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The wear-and-nudity communication
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Categoria: Secolo postmoderno

Se oggi uno stilista di quelli internazionali alla grande, al posto di applicare al bavero d'un tailleur una sgargiante dalia, minimizza o elide questo bavero e sbalza invece fuori dall'audace sforbicitura un seno tondo e puntuto tutt'intero (oggi esistono gamme di ombretti anche per gli aloni capezzolari), cambia messaggio? O lo cambia il gioielliere che oggi adorni un ombelico sin qui solamente esposto? Se il messaggio era, prima, un semplice «Guardate!», è quello stesso che, in fondo, rimane. Ma se nel caso del centro-pancia non c'è in più che la sottolineatura d'una decorazione, nel primo caso citato c'è invece una vera e propria sostituzione. Non è, cioè, una scollatura che si allarga e basta, per farsi più seduttiva ancora. Si tratta di un messaggio, eh sì, stavolta molto diverso. Non seducente, infatti, bensì affermativo. Sarebbe come a dire: «Pensa quel che vuoi, uomo, ché tanto è così che mi va». E sbaglierebbe chi credesse ciò venga inerzialmente incontro ad un piacere del maschio o sia da questi incoraggiato. Perché in genere lui allo spettacolare defilé ci va, ma quell'abito lì alla moglie non lo compra (per ora, fra dieci anni poi vedremo: adesso ricorda ancora assai bene che queste medesime trasparenze onnirivelanti e queste stesse discinzioni fattesi spalancata vetrina le aveva prima già viste modalmente identiche e solo con stoffe più modeste in quelle case che allora si chiamavano «chiuse»). Siamo invece di fronte, alfiere le Madonna, le Pravo, le Campbell, le Parietti, le Halliwell, le Spears, a uno strategico rovesciarsi d'egemonìa che passa dai trucchi finto-passivi a un assalto alla baionetta. Gli stilisti l'hanno - come sempre, dalla famosa Quant (minigonna) a un certo odierno Cavalli (snudamenti eclettici) - semplicemente còlto. Non essendo per niente un moralista ma solo un osservatore anche se non completamente neutrale, ed occupandomi di messaggi, tento qui unicamente interpretazioni di fenomeno.

E' in fondo come quando, quarant'anni fa (1964) s'assistè all'esplosione del topless. Ancora poco prima, un deputato dc poi divenuto presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, aveva pubblicamente schiaffeggiato una signora perché sedeva in prendisole, spalle completamente nude e nuda la schiena sino alla vita, a un centrale tavolino di bar. Il topless fu essenzialmente una reazione da affidare allo studio dei sociologhi del costume, non una manifestazione di esibizionismo impudico. I primi avevano le bretelline, che scendevano dalle spalle non su uno slip ma su una braghetta, o lateralmente o incrociandosi sul davanti, e diciamo pure che così risultavano anche abbastanza buffi. Ma erano altresì una sfida, perché fin che il comune senso del pudore non allargò le proprie frontiere, e ci volle un bel po', interveniva la Buoncostume (esiste ancora questo reparto della Polizia di Stato?) e si finiva in guardina. Poi giunse ed era ora, solo un paio d'anni fa, il timbro assolvente della Cassazione.

Ma il topless, comunque, nasce balneare e balneare resta ancor oggi, volendo sotto a sé l'equilatero d'un perizoma o l'isoscele di un tanga. Perché non stiamo parlando di mestieri di palcoscenico, precursori di nudationes intrattenitive, musicali o meno; e perché l'indifferenza al nudo di genere hippy fu solo una breve meteora giovanile a cavallo della piega fra due decenni. Né del promiscuo nudo scandinavo in sauna, che è secolare. Parliamo invece di un'eclatanza di costume al momento elitaria, di persone di ceto medioalto, che scoprono con piglio volitivo e sicurezza di sè, sorrette nel farlo da trends modalieri, parti di sè denudate o visibili sotto apposita trasparenza anche laddove abbiano intorno persone per lo più abbigliate dalla testa ai piedi. Estraendo queste parti dal privato perché la vista ne sia condivisa come fossero di sè un semplice ed estetico arredo, un modo di vestire. Ma essendo invece messaggio sociale, come lo è per altro verso certo piercing giovanile fatto bandiera labiale o la cravatta verde dei leghisti o lo era il fioccone nero dei mazziniani o degli anarchici. Esattamente come costoro, c'è qualcosa da cui ci si vuole emancipare e così lo si segnala. E quel qualcosa, nella fattispecie in tema, è il regime maschile. Come ogni altra astrazione non simbolica ma simbologica rispetto al proprio oggetto, non ha assolutamente riferimento né con effimera offerta carnale e neanche, più latamente, con allusioni al sesso in sé. E', insomma, ideologìa allo stato puro. Da accettare o da respingere? Non è questo che ci interessa, interessa riconoscerla e costatarla. Anche perché non ha nulla a che fare col voyeristico cammino in progress del nudo sempre più spinto cui ci stanno abituando magazines, cinema, televisione, pubblicità e calendari. Il quale ideologico non è ma soltanto commerciale.

