polo, golf), per non parlare della palla che Oltreoceano diventa ovale per il rugby e proiettile da lancio per il base-ball. E' stato poi anche rodeo nel West americano, e in Texas lo è ancora. Ed è, nel mondo moderno, ventaglio di attività fittissimo in stadi, ippo velo ed auto-dromi, piste innevate e delimitati specchi marini, piscine, palestre ed anche su erba, sabbia e strada. Purtroppo - è l'unico violento e in cui ci si fa male - anche sui ring. E adesso le tecnologìe han moltiplicato pure il numero di spettatori per ogni singola specialità, non essendo più ristretta la loro quantità alla necessità della compresenza fisica, ma consentendo a chiunque lo voglia di assistere a tutto in video da casa propria.

Contemporaneamente però a questo così espansivo processo, anche dell'altro è avvenuto che ha cambiato - e sta continuando a cambiare - la fisionomia e l'incidenza sociale stesse del fenomeno. In un senso che ha smesso d'essere solo ludico e tonificante, vetrina di esercitante abilità, appagatorio d'emozioni visive ed emulatorie, per assumere connotati aggiunti progressivamente e contagiosamente anche negativi. Cos'è infatti lo sport che, divenuto gara ed esibizione, oltrepassi la sua funzione salutistica d'educazione corporale individualmente allenatrice di muscoli e riflessi, assumendo anche ruolo di spettacolo da offrire ad una vastità di terzi? Diventa (è diventato) una forma di comunicazione. Rapporto naturale e continuo col pubblico come fosse racconto o teatro, come fosse pura modalità di intrattenere. (Con la sola preclusione ai minori per un certo tipo di, e addirittura all'intero sesso femminile in certe nazioni orientali e africane). Stabilendo così circuiti interattivi che si protraggono in modo generalizzato anche al di là dell'assistere al singolo evento. Essendo cioè adesso anche multimedialmente, a differenza del passato, conversazione, scambio di pareri, confronto e scontro di opinioni; commento e dibattito collettivi, insomma, senza più confini di territorio e avendo in presupposto tutti e ovunque preliminare possesso visivo del fatto che ne è oggetto. Magari registrato ed anche rivedibile a piacimento nelle sue singole azioni più belle.

Niente di male fin qui, naturalmente, ed anzi bene o benissimo. Ma questo ha anche, di conseguenza, incrementato in modo parossistico commercio e business, mercato di risorse umane e imprenditorìa anche speculativa, compreso il prestigio di status symbol politico (aveva cominciato il sindaco-comandante Lauro a Napoli), costruttrice di megaimpianti sempre più adatti e capaci, organizzazione societaria d'azionariato pure borsistico da un lato e di accaldatamente partigiana tifoseria dall'altro; e - conseguenza della conseguenza - necessità di vigilanza di pubblica sicurezza e finanziaria per via di sempre maggiori manifestazioni d'esuberanza emotiva del pubblico, e avventate spericolatezze di bilancio; nonchè farmacologica e giudiziaria dato l'invalso ricorrere pure a miglioramenti per via chimica delle prestazioni individuali. Il quadro dunque si è molto offuscato su una pluralità di fronti sino al punto da far diventare il tutto un'altra cosa. E dal finire addirittura per menomare, appunto, lo stesso aspetto comunicativo che riguarda quest'area, e alcune importanti questioni di diritto naturale a ciò relative. Il che non è da poco, e val la pena che ci proviamo qui ad esaminarlo bene.

E' infatti solo sotto tale mediatico aspetto che qualcosa come lo sport può ricadere nelle tematiche di una rubrica come questa. Che cos'è uno spettacolo se non qualcosa di "offerto" cui la generalità dei cittadini possa assistere e dare partecipazione? Non son del tutto certo del se anche per applaudire Euripide o assistere a una gimkana a lancia e spada in piazza fra gentiluomini incorazzati occorresse pagare, ma il pedaggio della biglietteria è stato poi correntemente stabilito ed accettato, o casomai si girava dopo tra la folla col piattello. Anche lo spettacolo infatti è merce e comporta mercede, ed è giusto che io la paghi. Ma quando lo spettacolo è, o è pervenuto ad essere, televisivo o alla TV venire esteso anche se recitato in altra sede? Per quella pubblica c'è il canone, per quella satellitare privata la formula pay, per quella che si paga da sè con i soli introiti pubblicitari la gratuità. La caratteristica più appetitosa e il richiamo maggiore per gli spettatori ce l'hanno i "campionati". Cioè le eliminazioni di singoli o squadre che restringono via via l'area concorrente sino a lasciarne vincitrice definitiva una sola (o un solo). Vengono vissuti in termini di entusiasmo collettivo e talvolta anche di paranoia assoluta da un numero immenso di persone, producendo balzi d'audience all'insù dei più cospicui. E sino a non molto fa era rimasta cosa pacifica che, essendo per ovvie ragioni il numero complessivo dei telespettatori infinitamente maggiore di quello degli occupanti i sedili d'uno stadio solo, alla ribalta quel giorno, fosse senz'altro implicito quel peraltro già anche legalmente riconosciuto diritto di cronaca in forza del quale qualunque struttura comunicatrice potesse piazzare sul posto le proprie telecamere o il proprio radiocronista, o procurarsi quelle immagini o quell'audio tramite altri. Ma non è più così. La logica prevalsa è un'altra, basata su ascesa di profitti privati e danno del pubblico.

Intendiamoci, danno del pubblico può verificarsi anche se il prezzo d'un biglietto diventa esoso. Ma sta sempre a lui, se di fascia non ricca, di compiere eventualmente un sacrificio per qualcosa cui tiene molto. Non è però cosa di questa fattispecie. Che, divenuta bubbone, germina e cresce nel comparto dei campionati di calcio, destinata ad estendersi anche nel campo della Formula Uno, dei Giri in bicicletta e vedremo poi dove ancora. E finisce per diventare limite comunicativo, prepotenza, censura, negazione appunto di un libero diritto. Le quali saran pure parole grosse però, come vedremo, anche le più attagliabili a quel che sta succedendo. E se le uso non è perché sia io stesso un tifoso o un interessato comunque a questa forma di spettacolo. A veder disputare un pallone non ci vado mai, se càpito su una partita in tv cambio subito canale preferendo altro, e dunque lo faccio solo ed esclusivamente perché il numero dei punitivamente coinvolti in questa storia è talmente grande da diventare perciò stesso un caso di sociologìa mediatica meritevole d'analisi. Il giornalismo non è solo notizia, infatti, ma anche esame di meccanismi, di precedenti e di contesti.

Tutto nasce dal bisogno di soldi delle squadre, ormai divenute aziende dai bilanci tanto gonfi da diventare precari e non mantenibili fuori dal "rosso" col solo introito di biglietti e gadgets. Come si fa se no a pagare i propri calciatori e l'uso dei loro piedi in corsa e impatto come se fossero Rubinstein, Valdoni, Fermi, Picasso o Marlon Brando e comunque più di un ministro? O comprarli a un'apposita borsa annuale a peso d'oro e con premi d'ingaggio o di specifica vittoria da far girar la testa? E così si escogita, per sanare ciò che già in sé era venuto a rappresentare e patologìa e malcostume, la concessione di esclusiva per riprendere e trasmettere le partite a una sola emittente, mediante gara a base d'asta. Come si trattasse di aggiudicarsi una ritrovata statua ellenica preziosa da parte di un museo o un ghiotto brevetto appena sfornato da parte di una multinazionale. La televisione che si sentirà in grado di effettuare un tale investimento escluderà così tutte le altre che potevano fare solo offerte minori e che dunque perderanno audience e share, e con audience e share logicamente anche risorse pubblicitarie e finiranno così come il gladiatore che resti mozzato d'un braccio nell'arena del Colosseo o il perdente di un qualsiasi OK Corral. Poiché si tratta di qualcosa di non meno selvaggio di quelle partite lì, che colpi non ne escludono.

Parliamoci chiaro: se sposo la figlia cadetta di Berlusconi e per questo papà la disereda e noi per comprar casa vendiamo il réportage esclusivo delle nostre nozze al magazine femminile che non sia di proprietà di suo padre e ci offra di più nell'arco della concorrenza, mica priviamo nessuno dello spettacolo, ammesso ne abbia voglia, né compiamo atto disdicevole. O se a Madonna torna il tic dell'esibizionismo omissivo di pudore e mette all'asta se stessa tutta nuda per un calendario in cui si sbilancia in altalena, gioca a ping pong e fa la doccia in terrazza con il tubo di gomma e chi le dà due miliardi se ne aggiudica lui solo fotografico diritto, di lucro indubbiamente altoripagante, béh, cavoli suoi e buon pro faccia a chi lo compra. Ma vi pare la stessa cosa che a una televisione sola e solo perché ha scucito fior di soldi sia permesso trasmettere una "diretta" di campionato o il campionato intero e tutte le altre nisba? O che si spinga la crudeltà censoria a lasciar trasmettere tutte le azioni a tutti ma - Guiness dell'efferatezza per i tifosi - non quelle concluse a goal, e relativa moviola, riservate a quell'unica che ha staccato a chi di dovere un paperonico assegno? C'è una di queste televisioni italiane che è istituzionalmente di servizio pubblico ed è anche quella che ovviamente può spendere di meno. Non è maramaldesco che a restar fuori (nella fattispecie quindi anche fuori dei propri specifici compiti istituzionali) sia proprio lei? Il tifoso che se no muore di sincope può anche andare in zapping a vedersi quel goal o quell'intera partita sulla rete che ne ha avuto previlegio, ma ognuno ha il diritto di avere a sua volta preferenza per una testata giornalistica o un'altra e i goals che meritano vanno (andavano) su tutti i TG e adesso invece li mostrerà solo quello che uno non cercava mai perché non gli piace. E' come se in edicola la cronaca/resoconto di un certo importante fatto potessi trovarla solo sulla testata «Ics» che non mi va di comprare, e sulla mia abituale no. E' vero, anche i giornali di carta hanno spesso esclusive, ma su eventi privati e pieghe o piaghe di società, o svelanti qualcosa per merito dei propri giornalisti, e anche la clamorosa intervista o qualunque scoop non erano "eventi attesi" bensì sorpresa mentre l'evento pubblico è pubblico, è appuntamento, e alla portata di tutti in quanto a tutti rivolto dev'essere lasciato. Tramite la generalità dei media per quell'indiscutibile diritto di cronaca che s'è già poco fa nominato.