Prendiamola larga. In occasione del recente cinquantenario del ritorno di Trieste all'Italia, il quotidiano cittadino ha accompagnato le sue edizioni di quei giorni con una serie di ricchi volumi fotografici che documentano all'indietro il vissuto fin dall'uscita dall'Austria di quest'unico pezzetto di Mitteleuropa che s'apre sul Mediterraneo. E' un excursus interessante sotto più profili. La fotografia con cui si apre il volume 1955-1980 mostra una panoramica portuale; quella campeggiante all'ultimo, 185 pagine dopo, inquadra di fronte due giovani donne completamente nude che scendono in fila verso il mare, e pronte al tuffo, da una scogliera appoggiandosi in equilibrio sulle sporgenze di roccia. Come mai? Che c'entra? Cosa significa? Era l'anno in cui fu non più contrastato, sotto il profilo etico e quello amministrativo, il diritto, pure da immemorabile tempo invalso (mi riferisco ai bisnonni) di poter fare, poco oltre l'ultima periferia cittadina e per circa un chilometro di spazio, il bagno in mare, uomini e donne fianco a fianco, senza indossare ombra di costume. Oggi ciò è lecito lungo molte sponde non solo francesi e tedesche e soprattutto (turismo fiorentissimo) croate, ma anche italiane e dei due arcipelaghi siciliani. Ma, come annota la didascalìa di quella foto, Trieste è stata antesignana in Europa, e fin da quand'era ancora austriaca, dell'emancipazione femminile. Quel pezzo di costa fra alberatura, sterpi e scogli, che dà subito su acqua fonda, è per questo ironicamente da tutti conosciuto come Costa dei Barbari. Ma tutto meno che barbari - anzi - s'intendono invece essere i triestini e le triestine che vanno allegramente a nuotare e soleggiarsi lì senza niente indosso invece che negli stabilmenti dotati di cabine. E questa è proprio la fenomenologìa opposta rispetto quella che avevo descritto all'inizio. Portatrice di messaggio anch'essa? Certo, ma in questo caso di egualitarismo e di disinibizione psicologica, se non vogliamo chiamarla "libertà" che può sembrare termine troppo pomposo.

Intendiamoci, il nudo umano in accezione fisicamente esposta, come questo descritto, è preceduto, sempre sul piano della naturalezza e dell'assenza, salvo qualche eccezione, di malizia, da quello artistico. Non c'è scuola di pennello o di scalpello che non sia indispensabilmente cominciata, oggi come da sempre, a partire dall'ellenismo, proprio dallo studio della struttura anatomica maschile e femminile, e copiandola dal vero. Dalla Venere di Milo a quelle di Tiziano e Rubens, ma neanche quando le ritratte, come in Canova, Goya, Manet, Modigliani, non sono state più femmine simboliche bensì donne reali, non sono state tuttavia mai portatrici d'osceno o d'impudico. Persino le scosciate modelle di Schiele esprimevano dramma e non porcelleria. Come invece sì quelle di Grosz, il quale però con intenzionale cattiveria metteva alla sbarra la decadenza d'un ceto. Analogamente innocente e non ammaliziato è il nudo delle monete e dei francobolli e di tutte le allegorie scientifiche e patriottiche. In una piazza triestina un grande monumento in bronzo celebra Domenico Rossetti austeramente intabarrato mentre tre grandi procacissime ignude si levano verso lui rispettivamente rappresentando le Lettere, le Scienze e le Arti e senza che ciò risulti contraddittorio con la intemeratezza di quell'uomo. Così come non scandalizzano nessuno i quattro possenti e totali nudi maschili del gigantesco monumento ai caduti della prima guerra mondiale, in vista a pochi passi dalla pia cattedrale romanica di San Giusto, quasi a confrontare sacertà religiosa e sacertà laica. Lo stesso si può dire per il marmoreo pene del David michelangiolesco con scontata assuefazione campeggiante in Piazza della Signoria a Firenze.