Nulla di ciò che s'è appena biasimato costituisce violazione di legge, beninteso, perché una che lo vieti non c'è e bisognerebbe appunto che ci fosse (ma come si fa, col capo del governo che è anche presidente di una squadra per giunta normalmente in testa di fila nel nostro campionato...) e intanto poche cose sono così mutilanti i compiti comunicativi dei media, che pure continuamente scavalcano lo steccato giuridico dei segreti d'ufficio e persino di quello istruttorio. Però il goal no, quello se vuoi lo dài domani in "differita" quando tutti sanno già che c'è stato e come, e non emoziona più, come un drink in cui sian già svanite le bollicine e sciolto il ghiaccio annacquandolo. Ma è in "diretta" che lo spettatore lo vuole, perché è sorpresa o culmine di un'azione che gli ha tenuto il cuore in gola e i nervi in tensione a lungo. Frustrare il povero Tàntalo era un mito dei più noti, ma dal campionato italiano che sta per iniziare sarà ordinaria realtà, e se la RAI oserà mostrare un barlume di rete smossa da pallonata, Mediaset la citerà subito in giudizio chiedendo risarcimenti salatissimi. Il figlio del premier, poiché è lui junior il capo di quest'impresa, lo ha già dichiarato urbi et orbi appunto in TV.

In questo Paese dei Paradossi in cui da un po' di tempo in qua ci accorgiamo sempre più di vivere, ormai si trangugiano come olio di ricino una madornalità dietro l'altra. C'è (faccio un esempi) un progetto di legge contro il terrorismo in cui, per possibilità di pronta identificazione, si vieta di uscire in strada col volto coperto dal velo islamico che è un fatto di religione, però le nostre strade sono intanto letteralmente invase da caschi integrali da motociclista nel cui guscio è difficile riconoscere persino le fattezze del nostro vicino di pianerottolo, e d'inverno abbiamo tutti, almeno al Nord, visiere abbassate sulla fronte e sciarpe coprinaso. Tanto che la prima reazione a quanto in merito finora solo progettato, sdegno antirazzista a parte, è solo di sarcasmo, perché sarcasmo chiamano le iniziative ridicole. Ma nel caso di questa novità castrante della comunicazione sportiva, che era già con sempre maggior frequenza interrotta da invasioni di campo, lanci contundenti o incendiari e pestaggi, quando non coltellate, va invece annotata l'opportunità urgente di interventi correttivi: lo sport è di tutti e la comunicazione tempestiva delle sue pubbliche manifestazioni è un diritto dello spettatore cui solo i media, tutti i media, possono dar concretezza. Questo di porre all'asta il diritto di trasmettere è un percolosissimo modo dei patrons del nostro calcio di intervenire nel bilancio delle imprese mediatiche e d'interferire nel loro rapporto con gli utenti. Aumenterà il nervosismo dei tifosi, già a livello di guardia come dimostra il caso recente della reazione vandala alla retrocessione in C del Genoa, aumenterà l'astensione dal pagare alla Tv pubblica il canone, dopo quest'altra così secca diminuzione di contropartita. Locupletare con questo mezzo qui, che è un mezzo corsaro, le casse di chi organizza qualcosa è oltretutto un cattivo esempio ad altri settori. Un Ente Lirico potrebbe anche vendere a tanto il secondo il diritto a mandarne in onda trenta di una sua importante produzione, o un Murdoch di questi offrire un occhio della testa per essere il solo a trasmettere in diretta la serata degli Oscar o, se la NASA per paradosso ci stesse, lo sbarco dell'uomo su Marte.

I media sono pieni di difetti e qualcuno di questi è senza meno terribile, ma la civiltà in cui viviamo adesso è civiltà della comunicazione o rischia, senza questo requisito, di non esserlo più. E questo spiega perché pure una lesione anche solo parziale in àmbito anche solo settoriale come questa rappresenti comunque pericolo e vada contestata e combattuta. Anche se personalmente non riesce ad appassionarmi il veder calciare una sfera di cuoio fra i pali di una porta, né in diretta né in differita, tocca però a chi si occupa di scienze della comunicazione e ne valuta tutta l'importanza prendere posizione proprio in linea di principio, oltre che per il fatto in sè, contro tutto ciò che, limitandone l'area, ferisce interessi senza dubbio alcuno molto più importanti di quelli dei consigli d'amministrazione di una serie di SpA, e figuriamoci se di un comparto in cui sono state universalmente riconosciute neanche produttrici di economia ma, al contrario, proprio dissipatrici di risorse.