Anche Palermo adorna la piazza antistante il municipio con una grandissima fontana barocca irta tutt'intorno di statuarie presenze muliebri del tutto svestite, ma ci sono differenze di background abbastanza evidenti se quella è generalmente conosciuta e popolarmente nominata come «Fontana delle Vergogne». Il liberty triestino al contrario adora diffusamente le scolpite opulenze femminili spoglie di veli non solo negli edifici monumentali ma anche nei fabbricati cosiddetti di "civile abitazione" di cui vistosamente esse con le proprie intere nudità spòrte in avanti affiancano le finestrature. Una diversità d'abitudini culturali interpretative, dunque, che comunque in entrambi i casi domina un arco temporale precedente un evento che queste abitudini sconvolse, assumendo carattere rivoluzionario: la nascita della fotografia. Da una scoperta scientifica vennero conseguenze visuali che, se si può dir così, inverarono clamorosamente la donna. Abituati come tutti per convenzione erano ai pubi glabri delle antiche statue e delle femmine rinascimentali affrescate o su tela, i primi nudi fotografici femminili, più o meno artistici che fossero, fecero infatti scoprire con generale scandalo quella scura e più o meno folta matassetta subventrale su cui pittori e scultori d'ogni epoca e luogo avevano costantemente sorvolato. Come se ciuffetti piliferi, di cui pure ciascuno aveva nozione non foss'altro fra le lenzuola di casa, degradassero le volumetrìe carnee impedendone così sublimazione estetica. E' fin da lì che Ando Gilardi, autore di una voluminosa «Storia sociale della fotografia», indica la divaricazione tra foto d'arte e pornofoto.

Con la quale, rispettando la tradizione, la prima tollera seni e fondoschiena, e solo l'altra, ma ghettizzata, include anche cespuglioni e cespuglietti, nonché il nudo maschile. Frontiera che poi, meno ipocritamente, i più grandi fotografi del secondo e del terzo Novecento, ignoreranno. E senza per questo ricadere nel porno, naturalmente. Il quale adesso per noi occidentali del presente certamente no, perché invece è diventato lucrosissimo business, ma in altri luoghi e tempi della storia umana è stato fuso nelle forme artistiche (prodotti fìttili dipinti dell'antica Grecia, dove nudi ci si batteva e si praticavano gli sport, oltre alle prestazioni sessuali ) e addirittura in quelle religiose (sculture erotiche dei templi indostani, ma lì era appunto credenza che il mondo fosse nato dalle eiaculazioni che al dio Shiva erano state procurate dalla dea Parvati lungo l'esagerazione di ventimila anni). Bisognerebbe allora anche in materia prestare più attenzione agli aspetti palesi e di retrofondo che caratterizzano nel tempo culture diverse, ma purtroppo è più corrente dedicarsi a confronti più a portata di mano, potendo ormai tutti soppesare benissimo come la Sandrelli sia più pelosetta e la Bellucci meno. Un vero danno che i media ci abbiano ridotti così. Sarà possibile rialzarci? Sfacelo dei licei e controriforme universitarie rendono difficilino tuttociò. Basterebbe non lasciarsi andare.

E' il momento di tornare al punto da cui eravamo partiti: stilisti e trend dell'abbigliamento femminile. Siamo passati, per avere le idee chiare, attraverso il nudo delle Muse (scultura, pittura, cinema, foto) e quello socializzante (in barca, in sauna, nei villaggi naturisti con ristoranti, negozi e migliaia di ospiti tra cui intere famiglie e bambini) e adesso dovremmo un po' parlare, proprio conclusivamente, di spigliate innocenze e di mercato del costume, di buongusto e di aggressività. Se nessuno trova da ridire su un'Italia turrita cui un manto tricolore scopra le tette (son così del resto anche la famosa icona in berretto frigio della Rivoluzione francese e la Nuda Verità della Wiener Secessinn) non è certo da lì che partono tutti i Versace, Fiorucci, Barocco, i quali cuciono vestiti non sopra ma intorno alle ghiandole mammarie. Hanno còlto benissimo la nuova ideologia con cui, femministe o no, le donne si riappropriano finalmente del loro corpo senza averne più paura, ma essi ne stravolgono contemporaneamente il senso esponendo la zona deretana o un loro seno, o entrambi appaiati, come fossero pistole fuori dal fodero e spostando però il messaggio principale dal corpo a quell'abito (costosissimo) che ciò consente, e che è la vera merce sul piatto. Non sono dunque degli apostoli emancipatori, e le signore fanno male a fidarsene coccolandoli. E' molto più serio, dignitoso e condivisibilmente salutare che scendano in nudo integrale e giustificato dalle scogliere della Costa dei Barbari o della Dalmazia, dove ciò che espongono non è neanche più oggetto di attenzione pruriginosa. La nuova ideologìa femminile c'è ma essa tradisce se stessa quando si lascia proditoriamente adoperare vestendo svelàmi trasparentissimi o gonne a mezzopopò o giacche mostratutto. Abiti sexy ce n'è sempre stati e ce ne saranno lo stesso, nessuno dubiti. Le modelle sono pagate per marciare così sulle passerelle, è un lavoro; le acquirenti no. E il legittimo messaggio che vorrebbero lanciare diventa così alla fin fine un altro, più consumistico e subalterno. Più immeritevole non dico di plauso ma neanche di considerazione positiva in quanto stravolgente, come abbiamo visto, significati, diritti e liberatorietà che c'è ben altro modo di affermare. Che peccato.